giovedì 23 agosto 2012

PERLE: INSEGNE E SCRITTE



(Vicenza, Strada Stat. 247 della Riviera Berica, all’altezza della confluenza del viale dello Stadio)

Molti genitori delle mie parti non hanno insegnato il veneto ai figli: gli hanno parlato [per i puristi: hanno parlato a loro] in italiano (“Così si troveranno bene a scuola”). Il rifiuto delle proprie origini viene visto come una forma di riscatto da un passato povero che si vuole dimenticare. Il problema è – basta fare un giro su Facebook per sincerarsene – che, come i genitori si vergognano del dialetto, i figli si vergognano dell’italiano e, appena possono e/o ci riescono, si esprimono in inglese, perché fa più figo, pardòn “fico”, pàrdon “trendy”. Per la felicità degli insegnanti di inglese? Direi proprio di no: primo, perché la scuola è uno dei principali parafulmini per le invettive e le maledizioni dei ragazzi; secondo perché... ma avete letto come scrivono? Il destino decise che io sarei diventato francofono, il che mi rende felicemente ignaro della scorrettezza di molte esternazioni nostrane in lingua inglese; ma davanti a questa scritta no, perfino io sobbalzo:















  

(Vicenza, via Giovanni Miglioranza)

Notate che l’ignoto scrittore (perché non firmare? Una croce basta e avanza), aveva inizialmente scritto “SCOOL” ma giustamente, sentendo che qualcosa non andava, ha prontamente “corretto”! Uno scrupolo che desta tenerezza. Se questo è l’inglese che gli hanno insegnato a scuola, direi che l’invettiva è ampiamente giustificata; ma ho forti dubbi che la colpa sia della scuola...
L’inglese influenza anche chi lo rifiuta: e così, chi si rifiuta di dire “il weekend” dice “il fine settimana” anziché “la fine settimana”; ma in fondo ha ragione: il fine settimana giustifica gli automezzi!
E se l’inglese scritto – miracolosamente – è impeccabile, interviene l’errore di pronuncia. Volete un esempio clamoroso (e storico)? Cent’anni fa, più o meno, nascevano le prime squadre di calcio italiane, e qualcuno aveva il vezzo (già allora) di dargli [per i puristi: dare a loro] un nome inglese; e così il 16 dicembre 1899 nasceva il Milan Foot-Ball and Cricket Club. Ora “Milan”, inteso come la versione inglese, o francese, o anche in dialetto milanese, di Milano, ha sempre, dico sempre, l’accento sulla “a”: anche in questo senso vale il vecchio detto meneghino: Milàn l’è semper Milàn.
E qui il cerchio si chiude: perché “Milan” è anche, oltre che un nome slavo (questo sì pronunciato con l’accento sulla “i”), un cognome veneto: che, ovviamente, per chi sa il veneto, si pronuncia Milàn (se non credete a me, credete almeno a Emidio De Felice, e al suo Dizionario dei cognomi italiani, Milano, Mondadori, 1978). Ma la cultura inglese è pervasiva, e così sento dire Mìlan, Zòrdan, Àngriman (hungry man?)... Succede ai cognomi in –an, non a quelli in –in; ma un motivo c’è: è così anche in inglese: Cecchin → Check-in!
I commercianti ovviamente si adeguano; ma siccome i clienti sono spesso dei cialtroni, non si può usare l’inglese vero: chi lo capirebbe? Che fare? Facile: si ricorre – temo, purtroppo, spesso in modo inconsapevole – a una specie di “itangliano”.
E così – tanto per fare un esempio – a Milano potete andare nei negozi di ottica della Occhial House (http://www.occhialhouse.it/)!
Lo Zanzar Store è invece un negozio di zanzariere, prodotte dalla Zanzar Line Sas, col marchio Zanzar System (repetita iuvant) (http://www.paginegialle.it/zanzarstore).
Avete qualche altro esempio da segnalare?


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venerdì 10 agosto 2012

FRANCO TOZZI E ALBERTO TESTA, ovvero “S” O NON “S”, QUESTO È IL PROBLEMA




Era il 1965, avevo 10 anni e seguivo alla radio Un disco per l’estate. La mia canzone preferita era I tuoi occhi verdi, di Franco Tozzi, un cantante il cui successo si sarebbe rivelato effimero (maggiore fortuna avrebbe avuto, pochi anni dopo, il fratello Umberto).

Proviamo ad ascoltarla (basta fare clic sul titolo), facendo attenzione alla pronuncia. Ebbene sì, Franco Tozzi ha la “s” sibilante: è un difetto di pronuncia che si chiama “sigmatismo”. Come correggerlo? O si va dal logopedista, oppure... ascoltate queste altre sue canzoni (fate clic sul titolo; fonte: wikitesti; ho fatto qualche correzione e aggiunto la punteggiatura):


(Alberto Testa - Allomar) (1966)

Che malinconia c’è in me
nelle notti d’argento
quando io mi ricordo di noi,
di noi due
nel tempo felice.

Che malinconia c’è in te
nelle notti d’argento,
quando vuoi cancellare da te
un rimpianto
che non puoi cancellare.

Ma io ritroverò
e tu ritroverai
ciò che davo a te,
ciò che davi a me,
quando io vorrò,
quando tu vorrai
vivere ancora per noi.

La malinconia dormirà
nelle notti d’argento:
niente mai può valere di più
dell’amore che tra noi tornerà.

Vedrai,
la malinconia dormirà
nelle notti d’argento:
niente mai può valere di più
dell’amore che tra noi tornerà.

