domenica 24 maggio 2015

FARE UNA FILASTROCCA - 11



PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE


GIOCARE CON LE ASSONANZE – 2
ZANZIBAR e ZZZ


Toti Scialoja era affascinato dal ronzio della zanzara – intesa non tanto come insetto, quanto come parola – tanto da dedicarle ben 13 poesie. Ma non fu il primo a sfruttare le possibilità di giocare con le assonanze che la zanzara offriva:

Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar
e le mosche fosche e losche
fra le frasche stanno fresche.


Così comincia La filastrocca dei cento animali (delle orecchie sturate i canali) di Sergio Tofano: una poesia che – come potete immaginare – avrei voluto scrivere io. Non l’avevo scritta io, è vero, ma nulla mi vietava di trarne motivo di ispirazione:
– per il titolo di una mia filastrocca: Filastrocca dei versi diversi (e dei verbi che devon sapersi) (IL CORVO CON LA CRA-CRAVATTA, Sarnus editore, 2012);
– per una nuova filastrocca, che accentuasse le allitterazioni: a zanzare, zanzibar, zonzo, bazar, ho aggiunto pranzi e gironzoli:

ZANZIBAR

Se tu pranzi a Zanzibar,
vai a zonzo nei bazar
o gironzoli nei bar,
attenzione alle zanzar!

Il troncamento finale (zanzar anziché zanzare) riecheggia ironicamente quelli delle poesie e delle canzoni di una volta: un procedimento tipico, anche questo, di Sergio Tofano. Ma il carattere insolito di questo troncamento deriva dalle incarrighiane: poesie scherzose, ispirate a quelle involontariamente umoristiche di Ferdinando Ingarrica (o Incarriga), caratterizzate dai troncamenti finali più improbabili.

Ma, impegnandosi, si può fare di più: una zanzara in un bazar orientale evoca lo zenzero e quest’ultimo contiene lo zero; c’è un po’ di zanzara in Zanzibar; in zanzara ci sta tutta Zara e Zara evoca rara:
zanzara → zenzero → zero
zanzara → Zanzibar
zanzara → Zara → rara

Ecco allora una storia un po’ più complessa:

ZZZ
(ZENZERO E ZANZARE)

Nei bazar di Zanzibar
trovi zenzero e zanzar.
(Devo dir che la zanzara
non è rara neanche a Zara,
ma lo zenzero, davvero,
si riduce quasi a zero).


Zanzibar e Zzz
fanno parte della raccolta
FILASTROCCHE DEL MATTO MATTONE
Sarnus editore, 2012.



Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche:

FARE UNA FILASTROCCA – 10
FARE UNA FILASTROCCA – 12
FARE UNA FILASTROCCA – 13


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domenica 19 aprile 2015

LO ZECCHINO D’ORO: IL DITO IN BOCCA ovvero FARSI GUIDARE DAL SUONO


A commentare i canti di Dante si sono messi in tanti; a commentare le canzoni dello Zecchino d’Oro non si è messo nessuno: tranquilli, ci penso io.
Oggi si parla di:

IL DITO IN BOCCA
Testo: Alberto Testa – Musica: Eros Sciorilli – Nicola Aprile

Cantano Angiolina Gobbi e Alessandro Ferraro
8° Zecchino d’Oro, 1966.

(Ascolta e guarda la versione originale dal vivo cliccando qui.)
(Ascolta la versione originale registrata cliccando qui.)

Bambina:
Questa è la filastrocca
“antidito in bocca”
per i più piccini,
proprio come te.


Fila la filastrocca,
carina ma sciocca.
Canta la cantilena,
ripetila con me.

C’era la ceralacca,
adesso non c’è più.
Non è rimasta
nemmeno una pasta;
non c’è neppure
una pera del Perù.

Tira la tiritera,
di giorno, di sera.
Senti la sentinella
che grida : “Chi va là?”

Questa canzone sciocca
imparala anche tu.
E mentre canti la filastrocca
il dito in bocca non metti più.
 

Coro:
Il dito in bocca non metti più.

Bambino:
Fila la filastrocca

[...]
 
Coro:
Il dito in bocca non metti più.

I due bambini assieme:
Tralalalà laléro laléro laléro
tralalalà laléro laléro tralallà.


Questa canzone sciocca
imparala anche tu.
E mentre canti la filastrocca
il dito in bocca non metti più.


Coro:
Il dito in bocca non metti più.




