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martedì 16 giugno 2020

E NON STA BENE ovvero PISANO-CIOFFI, IL PRODOTTO DEL BINOMIO



E NON STA BENE
Testo: Gigi Pisano – Musica: Giuseppe Cioffi
(1950)

(Ascolta la versione di Nino Taranto, cliccando qui)

(Ascolta e guarda le versioni – le prime due discografiche e la terza teatrale –  di Vittorio Marsiglia, da quella più cantata a quella più recitata, cliccando qui, qui e qui)

(Ascolta e guarda due versioni di Oscar Di Maio, cliccando qui e qui)


Bella,
cu ll'uocchie belle,
cu 'a faccia bella, na stella si'.
Tu, cu sti ppónte 'e stelle,
mi pungi il cuore, mi fai morí.
Avevam' 'a spusá p' 'a fin' 'o mese,
ma tu dicesti: "Mo tengo da fare,
lo sai che a Roccaraso(1) devo andare.
Io só' nata pe' sciá,
che m'importa di sposá?"
 
Bella,
con gli occhi belli,
con la faccia bella, una stella sei.
Tu, con queste punte di stelle,
mi pungi il cuore, mi fai morire
Ci dovevamo sposare per la fine del mese,
ma tu dicesti: "Ora ho da fare,
Lo sai che a Roccaraso(1) devo andare.
Io sono nata per sciare,
che m'importa di sposarmi?"
 
E non sta bene.
Sei una vigliacca Marí',
mi spacchi il cuore,
ma fai cilecca Marí'.
 
E non sta bene.
Sei una vigliacca Maria,
mi spacchi il cuore,
ma fai cilecca Maria.
 
Io nun te faccio ascí,
te scasso 'e sci,
te scasso 'e sci.
 
Io non ti faccio uscire,
ti rompo gli sci,
ti rompo gli sci.
 
Se tu resti con me,
te compro 'e sciù,(2)
te compro 'e sciù.
 
Se resti con me,
ti compro gli sciù,(2)
ti compro gli sciù.
 
Si po' truove scé-scé,
povera a te,
povera a te.
 
Se poi litighi,
povera te,
povera te.
 
Io te scasso 'e sci,
nun te compro 'e sciù,
e del tuo scé-scé,
io me ne freghé.
Nfré.
 
Io ti rompo gli sci
non ti compro gli sciù,
e della tua lite,
io me ne frego.
Nfré.
 
Pe' na sciata tu te pierde a me?
Io mme ne trovo n'ata meglio 'e te.
Ti assicuro, sí,
che se vai lassù,
certamente non ti sposo più.
Nfrù.
 
Per una sciata tu perdi me?
Io ne trovo un'altra meglio di te.
Ti assicuro, sì,
che se vai lassù,
certamente non ti sposo più.
Nfrù.
 
Bocca,
che bella bocca
che tieni in bocca.
Ma che ne fo'
quando cu 'a stessa bocca
che tieni in bocca,
mi hai detto no?
Mi fai parlare solo come un pazzo.
Tu preferisce 'a neve e no stu core
che batte, pulsa e palpita d'amore.
Vuoi partire pe' sciá
e mi resti solo qua?
 
Bocca,
che bella bocca
che hai in bocca.
Ma cosa me ne frega
se con la stessa bocca
che hai in bocca,
mi hai detto no?
Mi fai parlare da solo come un pazzo.
Tu preferisci la neve e non questo cuore
che batte, pulsa e palpita d'amore.
Vuoi partire per sciare?
E mi lasci qua da solo?
 
E non sta bene.
………………….
 
E non sta bene.
………………….
 
Chiagne?
Ma pecché chiagne?
Nèh, chella chiagne,
che chiagne a fá?
Questo non mi stupisce,
mi intenerisci pe' ghí a sciá.
T'hê miso 'o cuppulone e 'e pantalone,
'e scarpe chiene 'e chiuove
e 'a sciarpa 'e lana.
La donna che ripudia la sottana,
non è donna, sai cos'è?
E' una… pápera, quest'è.
 
Piangi?
Ma perchè piangi?
Nèh, quella piange,
che piange a fare?
Questo non mi stupisce,
mi intenerisci per andare a sciare.
Hai messo il cappello e i pantaloni,
le scarpe piene di chiodi
e la sciarpa di lana.
La donna che ripudia la sottana,
non è donna, sai cos'è?
E' una… papera, questo è.
 
E non sta bene.
………………….
E non sta bene.
………………….