Vedrai,
la malinconia dormirà
nelle notti d’argento:
niente mai può valere di più
dell’amore che tra noi tornerà.


(Alberto Testa - Eros Sciorilli)
Un Disco per l’Estate
1967

Arriva l’ultimo giorno
prima di partire;
arriva tutto ad un tratto,
non lo attendi mai.
Ti viene voglia di piangere,
ma non lo fai;
le dai un ultimo bacio
e te ne vai.

Amore mio,
coro     Ricordami.
non è un addio;
coro     Ricordami.
amore mio,
coro     Ricordami.
ritornerò.

coro     Amore mio,
Ricordami.
coro     non è un addio;
Ricordami.
        
coro     amore mio,
Ricordami.
coro     ritornerò.

Arriva l’ultimo giorno,
che malinconia;
il tempo corre veloce,
non lo fermerai.
Rivivi allora in un attimo
il primo incontro,
le dai un ultimo bacio
e te ne vai.

Amore mio,
coro     Ricordami.
non è un addio;
coro     Ricordami.
amore mio,
coro     Ricordami.
ritornerò.

coro     Amore mio,
Ricordami.
coro     non è un addio;
Ricordami.
        
coro     amore mio
Ricordami.
coro     ritornerò.

Semplice no? (Più a dirsi che a farsi, in realtà.) La “s” è stata eliminata, e con essa il difetto di pronuncia! Alberto Testa, il paroliere, ha realizzato quello che, tecnicamente, si chiama lipogramma in “s”.


ALBERTO TESTA
(Santos, Brasile, 11 aprile 1927– Velletri, Roma, 19 ottobre 2009)
(foto di Vito Vita, 23/7/2009)

Ironia della sorte: nel 1966 Franco Tozzi partecipa al Festival di Sanremo in coppia con lo statunitense Bobby Vinton, che invece la “s” non la temeva proprio: l’anno precedente aveva inciso un 45 giri in italiano con Io sono solo (Mr. Lonely) e “Esse” come stanco (L-o-n-e-l-y)!
Fare un lipogramma è come muoversi saltando su un piede solo: un esercizio di autolimitazione messo in atto unicamente per mettere alla prova – e dimostrare – la propria perizia tecnica. Per questo piace molto agli enigmisti. In questo caso invece il lipogramma non nasce dalla voglia di divertirsi, ma da un problema pratico.
I lipogrammi più stupefacenti sono quelli dello scrittore francese Georges Perec (1936-1982), che scrisse un intero romanzo-lipogramma, eliminando la lettera “e” (un esercizio di autentico virtuosismo: la “e” è la vocale più frequente, in francese), intitolandolo significativamente La disparition (= La sparizione) (1969); ad esso seguì un altro romanzo, Le revenentes (= Quelle che tornano) (1972), in cui invece eliminò tutte le altre vocali: “a”, “i”, “o”, “u”, “y”!
Ma torniamo alla “s” sibilante. Con un simile difetto di pronuncia gli imitatori e i parodisti vanno a nozze. Il procedimento è quello opposto: anziché eliminare la “s”, se ne aumenta a dismisura la presenza. E così Checco Zalone, per fare la parodia di A te di Jovanotti (pure lui affetto da sigmatismo), scrive Se solo lo sapessi sussulterei. Anche questa caratteristica (la presenza di molte sibilanti in un verso) si chiama, sia pure in un’accezione obsoleta, “sigmatismo”. Fate clic sui titoli e buon divertimento!

Si può fare un lipogramma in “s” anche de I tuoi occhi verdi? Io ci ho provato (oltre a lipogrammare, mi sono permesso di variare, fra parentesi quadre, un paio di versi):

I TUOI OCCHI VERDI
(Eros Sciorilli - Alberto Testa)
Un Disco per l’Estate 1965
Lipogramma in “s”

1a variante (ritornello)

È notte,
è notte ma non dormo:
penso ai tuoi occhi verdi      
→        vedo i tuoi occhi verdi
che non mi guardano più.

E piango
nel buio tutto solo;               
→        nel buio abbandonato;
so che tu non mi senti          
→        tu non mi puoi udire,
ma forse piangi anche tu.     
→        magari piangi anche tu.

Le nostre parole                   
→        Tra noi le parole
sembravano raggi di sole     
→        parevano raggi di luce
laggiù dove ieri
tu eri felice con me;

ora tutto è un ricordo,
nient’altro che un ricordo,
come i tuoi occhi verdi
che non mi guardano più.


E piango
nel buio tutto solo;               
→        nel buio abbandonato;
so che tu non mi senti          
→        tu non mi puoi udire,
ma forse piangi anche tu.     
→        magari piangi anche tu.

Le nostre parole                   
→        Tra noi le parole
sembravano raggi di sole     
→        parevano raggi di luce
laggiù dove ieri
tu eri felice con me;

ora tutto è un ricordo,
nient’altro che un ricordo,
come i tuoi occhi verdi
che non mi guardano più,

come i tuoi occhi verdi
che non mi guardano più.