Quando ascoltai per la prima volta Il dito in bocca, non mi fece una particolare impressione: avevo solo anni 10 anni “e mezzo” – un “mezzo” a cui i bambini tengono molto – e di una canzone mi colpiva più la musica – che doveva essere allegra e orecchiabile – che il testo. Ma la mamma ci aveva comprato il disco di quell’Ottavo Zecchino d’Oro, e così, qualche anno dopo, ebbi modo di riscoprirla.
Se canti, smetti di mettere il dito in bocca: questo è il senso della canzone. E se il cantare ha questo scopo, che importanza ha quello che dice la canzone? Anche un testo sconclusionato va bene.
Ma la funzione “antidito in bocca” è chiaramente solo un pretesto: gli autori volevano dare una giustificazione a un testo che in realtà non dice praticamente nulla o, meglio, dice cose sostanzialmente prive di senso.
Non sono un appassionato di nonsense: un testo deve avere una sua coerenza e una sua pregnanza. Un testo semplicemente insulso non mi dice niente. Ma la coerenza non risiede necessariamente nel senso; può essere data dal suono, innanzitutto dalla rima:

Non è rimasta
che cosa?
nemmeno una pasta;

ma anche da assonanze o consonanze:

non c’è neppure
che cosa?
una pera del Perù.

e dal ritmo: in questo caso dall’addensarsi finale delle corrispondenze sonore e dal passaggio dai versi piani al finale verso tronco.

Ma c’è di più. La tecnica generatrice prevalente è quella che potremmo definire della filiazione:

fila → filastrocca
canta → cantilena
c’era → ceralacca
tira → tiritera
senti → sentinella

Come si vede, una logica c’è, ed è ferrea; ma è una logica che genera la narrazione a partire dal suono – cioè dal significante – anziché dal significato. Il testo acquista una pregnanza particolare e la canzone è dunque tutt’altro che sciocca, come invece finge di sostenere:

Questa canzone sciocca
imparala anche tu.

A meno che non intendiamo sciocca come terza persona singolare del presente indicativo del verbo scioccare...


NOTA
Su Alberto Testa potete leggere anche questo post:


SITI INTERNET:

Pagina di Wikipedia sullo Zecchino d’Oro.


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sabato 14 marzo 2015

RODDY DOYLE ovvero IL (MAL)TRATTAMENTO RIDARELLI



CAPITOLO UNO

IL RITORNO DEL
CAPITOLO UNO

CAPITOLO DUE

CAPITOLO TRE

UN CAPITOLO CHE NON È VERAMENTE
UN CAPITOLO PERCHÉ IN REALTÀ NON
SUCCEDE NIENTE, MA LO CHIAMEREMO
CAPITOLO QUATTRO

CAPITOLO CINQUE
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO QUATTRO
MA PAZIENZA, LO CHIAMEREMO
CAPITOLO CINQUE

CAPITOLO SEI
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO CINQUE
ED È UN ALTRO DI QUEI CAPITOLI
IN CUI NON SUCCEDE QUASI NIENTE,
A PARTE UNA COSA MOLTO ECCITANTE
ALLA FINE

CAPITOLO SETTE
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO CINQUE
... MI SEMBRA...
MA CHIAMIAMOLO...
BE’, NON SO PIÙ CHE CAPITOLO
DOVREBBE ESSERE

CAPITOLO OTTO
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO...
UN MOMENTO.
UNO, DUE, TRE, QUATTRO...
OK, BASTA,
ANDIAMO AVANTI

CAPITOLO QUALCOSA

UN ALTRO CAPITOLO

IL CAPITOLO DOPO
QUELLO DI PRIMA

IL CAPITOLO PRIMA
DI QUELLO DOPO

QUESTO CAPITOLO
SI CHIAMA COME MIA MADRE
PERCHÉ HA DETTO CHE POTEVO
ANDARE A LETTO TARDI
SE LO CHIAMAVO COME LEI
CAPITOLO
MAMMA DOYLE

QUESTO CAPITOLO SI CHIAMA
COME IL MIO FRIGORIFERO
CHE MANTIENE FRESCHE
TUTTE LE COSE DA MANGIARE
CAPITOLO FRIGORIFERO

CAPITOLO
DUE MILIONI E SETTE

CAPITOLO SEDICI
(A PROPOSITO, QUESTO CAPITOLO È
IL BIS, BIS, BIS, BIS, BIS, BIS,
BIS, BIS, BIS, BIS, BIS, BIS, BIS,
BISNIPOTE DEL CAPITOLO UNO)