Testo e traduzione reperiti in:
http://www.napoligrafia.it/musica/testi/eNonStaBene.htm

1 - Si po’ truove scé-scé: io tradurrei “Se poi trovi scuse, pretesti, cavilli (per non fare una cosa, o per litigare). Deriverebbe dal francese chercher (cercare), ma come abbia assunto il significato attuale non appare del tutto chiaro (l’aneddoto del soldato francese che cerca informazioni e viene mal compreso, scambiando il suo chercher con l’oggetto non ben identificato della ricerca, mi sembra poco convincente).
2 - Sciù deriva dal francese chou, che significa “cavolo”, ma anche “bignè”.

 


EGIDIO PISANO detto GIGI, (Napoli, 1889 – Napoli, 1973)
 (il secondo alla vostra sinistra, con la cravatta chiara)

GIUSEPPE CIOFFI (Napoli, 1901 – Napoli, 1976)
(il primo alla vostra destra, col papillon)

Fra di loro: NINO TARANTO








La figura comica e patetica dell’innamorato preso per il naso dalla fidanzata, che cerca di darsi un tono autorevole e imperioso (te scasso ’e sci), ma che poi tradisce la sua insicurezza, passando alle blandizie (te compro ’e sciù), figura presentata nella canzone E non sta bene, rappresenta uno dei più tipici e noti esempi della macchietta napoletana.

La macchietta è un genere comico-musicale sviluppatosi a Napoli, a partire dalla fine dell’Ottocento. Suo creatore fu il paroliere Ferdinando Russo (1866-1927), che chiamò come interprete Nicola Maldacea (1870-1945). La prima macchietta fu L’elegante, su testo di Ferdinando Russo e musica di Vincenzo Valente, composta, secondo Maldacea, nell’ottobre o novembre 1891.

La macchietta era caratterizzata da tre elementi, che la distinguevano dalla canzone napoletana classica:
– stile musicale: non era una canzone appassionata, ma una canzonetta appena cantata e un po’ sussurrata (F. Russo);
– carattere: doveva delineare tipi, non sospirare d’amore (F. Russo); ne derivava che la musica non si rifaceva alla romanza, ma alla musica di danza e di intrattenimento;
– rappresentazione: questi tipi, curiosi, comici, o grotteschi, dovevano essere scrupolosamente interpretati (F. Russo) dal punto di vista drammaturgico, ricorrendo anche ad un abbigliamento adeguato.
Questo aspetto drammaturgico veniva particolarmente accentuato dal maggiore interprete di questa prima stagione della macchietta, Maldacea:
Più che un vero canzonettista, io ero un attore che cantava, e alla mia qualità di attore tenevo tantissimo. 
Invece di cantare, invece di accentuare il motivo, consideravo la musica un accompagnamento alle parole, un commento, e mi preoccupavo di dire, colorire, rendendo il ‘tipo’ il meglio che potessi. (N. Maldacea).

Dopo un periodo di decadenza, in seguito alla chiusura del Salone Margherita nel 1911, la macchietta conosce una seconda grande stagione con la nascita, nel 1927, del sodalizio fra Gigi Pisano e Giuseppe Cioffi, un sodalizio talmente celebre da essere chiamato, anche nei manifesti, semplicamente “il Binomio”. Ad essi va affiancato Nino Taranto, il migliore dei loro interpreti.
Nella loro produzione il rapporto fra musica e recitazione diventa più equilibrato e gli aspetti caricaturali si attenuano: non si tratta più di sketch musicali, ma di canzoni vere e proprie, che vengono cantate da tutti e che entrano anche nel repertorio dei posteggiatori. I testi di rado sono esclusivamente in napoletano: di solito si tratta di una mescolanza di italiano e napoletano, che riserva a quest’ultimo gli aspetti meno formalizzati e più spontanei del discorso, creando un rapporto di complicità col pubblico locale.

Nei suoi testi Pisano ama far ricorso alle assonanze. In Non sta bene le assonanze compaiono nel ritornello e si basano sul suono SC:

Io nun te faccio ascí,
te scasso ’e sci,
te scasso ’e sci.

Se tu resti con me,
te compro ’e sciù,
te compro ’e sciù.

Si po’ truove scé-scé,
povera a te,
povera a te.

Tipico della macchietta è il ricorso alle allusioni e ai doppi sensi osceni.
Un procedimento usato da Pisano è quello di suggerire un termine osceno o volgare, mediante l’attrazione della rima.