2a variante (ritornello)

Le nostre parole                    →        Con gli occhi parlavi,
sembravano raggi di sole     
→        con gli occhi tu m’illuminavi[,]
laggiù dove ieri                                 [nel perduto ieri,]
tu eri felice con me;                          [quand’eri felice con me;]

Le nostre parole                    →        Con gli occhi parlavi,
sembravano raggi di sole     
→        con gli occhi tu m’illuminavi[,]
laggiù dove ieri                                 [nel perduto ieri,]
tu eri felice con me;                          [quand’ero felice con te;]

La prima variante è più aderente all’originale, ma elimina l’unica rima della canzone (parole/sole → parole/luce, aggiungendo però l’assonanza luce/felice); la seconda variante è più libera (ho esagerato?) ma mantiene la rima (parole/sole → parlavi/m’illuminavi). Riuscite a fare di meglio? Fatemi sapere.


NOTA

1– I lipogrammi di Franco Tozzi potrebbero essere casuali? No, almeno in un caso, perché ricordo di aver sentito alla radio, in quegli anni, un’intervista al cantante, che dichiarava che gli avevano confezionato una canzone proprio con lo scopo di eliminare alla radice i suoi problemi di pronuncia. Nei miei ricordi (ma i ricordi sono creativi, si sa) mi pare che le lettere eliminate fossero addirittura due: la “s” e la “r”:  è possibile? È un’imprecisione dei miei ricordi? Oppure una tale canzone esiste veramente? Io però non l’ho trovata.
2 – Esistono altre canzoni-lipogramma di Franco Tozzi? Non lo so; riporto qui di seguito l’elenco dei suoi 45 giri (fonte: wikipedia): ho segnalato in neretto le canzoni di cui ho potuto controllare l’audio o il testo e ho sottolineato i lipogrammi in “s” (ho segnalato in neretto pure le “s” nei titoli di altre canzoni, automaticamente escluse):

1964 – Due case, due finestre/Amo la mia gioventù (Fonit SPF 31161)
1965 – Non a caso il destino ci ha fatto incontrare/Per questo amore (Fonit SPF 31163)
1965 – I tuoi occhi verdi/E allora vai (Fonit SPF 31169)
1965 – Nulla troppo bello per te/Ho saputo che/Mi pentirò (Fonit SPF 31178)
1966 – Io non posso crederti/Le notti d’argento (Fonit SPF 31181)
1966 – Non vorrei volerti bene/Uno come me (Fonit SPF 31189)
1966 – Perdonala/I poveri (Fonit SPF 31198)
1967 – L’ultimo giorno/Per la gloria (Odeon MSOQ 5371)
1968 – Nasce il giorno/Uno zero immenso e assoluto (Carisch VCA 26199)
1970 – Qui/Poco fa (Kansas dm 1129; inciso come Franco Tozzi Off Sound)
1971 – Ricordi/Il mio amore per Jusy (Kansas dm 1148; inciso come Franco Tozzi Off Sound)
1973 – Fiume di metallo/Sassi senza tempo (Kansas dm 1160; inciso come Franco Tozzi Off Sound)

C’è qualcuno che mi può aiutare a completare la ricerca?


SITI INTERNET

            Siti dedicati ad Alberto Testa:
            Blog dedicati ad Alberto Testa:
canzoni per i grandi:
e per i piccini:


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domenica 29 luglio 2012

GIANNI RODARI per adulti, ovvero LEPIDE LAPIDI


Lapide seconda
 
A QUESTA PORTA
IN SEGUITO
A INFORMAZIONE INESATTA
BUSSÒ NEL QUATTORDICI
IL RAGIONIER FEDERICO GIOBATTA
DA PORTOFINO
DIMANDANDO DI GIACOMINO
SOLERTE E SEVERA
RISPONDEVAGLI PORTIERA
NESSUN GIACOMINO QUI RISIEDE
NÉ MAI RISIEDETTE
NÈ MAI RISIEDERÀ
RAGIONÒ IL RAGIONIERE
NON SI PUÒ MAI SAPERE
CHI VIVRÀ VEDRÀ
 
(Da: Poesia lepidaria in Il caffè politico e letterario, anno IX, n.3, giugno 1961; le “lapidi”, nonostante la numerazione, sono solo 4: Lapide seconda, Lapide tredicesima, Lapide quattordicesima, Lapide quindicesima.)
 
4
 
RUDE TENACE REDDITIZIO VITALIZIO
ATLETA
TEODOLINDO DE PAOLIS
A CONCLUSIONE DI SEVERISSIMA DIETA
IL X-X-MMMCCCXXXVVVIIIMMMCCCIII
SALTAVA DICIASSETTE TASTI E TREDICI TESTI
IN PRESENZA DI SPETTATORI
135458,65
DE’ QUALI 712½ COMMENDATORI
ASSISTEVANO S.E. IL MINISTRO DI BLAGOVIA
S.E. L’AMBASCIATORE DI SANTA SEGOVIA
IL CONSOLE STRAORDINARIO
DI SANTA PRASSEDE
E I MASSIMI PRINCIPI DEL FORO BOARIO
L’INCASSO
FU DI LIRE 38718951
DI CUI 457875 FALSE
TEMPO PIOVOSO CON TENDENZA A CAMPOBASSO