In Mazza, Pezza e Pizzo… (1936) tutto il testo è giocato ossessivamente sulle parole dalle doppia Z: Mazza, Pezza, sollazzo, Pizzo, Milazzo, pazzo, carezze, ebrezza, Cozzi, Terlizzi, singhiozza, Arezzo, Rizzo, Varazze. Ci sono tutte… o quasi, perché delle parole in –azzo manca proprio quella che sarebbe la più ovvia, se non fosse la più censurabile. Un’imprecazione che aleggia nell’aria, ma che ovviamente non arriverà mai… a meno che l’interprete non incespichi con la lingua mentre nomina il signor Cozzi pazzo, invertendo un paio di vocali o di consonanti.

In Quagliarulo se ne va (1938) le assonanze girano attorno al nome della fedifraga Pamèla: sole, sale, vale, tale, vela, Cile, vile, criminale. Ma il sale della canzone sta nel cognome del povero protagonista, che se ne va, ma dove? Lui dice in Cile ma sarà vero? La rima in –ulo suggerisce tutt’altro (ma non chiedetelo a me!).

Ed ecco un paio di esempi, tratti proprio da E non sta bene. Ormai siamo nel 1950 e le allusioni si fanno più esplicite.

Mi fai parlare solo come un pazzo.
Tu preferisce ’a neve e no stu c…
(esitazione dell’interprete: gli stava scappando la classica – e innominabile – rima in –azzo? Falso allarme:)
core
(che comunque rima, ma col verso successivo:)
che batte, pulsa e palpita d’amore.

(Si noti per inciso che, nella versione meno recente della canzone, Vittorio Marsiglia si (auto?)censura, sostituendo pazzo con matto, eliminando così l’allusione.)

La donna che ripudia la sottana,
non è donna, sai cos’è?
È una p… (nuova esitazione: gli stava scappando un epiteto irripetibile, che finisce con –ttana? Di nuovo un falso allarme:)
pápera,
(e la rima? Arriva, arriva, ma col verso intermedio:)
quest’è.

Questo è un blog dedicato alle parole, ma in questo caso stiamo parlando di canzoni, dove il testo si lega inscindibilmente alla musica. E cosa sarebbero i testi di Pisano senza le invenzioni musicali di Cioffi, senza il suo brio, i suoi ritmi, le sue sottolineature comiche? I ritmi sono quelli dei balli: per la storia comicamente tragica di Agata! il ritmo è quello del tango, per esempio. Ma il ritmo preferito da Cioffi, per il suo carattere allegro vivace, è quello della polka, ed è questo il caso di E non sta bene.

Scusa, Giuseppe, mi stavo dimenticando di te. E non sta bene.



LETTURE CONSIGLIATE
Questo post si basa sullo studio:
Massimo Privitera, “Carlo Mazza, Quagliarulo e soci” Le macchiette di Pisano e Cioffi, incluso in Studi sulla canzone napoletana classica, a cura di Enrico Careri e Pasquale Scialò, Libreria musicale italiana, 2008.
Potete acquistare lo studio di Privitera in formato Pdf, al prezzo di 10 euro, cliccando qui,
oppure ottenerlo gratis tramite academia.edu (previa iscrizione), cliccando qui.

SITI INTERNET
Biografia di Gigi Pisano, cliccando qui.
Biografia di Giuseppe Cioffi, cliccando qui.


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giovedì 26 marzo 2020

LO ZECCHINO D’ORO: QUARANTAQUATTRO GATTI ovvero UNIONI (QUASI) IMPOSSIBILI




A commentare i canti di Dante si sono messi in tanti; a commentare le canzoni dello Zecchino d’Oro non si è messo nessuno: tranquilli, ci penso io.

Oggi si parla di:

44 gatti
Testo e musica: Giuseppe Casarini
10° Zecchino d’oro, 1968
Cantata da Barbara Ferigo

 

Solista
Nella cantina di un palazzone
tutti i gattini senza padrone
organizzarono una riunione
per precisare la situazione.


Quarantaquattro gatti,
in fila per sei col resto di due,
si unirono compatti,
in fila per sei col resto di due,
coi baffi allineati,
in fila per sei col resto di due,
le code attorcigliate,
in fila per sei col resto di due.


Coro
Sei per sette quarantadue,
più due quarantaquattro.


Solista 
Loro chiedevano a tutti i bambini
che sono amici di tutti i gattini
un pasto al giorno e all’occasione
poter dormire sulle poltrone.


Quarantaquattro gatti,
in fila per sei col resto di due,
si unirono compatti,
in fila per sei col resto di due,
coi baffi allineati,
in fila per sei col resto di due,
le code attorcigliate,
in fila per sei col resto di due.


Coro
Sei per sette quarantadue,
più due quarantaquattro.


Solista 
Naturalmente tutti i bambini
tutte le code potevan tirare
ogni momento, e a loro piacere
con tutti quanti giocherellare.


Quarantaquattro gatti,
in fila per sei col resto di due,
si unirono compatti,
in fila per sei col resto di due,
coi baffi allineati,
in fila per sei col resto di due,
le code attorcigliate,
in fila per sei col resto di due.


Coro
Sei per sette quarantadue,
più due quarantaquattro.


Solista
Quando alla fine della riunione
fu definita la situazione,
andò in giardino tutto il plotone
di quei gattini senza padrone.


Quarantaquattro gatti,
in fila per sei col resto di due,
marciarono compatti,
in fila per sei col resto di due,
coi baffi allineati,
in fila per sei col resto di due,
le code dritte dritte,
in fila per sei col resto di due.


Coro
Quarantaquattro gatti,
in fila per sei col resto di due,
marciarono compatti,
in fila per sei col resto di due,


Solista
coi baffi allineati,
in fila per sei col resto di due,
le code dritte dritte,
in fila per sei col resto di due...


Coro

Col resto di due!


(Ascolta la versione originale di Barbara Ferigo cliccando qui)
(Ascolta e guarda la versione dal vivo di Barbara Ferigo cliccando qui
(Ascolta e guarda la versione de I Cartoni dello Zecchino d’Oro volume 4 cliccando qui




44 GATTI, libro con CD-AUDIO, Roma Gallucci, 2007


“Quarantaquattro gatti?” “In fila per sei col resto di due!” Bravi, risposta giusta; ma la domanda era troppo facile: chi se lo può dimenticare un verso così strano?

Nell’immaginario collettivo non ci sono due cose più lontane fra di loro della letteratura e la matematica; eppure nell’esperienza quotidiana di uno scolaro si tratta di cose vicinissime, addirittura contigue quando si passa, per esempio, dalla lettura di una poesia al ripasso delle tabelline o all’esercitarsi con le quattro operazioni aritmetiche. È dunque un accostamento ovvio per un bambino, non però per un paroliere. Ed è qui che sta la forza di quel verso che, da quando abbiamo sentito 44 gatti la prima volta, non abbiamo più scordato: quel in fila per sei col resto di due sorprendente (perché di un tipo totalmente inedito in una canzone) e allo stesso tempo familiare (perché appartenente all’esperienza di tutti gli scolari).

Come sia nata la canzone è lo stesso autore a raccontarlo, in un’intervista a La Stampa: In quel periodo avevo smesso di suonare in giro e insegnavo educazione musicale alle scuole medie di Nonantola: mi venne prima il titolo, ispirato al numero di anni che stavo per compiere, 44, poi il testo, che scrissi in un paio di settimane, e infine, la musica, che composi in un quarto d’ora. Il contenuto della canzone invece viene dal mio grande amore per i gatti: andando a Roma da parenti, su un rudere vicino a piazza Esedra, c’erano questi gatti randagi a cui delle signore davano da mangiare. L’idea della canzone è nata così. (La Stampa, 20 maggio2008)

Ma se il titolo venne subito, il verso che avrebbe fatto la fortuna della canzone tardò ad arrivare: Avevo letto il regolamento del concorso dello Zecchino d’Oro e decisi di tentare. Il titolo venne subito, invece sul testo ci ho pensato per 15 giorni. Ricordo che in piena notte ho svegliato mia moglie per chiederle: che ne dici di “in fila per 6 col resto di 2?” e lei mi ha risposto “te sei matto!”. (La Stampa, 20 maggio 2008)

Si dice spesso che dietro a ogni uomo di successo c’è una grande donna. Non è questo il caso, sembrerebbe, e Casarini fece bene a non badare al giudizio di sua moglie, perché senza quel verso la canzone 44 gatti sarebbe stata un’altra cosa e probabilmente non avrebbe avuto il successo che ha avuto. Però, però… Casarini avrebbe potuto scrivere 44 matti!


SITI INTERNET:

Pagina di Wikipedia sullo Zecchino d’Oro, cliccando qui.
Intervista a Giuseppe Casarini (La Stampa, 20 maggio 2008), cliccando qui.


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domenica 6 maggio 2018

ARRIGO BOITO, ovvero PIZZICA, STUZZICA, PUNGI, SPILLUZZICA – seconda parte




ARRIGO BOITO
(Padova, 24 febbraio 1842 – Milano, 10 giugno 1918)


Non era cominciato bene il rapporto fra Arrigo Boito e Giuseppe Verdi. Il 22 novembre 1863
Boito aveva pubblicato nella rivista Museo di Famiglia l’Ode saffica col bicchiere alla mano:

Alla salute dell’Arte italiana!
Perché scappi fuori un momentino
Dalla cerchia del vecchio e del cretino,
Giovane e sana.