5

IN QUESTO ESATTO PUNTO
DELLO STORICO CORSO VITTORIO
IL 13 MARZO 1958 ALLE 15,27 ORA DI GREENWICH
SOFFIANDO VENTO DI TRAMONTANA
I CONIUGI CIBORIO
DOTTOR GIAMPAOLO E RENATA NATA RETANA
SEPARAVANSI
DIRIGENDOSI IL MARITO
VERSO IL DISTRETTUAL UFFICIO DE LE IMPOSTE
LA MOGLIE VERSO L’ABITAZIONE
DELL’AMANTE TEODORO DOTTOR INGEGNER SERAPIONE
QUATTRO ORE PIÙ TARDI
SU QUESTE PIETRE MEDESIME
TORNAVA A INCONTRARSI LA COPPIA
RICOMPONENDO LA FAMIGLIA
L’UNITÀ
PRESIDIO DI SOCIALE PROGRESSO
E DI CIVICHE LIBERTÀ
ARRA DI BANCARIO PRESTIGIO
BALUARDO DELLA PRODUZIONE
DI FRIGORIFERI LAVATRICI FERRI DA STIRO DETERSIVI
LAVATIVI
DEL CHE MARMOREO RICORDO
LA MUNICIPALITÀ DECRETAVA
SU PROPOSTA DEL CONSIGLIERE BAVA


6

ZENAIDA ZENOBIA DEI CONTI DI SAN ZENONE
DA QUESTO VERONE
IN SUL TRAMONTO DEL 7 MAGGIO
1910,35
ASSISTENDO AL PUBBLICO PASSEGGIO
RIVOLTA ALLA ZIA
CHE TENEALE AFFETTUOSAMENTE COMPAGNIA
MI PIACE ESCLAMAVA IL CONTE DI CORCONTENTO
AMMIRA DI GRAZIA IL SUO
GLORIOSO PORTAMENTO
IL CONTE HA BUON CONTO HA GRANDE APPARTAMENTO
HA CANI CUOCHI COCCHI COCCHIERI UOVA À LA COCQUE
CHE DEGG’IO FAR CHE MI CONSIGLI O ZIA
UN CANE ABBAIANDO
AI POSTERI FURAVA
LA RISPOSTA
IL CONTE RITIRAVASI NEL CONTADO
E MESTA TRASCORREVA
L’ESISTENZA
PASSANDO I RIVI A GUADO

(Da: Otto lapidi in Il caffè politico e letterario, anno X, n.2, aprile 1962) 

 

 

GIANNI RODARI
(Omegna, Verbano Cusio Ossola, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980)


Gianni Rodari a luci rosse? No, non preoccupatevi (anche se a dire il vero Rodari rosso lo era, essendo iscritto al P.C.I.). Gianni Rodari è l’autore per bambini per antonomasia, non c’è alcun dubbio; ma esiste una sua produzione letteraria rivolta a un pubblico adulto: una produzione limitata, ma interessante. Un esempio sono le Lapidi, pubblicate tra il 1961 e il 1962 dal Il caffè politico e letterario, dove fa la parodia del genere letterario lapidario.

L’azione parodica di Rodari si sviluppa su due livelli, fra loro complementari:
a – contenuto;
b – linguaggio.
a – A livello di contenuto il procedimento è quello dell’abbassamento:
– alla rievocazione di eventi storici
si sostituisce
la cronaca spicciola di un fatto insignificante (Lapide seconda);
– alla celebrazione delle pubbliche virtù
si oppone
il resoconto dei vizi privati (lapide 5).
b – A livello di linguaggio il procedimento è quello del rovesciamento:
– alla seriosità impettita
            si sostituisce
la giocosità dei giochi verbali e delle capriole linguistiche:
                                   – uso dell’assonanza
                                               – nei nomi
RENATA NATA RETANA,
                                                 ZENAIDA ZENOBIA DEI CONTI DI SAN
                                                 ZENONE,
CONTE DI CORCONTENTO;
       – negli elenchi, basati non sull’affinità 
       di significato, ma su quella del suono:
SALTAVA DICIASSETTE TASTI E TREDICI TESTI,
HA CANI CUOCHI COCCHI COCCHIERI UOVA À LA COCQUE;
                                   – accostamenti incongrui:
DETERSIVI che, accostato a LAVATIVI, trasforma scherzosamente questi ultimi da “menefreghisti” a “prodotti per l’igiene”, analogamente ai primi;
                                   – parodia di vezzi impiegatizi e burocratici:
                               TEODORO DOTTOR INGEGNER SERAPIONE
                                        (anziché ing. Teodoro Serapione);
                                   – doppi sensi:
L’UNITÀ, PRESIDIO DI SOCIALE PROGRESSO E DI CIVICHE LIBERTÀ è un’allusione scherzosa al quotidiano del Partito Comunista Italiano, del quale Rodari era stato collaboratore,
IL MINISTRO DI BLAGOVIA, immaginario regno da operetta, potrebbe alludere a blague (pron. blag) = scherzo, facezia, frottola, barzelletta, sproposito,
I MASSIMI PRINCIPI DEL FORO BOARIO è una pernacchia nei confronti del sussiego delle autorità;
– la precisione delle date e dei dati viene
            portata all’eccesso:
                        IL 13 MARZO 1958 ALLE 15,27 ORA DI GREENWICH,
                        fino all’assurdo:
             SPETTATORI 135458,65 DE’ QUALI 712½ COMMENDATORI;
            o vanificata:
                        IL X-X-MMMCCCXXXVVVIIIMMMCCCIII.
Ma non tutti i dati, forse, sono così assurdi come potrebbe sembrare. Prendiamo IN SUL TRAMONTO DEL 7 MAGGIO 1910,35: così, di primo acchito, questo anno coi decimali fa ridere, no? Ma proviamo a fare un po’ di calcoli: 365 giorni x 35/100 di anno = 127,75 giorni = 127 giorni e ¾. Bene: il 127mo giorno dell’anno è proprio il 7 maggio! Passato l’entusiasmo dobbiamo però constatare che vanno aggiunti ¾ di giorno, cioè 18 ore: siamo perciò nel 128mo giorno (verso il tramonto, comunque) del 1911. Si tratta dunque di elucubrazioni mie, oppure questi calcoli li ha fatti anche Rodari, facendo un piccolo errore?

Ma, come quasi sempre in Rodari, il divertissement non è fine a se stesso:
            Per me, sono uno che matura terribilmente piano (e che scrive male, ma per fortuna lo sa): il mio libro bello lo potrò scrivere solo a cinquanta suonati, se li sentirò suonare, altrimenti il mondo non avrà perso molto. Dovrebbe essere un libro molto divertente, i viaggiatori di commercio dovrebbero commentarlo così: «quello lì, chissà indove va a tirarle fuori certe stupidate, però fa ridere, neh?» E intanto dovrebbe insinuarsi nel loro cuore innocente e senza sospetto il veleno per i topi, e un giorno si suiciderebbero senza sapere perché.
(Gianni Rodari, Lettere a Don Julio Einaudi, Hidalgo editorial e ad altri queridos amigos, lettera ad Arpino, Roma 8-8-68).
La parodia delle lapidi infatti sottende
– una critica al pensiero dominante e omologato:
«Creatività» è sinonimo di «pensiero divergente», cioè capace di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È «creativa» una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal professore e dalla società), che rifiuta il codificato che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire da conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel pensiero creativo. E questo processo – udite! udite! – ha un carattere giocoso: sempre: anche se sono in ballo le «matematiche severe»... [...] (Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, cap. 44. Immaginazione, creatività, scuola, pagg. 171-172, Torino, Giulio Einaudi, 1973 e 2001)
(È il pensiero divergente che affiora – nella Lapide seconda – con la risposta inaspettata del ragioniere – che giustamente ragiona – alla portiera.)
– e un atteggiamento autenticamente democratico, in cui tutti sono valorizzati:
Matteo: Noi pensiamo che il 1920, l’anno in cui sei nato, sia stato fortunato. Sono nati molti personaggi importanti: il Papa Wojtyla, il presidente della Fiat Gianni Agnelli…
Rodari: Sta’ attento, non ci sono personaggi più importanti e altri meno. Il Papa occupa una grande posizione per la chiesa e il mondo, ma ogni persona è importante per sé stessa: la tua maestra, la tua nonna… Gianni Agnelli è più ricco di me, non più importante. Io ho scritto più di quindici libri e lui neanche uno. Io non ricordo niente del 1920 perché ero appena nato e non so niente dell’anno millenovecento e un po’ che è l’anno in cui morirò.
(Incontro di Gianni Rodari con le classi quarte della Scuola Elementare a Tempo Pieno di Borgo Solestà, 28 febbraio 1979, in Luciano Marucci & Anna Maria Novelli (a cura di), RODARE LA FANTASIA con Rodari ad Ascoli)

La mia lapide per Rodari
Il 10 aprile 1980 Rodari viene ricoverato in clinica: deve essere operato per l’occlusione di un’arteria della gamba sinistra; non è tranquillo e, per esorcizzare la paura, ci scherza sopra:
Caro Carena,
oggi ho accompagnato mia moglie in clinica per un’operazione – quando uscirà lei dovrò entrarci io, per colpa di un’arteria occlusa – vede che non ho lo spirito adatto per rifare la prefazione alle «Favole al telefono».
            La programmerò per l’edizione tredicesima, anche se doveste interrogarmi con i tavolini.
            [...]
            Altro di me non ti saprei narrare
            e la flebografia mi vado a fare.
(Gianni Rodari, Lettere a Don Julio Einaudi, Hidalgo editorial e ad altri queridos amigos, 8-1-80)
Ma l’intervento dura più del previsto (7 ore, anziché le 4 preventivate) perché viene scoperto, racconta il suo amico e biografo Marcello Argilli, un grosso aneurisma nella zona iliaca, che per la sua collocazione l’ortografia non poteva rilevare. Argilli scrive proprio così, “ortografia” invece di “aortografia”: e così Rodari, poeta degli errori (aveva scritto il bellissimo Libro degli errori), sarà vittima di un errore di ortografia; il suo fisico, già debilitato, non regge: muore il 14 aprile, per collasso cardiaco. Non aveva ancora compiuto 60 anni: il poeta dei bambini non è mai diventato vecchio.


A GIANNI RODARI

Dice la tua biografia:
fu un error d’ortografia
che non vide l’aneurisma
che vietò ulteriore rima.
Tu, poeta degli errori,
te ne sei uscito fuori,
te ne sei andato via,
colpa dell’ortografia!
Tu, poeta dei bambini,
resti lì, fra i cherubini,
a dir “Buonanotte al secchio,
non diventerò mai vecchio!”


LETTURE CONSIGLIATE

Gianni Rodari, Il cavallo saggio – Poesie epigrafi esercizi, Torino, Einaudi, 2011.
Contiene la produzione “per adulti” di Rodari, comprese tutte la “lapidi”.
Gianni Rodari, (a cura di Stefano Bartezzaghi) Lettere a Don Julio Einaudi, Hidalgo editorial e ad altri queridos amigos, Torino, Einaudi, 2008.
        Delizioso: non perdetevelo. Devo a Bartezzaghi il rilievo
        sull’errore di “ortografia”.
Luciano Marucci & Anna Maria Novelli (a cura di), RODARE LA FANTASIA con Rodari ad Ascoli, Acquaviva Picena, Provincia di Ascoli Piceno, 2000.
Testo prezioso, perché contiene le trascrizioni delle registrazioni degli incontri di Rodari con i bambini delle scuole elementari.