[...]

Forse già nacque chi sovra l’altare
Rizzerà l’arte, verecondo e puro,
su quell’altare bruttato come un muro
Di lupanare.

[...]

Verdi, convinto che Boito si riferisse a lui (se a torto o a ragione non sappiamo con certezza: Boito lo negò sempre), non la prese bene. Ci vollero tutta la pazienza e la diplomazia dell’editore Ricordi per ripristinare i rapporti fra i due: uno sforzo di cui lo dobbiamo ringraziare, perché dalla loro collaborazione nacquero due capolavori, la tragedia di Otello (1887) e la commedia di Falstaff (1893), che rinnovarono il melodramma italiano superando la tradizione dei pezzi chiusi (cioè delle arie, intervallate da recitativi). E ne nacque un’amicizia duratura, un rapporto quasi da padre a figlio fra Verdi (che era del 1813) e Boito (che era del 1842), una stima da parte di Verdi e una devozione da parte di Boito.

I due non potevano essere più diversi.
Boito era meno dotato musicalmente di Verdi: Manca di spontaneità e gli manca il motivo. (Lettera di G. Verdi a Opprandino Arrivabene, citato da E. Buroni nella sua tesi di dottorato Arrigo Boito librettista.). A questo si aggiungevano un’attitudine critica e un perfezionismo paralizzanti, che lo spingevano a disfare e rifare continuamente il proprio lavoro, alla ricerca del capolavoro musicale. Scrisse due sole opere: il Mefistofele, che continuò per anni a ritoccare (non solo dopo l’insuccesso iniziale del 1868, ma anche dopo il trionfo del 1875) e il Nerone, che, continuamente annunciato, rimase incompiuto. Così scriveva a Verdi: Lei è più sano di me, più forte di me, abbiamo fatto la prova del braccio e il mio piegava sotto il suo, la sua vita è tranquilla e serena, ripigli la penna e mi scriva presto: Caro Boito, fatemi il piacere di mutare questi versi ecc. ecc. ed io li muterò subito con gioja e saprò lavorare per Lei, io che non so lavorare per me, perché Lei vive nella vita vera e reale dell’Arte, io nel mondo delle allucinazioni. (Lettera di A. Boito a G. Verdi, 19 aprile 1884.)

Di tutt’altra pasta era Verdi, che aveva assorbito dagli avi la mentalità contadina concreta e pragmatica. A Corrado Ricci che gli spiegava che [...] il Nerone non si compiva perché il Boito aveva il brutto difetto d’essere troppo esigente sulle cose proprie, cioè autocritico, Verdi rispondeva: Non bisogna esagerare nella smania di perfezione, perché è il vero modo di non compiere nulla. La natura, la sincerità di un maestro si mostra meglio mantenendo intatto ciò che è uscito dal proprio genio, dalla propria ispirazione, che ritornare sempre sui propri passi. Anzi, dall’alternativa di cose un po’ basse con altre elevate, queste s’avvantaggiano di più nel contrasto. Talora è da credere che alcuni poeti abbino calcolato su simili effetti. (Corrado Ricci nel Giornale d’Italia del 2 giugno 1918, riportato in Raffaello De Rensis, Arrigo Boito – Aneddoti e bizzarrie poetiche musicali, Roma, Fratelli Palombi Editori, 1942.)

Il sodalizio tra i due fu per Boito liberatorio, per due motivi:
1 – Il confronto con un collega ha una funzione – per usare una metafora biologica – enzimatica: catalizza la reazione creativa. Aiuta ad evitare i vicoli ciechi, a identificare le strade promettenti, ad aprirne di nuove. Non solo: velocizza il lavoro e ne migliora la qualità.
Succede, quando si lavora da soli (e soprattutto se si è di temperamento problematico), di arenarsi per un’inezia o per un dubbio; discuterne con un collega o un amico è la cosa migliore per schiarirsi le idee e per sbloccarsi velocemente: vi dirà di non perder tempo su questo, di focalizzarvi su quello, vi darà degli spunti, vi conforterà su una soluzione... o vi dirà che fa schifo (ma non dovete offendervi!). Sono conversazioni provvidenziali, credetemi miei diletti, ve lo dico da architetto, per esperienza personale, perché i difetti di Boito li ho anch’io. Ma ricordatevi: è fondamentale non essere permalosi.
2 – E poi, diciamocelo francamente: la responsabilità delle scelte finali e definitive ricadeva sempre su Verdi.