SITI INTERNET

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domenica 15 luglio 2012

OLINDO GUERRINI ovvero ARGIA SBOLENFI & Co.


CONFIDA LE SUE PENE ALLA BEATA VERGINE
 
  SONETTO SBOLENFIO
 
  O pia Maria, ve’ della mia terribile
    Pena terrena la catena ignobile!
    Vien manco il fianco stanco ed è impossibile
    Ch’io resti a questi mal molesti immobile!
 
  Dura sciagura, arsura inestinguibile,
    Ricetto eletto han nel mio petto e, mobile
    La mente, sente un serpente invisibile
    Che ha vinto, estinto, in lei l’istinto nobile!
 
  O Bella Stella, o Verginella amabile,
    Ascolta, volta a me stolta e volubile,
    La preghiera sincera e vera e stabile.
 
  Odo che un nodo sodo e indissolubile
    Fa fiorita ogni vita attrita e labile....
    Mia pia Maria, fa ch’io non sia più nubile!!


IN BICICLETTA


Giammai, scoccata da una man feroce
Dall’arco teso non fuggì saetta
Come sul suo sentier corre veloce
                  La bicicletta.

Volan le rote e mentre sulla via
Nessun rumor presso di lei si sente,
Qualche imbecille al corridore invia
                 Un accidente.

A me che importa se della canaglia
M’insegue il riso o il mormorar d’alcuni,
Se l’iniqua parola altri mi scaglia
                O il molla Buni?

Io corro, io volo sulla bicicletta,
Questo ideal della cavalcature:
Chi soffre d’emorroidi o di bolletta,
                   M’insulti pure.

Ch’io son beata e un fremito m’assale,
Mi avvolge un’onda di piacer sovrano,
Quando vengo stringendo il trionfale
Manubrio in mano.

Io son beata allor che fra le gambe
Sento il rigido ordigno e in quegli istanti
Tendo le coscie e l’agitar d’entrambe
Lo spinge avanti. 

“Molla Buni!” fu nel 1894, all’Arena di Milano, il grido del pubblico, stupefatto perché il ciclista Romolo Buni, “il piccolo diavolo nero”, rimasto solo in pista dopo il ritiro degli avversari (i francesi Médinger e Cassignard), non smetteva di pedalare forsennatamente per battere il record di velocità, anziché prendersela comoda. Divenne un modo di dire per spronare i pigri e calmare i troppo zelanti.


FAVOLETTE MORALI

VIII.

Un tonno innamorato
Lesse i Promessi Sposi
E tutto riscaldato
Da sensi religiosi,
Andò pianin pianino
A farsi cappuccino.

Morale

Fai bene se t’astieni
Dal legger libri osceni.


POBRE CARLOS (*)

¿Habla: se pueda ser mas desdichada?
Quiereba Carlos el toreadores,
Ma un toro viense in la plaza mayores
Y per matarlos al sfrodò la espada.

El toro escapò vias por la contrada
¡Mo Carlos, dietros, fagando romores!
Cuando el toro ¡ahi de mi, caros señores!
Per de dietros ce apogia una cornada.

Carlos cascò cridando ¡ahi, porco mundo!
Viense il medico y hablò: ¡mo bozaradas,
El corno ha penetrado ensino al fundo!

¡Parece un nido carico de vrespas;
Las pobras chiapas miranse sfondadas,
Todo està roto y buena noche crespas!

(*) Lo Spagnuolo non beve... certo l’onda del Manzanares.

(Poesie tratte da: Aria Sbolenfi, Rime, 1897)


«GRILLÒ ABBRAGIATO. - La volaglia spennata si abbrustia, non si sboglienta, ma la longia di bue piccata di trifola cesellata e di giambone, si ruola a forma di valigia in una braciera con butirro. Umiditela soventemente con grassa e sgorgate e imbianchite due animelle e fatene una farcia da chenelle grosse un turacciolo, da bordare la longia. Cotta che sia, giusta di sale, verniciatela con salsa di tomatiche ridotta spessa da velare e fate per guarnitura una macedonia di mellonetti e zuccotti e servite in terrina ben caldo».

(Lettera a Pellegrino Artusi, citata in La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene)


 

OLINDO GUERRINI

(Forlì, 4 ottobre 1845 – Bologna, 21 ottobre 1916)