Verdi d’altro canto trovava in Boito il librettista ideale, per più motivi:
1 – Boito era, oltre che un buon poeta, un versificatore dalle notevolissime capacità tecniche e dal lessico amplissimo: nei suoi scritti troviamo dantismi, lasciti della tradizione petrarchesca e cinquecentesca, termini colti, ma anche gergali, regionali, colloquiali.
2 – Oltre che letterato, Boito era anche musicista: dunque conosceva profondamente, a livello professionale e per esperienza diretta, il melodramma in tutti e due i suoi aspetti, letterario e musicale.
3 – Si aggiunga poi, per quanto riguarda il Falstaff, la propensione di Boito per il divertimento, le bizzarie e i funambolismi verbali. Propensione che emerge prepotentemente nella corrispondenza privata, più libera e informale, in particolare quella con l’amico Giuseppe Giacosa. Vediamone alcuni esempi.

Due sole rime:

Alla Distintissima Signorina
~ Paolina Giacosa ~
esimia dilettante di fotografia
Laude
Quel ritratto m’assomiglia
Perché il sole è Verità.
Anche quando un granchio piglia
Il fotografo nol sa,
Perché tardi le sue ciglia
Scorgon quel ch’ei fece là.
Ma una figlia di famiglia
Sempre sa quello che fa
Specie se tenuta in briglia
Dalla mamma e dal papà.

(A Paola Giacosa, senza data.)

Omografi, ma con accento diverso:

Mentre ti scrivo al tavolo
incretinito e solo,
al par d’Elia l’arcavolo (1)
sovr’ardent’arca volo.

Per te qual da un trapezio
balzo sul suol natio
del direttor dell’Ezio, (2)
con cuor di padre e zio.

Volo alla Duse: elessero
tuoi versi ad essa impero.
Sparir quei che tessero (3)
tirate alla Tessèro. (4)

Ma il pianto al par della fistola (5)
sulla mia guancia cola!
Vorrei con questa pistola (6)
partir come pistola.

Ma invan! Pure a correggere
le sorti mie severe
le tue mi dovrai leggere
commedie alte e leggere..

(A Giuseppe Giacosa, 19 ottobre1883.)

(1) Elia = Profeta biblico.
(2) Direttor dell’Ezio = Metastasio, nato a Roma, autore dell’Ezio?
(3) Tessero = Tesserono.
(4) Tessèro = L’attrice Adelaide Tessero.
(5) Fistola = Antico strumento musicale a fiato.
(6) Pistola (leggi “pìstola”) = epistola.

Spostamento scherzoso degli accenti, mutando le parole da piane a sdrucciole e viceversa:

O Pin. (1)
Verga sclamò: Lerai! (2)
Gualdo rispose: Mai!
Io sol, perché te àdulo,
La mia canzon già mòdulo:
Andrem sul San Theòdulo, (3)
Ci andrem di grado in gràdulo,
E i passi, messi in fila,
Dei nostri audaci piè
Faran N. 3333!

Verga sclamò: Lerai!
Gualdo rispose: Mai!
Io sol, perché te adùlo,
La mia canzon già modùlo:
Andrem sul San Theodùlo,
A piedi e senza mulo,
Con fosco binocùlo
Garantirem l’ocùlo.
E i passi messi in fila,
Dei nostri eroici piè
Faran N. 3333!

Verga sclamò: Lerai!
Gualdo rispose: Mai!
Con foga aculeata
Dai sorsi del cognac
Affronterem sul ghiaccio
S’anco faccia un crepaccio
Sotto il tuo peso crac.
E i passi messi in fila,
Dei nostri eccelsi piè
Faran N. 3333!

Verga sclamò: Lerai!
Gualdo rispose: Mai!
Facciamo i patti tondi
per ripartire i pondi (4)
Sul vitreo pendìo
Varcando in su e in giù
Prima passerai tu
E poi passerò io.
E i passi messi in fila,
Dei nostri alati piè
Faran N. 3333!

(A Giuseppe Giacosa, 23 giugno 1885.)

(1) Pin = Giuseppe Giacosa.
(2) Lerai = Espressione negativa milanese da “ciondolerai”.
(3) Passo del San Teodulo, 3333 metri s.l.m.
(4) Pondi = Pesi.

Rime con raddoppio di consonante:

[...]
. . . . . .
Ed ora che hai fatto
Lieto il mio fato,
La man mi gratto
E ti son grato
Color che sanno
Ti voglion sano.
A te il nuov’anno
Porti un nuov’ano.
––––
Schiva la carta Bristola (1)
Quella non fa per te
Guarisci la tua fistola
e vieni a San Josè. (2)

(A Giuseppe Giacosa, febbraio 1889.)

(1) Carta bristola = cartoncino bristol.
(2) San Josè = 19 marzo, S. Giuseppe.

Assonanze alla maniera di Leporeo (non sapete chi è? cliccate qui), del tipo -ate, -ete, -ite, -ute (e, a volte, con la consonante precedente identica (come -mate, -mete, -mite, -mute):

Caro Pin. Voi fabbricate
sulle vostre alture chete
prose e versi e v’arricchite
rimbottandovi la cute.
E Melpomene, che amate, (1)
già v’innalza nuove mète
sovra un vol or fiero or mite.
– Io vi grido: Picamute”. (2)
Picamute! ed armo l’arco
Per gettarvi in braccio all’orco,
perché sempre un uomo parco
porta invidia a un uomo porco.
E il mio verso ver voi striscia
mentre un suon d’alt’acque scroscia;
E quel suon, m’accorsi poscia,
è d’uom che qui accanto piscia.
Già sperai la “Resa” rasa (3)
e squittivo dalle risa,
quando, a Roma, ecco la “resa”
rifiorir come una rosa;
la signora Amelia Prasa
tal notizia aveva presa
dal “Corrier”; io con sorprisa
maledii la vostra prosa.
Se voi foste a Buda-Peste,
scrivereste per le poste
più sovente. Io mangio paste.
Tutto està sto a Villa d’Este. (4)
Ristorar vi vuol quest’oste
Come foste Illica o D’Aste. (5)
Via! Scendete l’erta erma,
qui portate ogni vostr’arma,
lancia, elmetto e spada e parma; (6)
poscia andrem più presto a Parma,
Ombre, aure, onde e quante elise (7)
voci quel che Laura eluse (8)
qui v’attendon; “e i me dise
che qua vol vegner la Duse”. (9)
Puro è il ciel; trilla la rana;
sovra un suol di fine arena
gentilmente il fonte orina;
vola l’Euro o vien da Arona;
suoi tepori agosto emana;
ride al suol la roccia amena
che nel sen chiude la mina.
“Vien, se no te digo mona. (10)

(A Giuseppe Giacosa, post marzo 1886?)

(1) Melpomene è la Musa del canto.
(2) ?
(3) allude alla Resa a discrezione, commedia di G. Giacosa, 1886.
(4) Està = estate.
(5) Luigi Illica e Ippolito Tito D’Aste, drammaturghi.
(6) Parma = piccolo scudo.
(7) Citazione petrarchesca; elise = elisie, dei Campi Elisi, luogo dell’aldilà destinato alle anime elette, secondo gli antichi Greci.
(8) Francesco Petrarca.
(9) E mi dicono che qua vuol venir la Duse.
(10) Se no (non, nella trascrizione consultata) te digo mona = Vieni, sennò di dico minchione]

Ancora assonanze, ancora più difficili: sdrucciole (-icciola, -ucciola, -occiola), tutte con la stessa terminazione (-ciola).

Mi mandi la tua bric
Di canzoncina pic
tessuta in rime sdruc (1)
Io la tua carta spic
Di vil monata, arric (2)                 ciola
E alla mia lampa abbruc

– Un falso argento sgoc
La coda della chioc

(A Giuseppe Giacosa, 1885.)

(1) Rime, nella trascrizione originale.
(2) Monata = stupidaggine, in veneto.

Latinismi maccheronici, in cui si alternano calchi scherzosi del nominativo e del genitivo (-ago, -aginis) della terza declinazione:

Forse una vaga imagine
È questa tua lombago,
Ovvero una lombagine
Della tua vaga imago.
Prendi penna e cartagine,
ovvero sia Cartago,
E scrivi illustri pagine
Che il mondo faccian pago,
Da Londra a Crescenzagine,
Ovvero Crescenzago.

(A Giuseppe Giacosa, senza data.)

Allitterazioni a gogò:

Tu andrai d’Andrate sul verde colle, (1)
Lesta l’estate trascorrerai,
Trarrà tra rari nappi il suon folle
d’ilari lari la lira là.
Lì ti rimiri nell’onda viva,
Lì ti ritiri fra l’ombre e i fior,
Lì sull’arborica verzura estiva
Il carco corica, carico cor!

(A Giuseppe Giacosa, marzo 1888?)

(1) Boito si rivolge a se stesso.