Ecco come andò la cosa.
Nell’inverno del 1868 io davo ad intendere alla mia famiglia di studiar legge; anzi, per confermarla vie più nell'errore, alla fine di quell'anno mi laureai.
(Parentesi. Mi ricordo che ci chiusero nell’Aula Magna dell'Università. Eravamo otto o dieci candidati, e, allegri come quelli non se ne trovano più. Venne il professore di Diritto Canonico, munito di una borsa gigantesca che conteneva la bellezza di sessanta palle. Ognuno di noi immerse la mano nel venerando borsone ed estrasse una palla sola, il cui numero corrispondeva a quello di una tesi da svolgere in iscritto. A me toccò una tesi laconica: Del Comune; una tesi che non conoscevo nemmeno di saluto. Il professore se ne andò e noi ordinammo la colazione. Pensammo che il vino (era buono!) dovesse rischiararci le idee, e ne bevemmo.... si sa.... ne bevemmo.... con molto piacere. Mi ricordo anche, un po’ confusamente, di aver ballato con molta energia, insieme ai colleghi, intorno ad un mappamondo in mezzo all’aula, e di aver riscossi unanimi applausi per l’esecuzione brillante dell’esercizio ginnastico detto l’albero forcuto. Sul tardi ci decidemmo a lavorare, ed io comunicai i miei bollenti spiriti all’opera della mia sapienza giuridica. Cominciai coprendo di vituperi il cranio di papa Clemente VII perchè distrusse la repubblica fiorentina, e finii rimproverando il ministro Menabrea perchè dopo Mentana non era andato a Roma. Domando io che cosa c’entrava questa borra in una tesi di diritto amministrativo? E tra il principio e la fine, era una tempesta di punti ammirativi, di apostrofi, di sarcasmi, d’esclamazioni; c’erano dentro tutte le più calde figure rettoriche possibili. Era insomma una tesi un poco brilla.
Cinque o sei giorni dopo, la mattina a digiuno, coll’abito a coda di rondine e la cravatta bianca, dovetti recarmi all'Università per leggere e sostenere pubblicamente la tesi davanti alla Facoltà ed agli ascoltatori. Lessi, ma in parola d’onore, avrei preferito di non leggere. Mi vergognavo. Tutto quel lirismo bacchico recitato a bassa voce da un giovine a digiuno, in soggezione e colla voce spaurita, doveva fare un bell’effetto! Alle interrogazioni dei professori m’impaperai, dissi degli spropositi cavallini, feci una figura nefanda, e forse mossa da un delicato senso di compassione, la Facoltà mi approvò a pieni voti. Vorrei esprimere la mia gratitudine ai benefattori, ma credo che sia tempo di chiudere la parentesi). (Brani di vita, 1908)
Poteva un tipo del genere fare l’avvocato? No, e infatti Olindo Guerrini fu poeta e giornalista e, per garantirsi la sicurezza economica, impiegato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna, di cui divenne in seguito direttore.
Aveva ambizioni letterarie, il Guerrini, ma era una persona di buon senso: era materialista, ma irrideva gli eccessi del positivismo lombrosiano; era socialista, ma conduceva una vita da buon borghese.
Anticlericale, non sopportava i poeti cattolici: L’eterno Iddio del Manzoni era l’oggetto del mio odio accanito; e tutto quel cristianesimo nè carne nè pesce degli scrittori che adorano San Pietro e vituperano il suo successore, mi dava delle ore di bile iraconda. Il mio vangelo filosofico era la Filosofia della rivoluzione del povero e grande Ferrari; e in questo forse ho cambiato poco. Potete dunque immaginare il gusto che mi dettero poi le lodi prodigate all’abate Zanella! (Brani di vita, 1908).
Ma non amava nemmeno le novità della poesia simbolista: E come sono noiose le sciarade del simbolismo! Pensare che ci sono dei superuomini che invidiano gli allori di Oscar Wilde; pensare che tutto questo è un regresso, un ritorno al Medio Evo, proprio quando sta per cominciare il secolo ventesimo! Ma dunque sarà proprio vero che l’intero genere umano sia malato di nervi, poichè in tutti questi libri non si trovano che squilibrati e mattoidi? Non ci sono più donne sane in terra che da ogni pagina vaporano le aure dell’isterismo? È possibile che non si trovi più un cuore buono, un cervello equilibrato, un utero normale? L’epilessia e l’allucinazione sono dunque la regola e la sanità l’eccezione?
Se i disturbi dell’innervazione sono così generali, come sembra a questa letteratura psicopatica, non sarebbe egli più utile raccomandare ai sofferenti, non la morfina, ma le docciature e la bicicletta? Se l’esaurimento nervoso è il male che affligge la presenti generazioni, non sarebbe meglio leggere l'Ariosto all’aria aperta, piuttosto che inghiottire l’Ibsen nell’afa del teatro? Ma no; l’Ariosto non è più di moda e l’aria aperta sciupa il candore della pelle clorotica; e così sia!  (Prefazione di Lorenzo Stecchetti alle Rime di Argia Sbolenfi)
            Difficile fare il poeta maledetto, quando si preferisce la bicicletta alla morfina (Guerrini era un appassionato di ciclismo)!


           Nascondeva la sua timidezza assumendo una doppia personalità; l’amico Corrado Ricci lo ricorda così: […] non usciva mai di sera […] e se ne rimaneva in casa a leggere e a studiare, impacciato davanti a tutte le donne e fuggitivo dinanzi a quelle che gli dimostravano una provocante simpatia […]. Era un uomo soggetto a un singolarissimo sdoppiamento, un uomo a due
anime: l’una sensata e mite, l’altra sprezzante di ogni riguardo […]. Sembrava quasi che volesse nascondere ciò che egli era in effetti, che temesse da certi suoi amici spregiudicati l’accusa di timido e di casto e cercasse di difendersene col mostrarsi impronto e dissoluto. Vi sono ipocriti della castità, egli era un ipocrita della corruzione; voleva parere un audace, un ghermitore
di donne, un libertino, mentre di fronte ad esse non era che un pavido… Di questa finzione si compiaceva anche perché alimentava la sua passione romagnola e bolognese delle burle.
Ma soprattutto, come abbiamo visto, Guerrini aveva il senso dell’umorismo, il che implica una presa di distanza dall’oggetto della propria scrittura.
Come procedere allora? Creandosi delle identità alternative, diverse e in contraddizione l’una dall’altra, sperimentando per procura umori propri e altrui, spaziando dal patetico e drammatico all’umoristico e non di rado triviale. Lo scrittore e il bibliotecario si uniscono, creando una biblioteca personale di autori immaginari. C’è chi ambisce a essere unico; Guerrini no: voleva essere tanti.
Nascono così:
–  Lorenzo Stecchetti, fantomatico poeta cugino del Guerrini – che finge di curarne il manoscritto pubblicato postumo – morto di tisi all’età di trent’anni (l’avrà letto Gozzano?)
e
– Argia Sbolenfi, cuoca bolognese dagli appetiti sessuali robusti ed espliciti, sempre frustrati e inappagati, le cui Rime sono precedute dalla prefazione di un riluttante Lorenzo Stecchetti (per cui il cambio di identità risulta doppio!)
e una serie di identità minori:
– Marco Balossardi, Pulinera, Mercutio, Odino Linguerri, Giovanni Dareni.
      Per avere un’idea della varietà di registri, ecco due poesie del Nostro, magistralmente dette da Paolo Poli (cliccare sui titoli):
            Lorenzo Secchetti, Il canto dell’odio;
Argia Sbolenfi, A un vaso nuovo di porcellana Ginori (Poli recita una versione ridotta e leggermente diversa da quella delle Rime, intitolandola Ode al pitale).