Uso compulsivo delle abbreviazioni, autentiche o inventate:

Caro Prof. Avv. Cav. e Com.
Oggi, qui, ore 6. pom.
Al Term. Cent. 40 gr.!
Andrò allo Stab. Idr. di Gr.
Verso il 26 del corr.
Tu rispondi al prossimo corr.
Caro Com. Avv. Cav. e Prof.
Dammi un clis. un lav. un sbrof, (1)
Caro Prof. Com. Avv. e Cav.
Dammi un sbroff, un clis. un lav.
Tal ch’io possa dire: brrrr!
Con i miei quaranta gr.
Caro Prof. cura il tuo pat. (2)
Colla moll. inzupp. nel lat.
Se nol farai tu dirai: Crist!
Dirai Crist! al zac del bist. (3)
Cura il pat. con un ammoll.
Latte e malva 10 gram.
E sarai guarito indubb.
Credi al tuo dev. aff. ex-coll.
Della Comm. Art. Mus. e Dram.
Del R. Min. dell’Istr. Pubb.

(A Giuseppe Giacosa, luglio 1884.)

(1) Sbroff = spruzzo, in lombardo.
(2) Pat. = paziente?
(3) Zac del bist. = taglio del bisturi.

E, per finire, una poesia criptica, che acquista senso trascrivendo i numeri del terzo, quarto, settimo e ottavo verso in numeri romani.

Pinotto, da quel dì quel che ti lasciai, (1)
la penna tua nove nove non dièci. (2)
Siccome un cinquecento cinque e dieci (3)
della cinquanta cinque e dieci ai rai (4)
inforcasti l’arcion senza dir: Ahi! – –
Io, nel vederti con audacia tanta
sul mille cinque e cinquanta, pensai (5)
tremando al tuo cento cinque e cinquanta. (6)

(A Giuseppe Giacosa, senza data.)

(1) Pinotto = Giuseppe Giacosa.
(2) Nove nove non dièci = non ci diede nuove notizie.
(3) Cinquecento cinque e dieci = DVX (in numeri romani).
(4) Cinquanta cinque e dieci = LVX (in numeri romani).
(5) Mille cinque e cinquanta = MVL (in numeri romani).
(6) Cento cinque e cinquanta = CVL (in numeri romani).

La prima del Falstaff si tenne il 9 febbraio 1893 alla Scala di Milano. Verdi aveva 79 anni!
Con l’Otello (1887, sempre su libretto di Boito) e col Falstaff Verdi rompeva un silenzio operistico che durava dal 1871 (Aida), dimostrando non solo che, nonostante l’età, la sua creatività non si era affievolita, ma anche che era capace di rinnovarsi percorrendo strade nuove. E, sempre col Falstaff, dimostrava inoltre di saper trattare il registro comico, che non era considerato nelle sue corde: l’unica sua opera comica precedente – la giovanile Un giorno di regno, 1840 – era stata un insuccesso.
Un po’ di merito, in tutto questo, va attribuito anche a Boito, che ne dite?


LETTURE CONSIGLIATE

Opere di Arrigo Boito
Falstaff
Libretto: è facilmente reperibile su Internet. La versione dall’impaginazione più accurata si trova qui.
Registrazione audiovisiva: una versione dell’opera con sottotitoli si trova qui (la scena riportata in questo post comincia a 1h 57’ 33’’ ).
Re Orso. Fiaba. Non potete, miei diletti, fare a meno di leggere questo poemetto polimetro (= con versi di varia misura): un divertissement bizzarro e macabro, una matta cosa (A. B.) dove Boito dispiega tutta la sua abilità di versificatore. Il poemetto ha avuto varie edizioni, con varianti (1865, 1873, 1877, 1902). Trovate l'edizione del 1902 qui.

Su Boito poeta e musicista
Riccardo Viagrande, Arrigo Boito, “Un caduto chèrubo”, poeta e musicista, Palermo, l’Epos, 2008.

Su Boito poeta e librettista
Edoardo Buroni, Arrigo Boito librettista, tra poesia e musica, Firenze, Franco Cesati Editore, 2013. È la rielaborazione della tesi di Dottorato (Edoardo Buroni, Arrigo Boito librettista - Un’indagine linguistica tra testo poetico e testo musicale, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Filologia Moderna, A. A. 2008/2009), che potete scaricare da qui.

Sul rapporto fra Boito e Verdi
Riccardo Viagrande, Verdi e Boito “All’arte dell’avvenire”, Monza, Casa Musicale Eco, 2013)

L’epistolario
L’epistolario di Arrigo Boito è scaricabile da qui (prima parte) e da qui (seconda parte).

LA PRIMA PARTE DI QUESTO POST SI TROVA QUI.


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