Ma passiamo all’analisi delle Rime sbolenfiane.
La polemica antimanzoniana e anticlericale fa capolino anche qui (Favoletta morale VIII), mentre la passione per la bicicletta diventa l’occasione per una poesia piena di doppi sensi triviali (In bicicletta).
Insieme con le sgrammaticature (oltre a non essere attraente, Argia è anche ignorante, soprattutto all’inizio), non manca la ricerca di soluzioni sperimentali (da un componimento in spagnolo maccheronico a un tipo di sonetto, definito sbolenfio, che consiste soprattutto nell'impiego di parole e rime sdrucciole). (Giuseppe Zaccaria, voce su Olindo Guerrini del Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani editore.)
Guerrini scrisse in italiano, veneto, romagnolo: la passione per la sperimentazione linguistica trova qui un esito umoristico in Pobre Carlos, dove il divertimento non sta tanto nella vicenda – banale – raccontata, quanto nell’invenzione di un esilarante spagnolo maccheronico. Un altro esempio di questa passione è il Grillò abbragiato: ricevuta in omaggio una copia de La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, manda all’amico Artusi una lettera in cui loda l’opera come la migliore, la più pratica, e la più bella e si prende gioco dei barbarismi di manuali come quello del Vialardi che fa testo in Piemonte, facendone una cernita e concentrandoli in questa ricetta immaginaria.
Ma le poesie tecnicamente più impegnative sono i 6 sonetti cosiddetti “sbolenfi”, dei quali qui si riporta Confida le sue pene alla beata vergine. Giuseppe Zaccaria sembra non rendersi conto che in realtà si tratta di “leporeambi”, un tipo di sonetto dalla struttura particolarmente complessa e cogente, creata da Ludovico Leporeo nel XVII secolo. (In realtà non sembra essersene accorto nessuno: possibile che io sia il primo?) Come in Leporeo troviamo:
               – rime    – assonanti,
                               – preferibilmente sdrucciole:
                                              -ibile, -obile, -ubile, -abile,
                               – anche se, contrariamente a Leporeo,
                                 non sono poste in ordine alfabetico;
               – versi con rime interne (in questo caso 3):
                                   O pia Maria, ve’ della mia terribile.
            E il bibliotecario Guerrini conosceva senz’altro Leporeo,
perché i libri antichi li studiava: pubblicò, per esempio, il primo
studio serio su Giulio Cesare Croce.
             Li studiava e, almeno in un caso, li annotava: una volta
un suo dipendente, Alberto Bacchi della Lega, aveva lasciato
momentaneamente il manuale di ornitologia del Savi aperto sulla 
pagina dedicata al Passer Italiae; quando tornò trovò questa
nota a margine, scritta dal Guerrini:

Deh, l’ornitologo
come un corbello
scambia la passera
per un uccello
.


NOTE
La citazione di Corrado Ricci si trova in
P. Pancrazi, Stecchetti uomo strano, in Ragguagli di Parnaso, Milano-Napoli,
Ricciardi, 1967, pp. 537-543,
riportata nella tesi di laurea (che consiglio di leggere) di
Valentina Forlivesi, Folklore e dialetto in Olindo Guerrini, Giovanni Pascoli, Tonino Guerra e Libero Riceputi, Università degli Studi di Bologna.
L’aneddoto “ornitologico” è riportato, col n. 59, in
               Giuseppe Fumagalli, Aneddoti bibliografici, Milano, Bietti, 1933.


LETTURE CONSIGLIATE

Versione digitale delle poesie di Argia Sbolenfi, di Lorenzo Stecchetti, dei sonetti romagnoli, dei Brani di vita.
Un commento umoristico sull’unificazione linguistica italiana, partendo dal Grillò abbragiato per passare all’analisi della lingua di Pellegrino Artusi, si trova nel mio
Sebastiano Zanetello, Zuppa romana – Non temare di provare culinare – (as)saggi umoristico-gastronomici, Firenze, Mauro Pagliai editore, 2012.

SITI INTERNET
Voce su Olindo Guerrini, a cura di Giuseppe Zaccaria, del Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani editore.
            Voce su Olindo Guerrini.
            Articolo di Giovanna Tagliati su Olindo Guerrini        
            gastronomo, ciclista e poeta in romagnolo.


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