QUESTO CAPITOLO SI CHIAMA COME
ELVIS PRESLEY
CHE ABITA SOTTO IL RIPOSTIGLIO
NEL GIARDINO DI CASA NOSTRA

UN CAPITOLO CORTISSIMO
PER DIRVI A QUANTI CENTIMETRI
DALLA CACCA
SI TROVAVA IL PIEDE DEL SIGNOR MACK

OGNI STORIA HA MOLTISSIME VERSIONI
E ANCHE QUESTA PUÒ
ESSERE RACCONTATA IN TANTI MODI DIVERSI:
I CRACKER RACCONTANO
LA LORO VERSIONE DELLA STORIA

UN VERO CAPITOLO

ROVER RACCONTA
LA SUA VERSIONE
DELLA STORIA

QUANTI CENTIMETRI ADESSO?

GIÀ, DOV’ERANO
ANDATI A FINIRE?

E ADESSO QUANTO CI MANCA?

KAYLA
RACCONTA
LA SUA VERSIONE
DELLA STORIA

JIMMY E ROBBIE
RACCONTANO
LA LORO VERSIONE
DELLA STORIA

QUANTO CI METTE
ROVER?

ORMAI CI SIAMO!!

DOVE
È ANDATO A CACCIARSI
ROVER?

IL GABBIANO
RACCONTA
LA SUA VERSIONE
DELLA STORIA

DOVE
È ANDATO A CACCIARSI
ROVER?
{II}

ROVER
RISOLVE TUTTO

UN CAPITOLO
CHE NON È VERAMENTE
UN CAPITOLO
PERCHÉ LA STORIA È FINITA
ALLA FINE DEL
CAPITOLO PRECEDENTE


(Titoli dei capitoli di: Roddy Doyle, Il trattamento Ridarelli, traduzione di Giuliana Zeuli, Milano, Adriano Salani editore su licenza della Ugo Guanda Editore, 2001).




RODDY DOYLE
(Dublino, 8 maggio 1958 – vivente)
(foto di Hburdon)

 
A chi scrive libri per bambini prima o dopo capita, è inevitabile: arriva qualcuno che ti chiede se non hai mai pensato di scrivere un libro per adulti. La domanda viene sempre posta in maniera gentile ma, detto fuori dai denti, senza tante cerimonie, non significa altro che: “Hai mai pensato di passare dalla serie B alla serie A?”
Ora, è chiaro che a un bambino va proposto qualcosa di più semplice della filosofia di Kant o della teoria della relatività di Einstein; ma questo non significa che scrivere per i bambini sia più facile.
Primo: perché è un pubblico difficile.
Avete mai provato a leggere qualcosa in pubblico? Se quello che proponete non funziona, l’ascoltatore adulto vi sopporta pazientemente, e magari alla fine applaude – sia pure tiepidamente – anche solo per educazione. Il bambino no: pur inconsapevolmente, è spietato: comincia ad agitarsi, chiacchiera, si distrae. Se invece è preso dal racconto, potete stare sicuri, non c’è bisogno di richiami: non vola una mosca. Chi scrive per i bambini deve riuscire a catturarli subito e, dopo, non li deve più mollare.
Secondo: se scrivo per adulti, ho buone possibilità di prevedere le reazioni del lettore, perché sono adulto anch’io. Ma se scrivo per bambini, posso fare lo stesso? L’umorismo dei bambini è diretto: non percepiscono, per esempio, l’ironia. Ci sono cose che fanno ridere grandi e piccini e cose che fanno ridere solo i grandi; c’è anche una cosa che – di solito – fa ridere solo i piccini: la cacca.
Per questo prevedere le reazioni dei bambini è più difficile: la cosa migliore è quella di effettuare una verifica sperimentale. E così ha fatto Roddy Doyle: Un giorno ho deciso di vedere se riuscivo a scrivere qualcosa per i miei figli. Ho scritto una pagina e poi gliel’ho letta per vedere la loro reazione. Ho inserito ed eliminato, in base alle loro osservazioni, e il giorno successivo l’ho riscritta e corretta ancora. Per giorni e giorni siamo andati avanti così: per tutti era diventato un lavoro quotidiano al ritorno da scuola.
Sono stati loro i miei veri editor. (R. D.)
(La citazione è pubblicata sulla terza di copertina de Il trattamento RidarelliThe Giggler Treatment, 2000 – , che però non è il primo libro per bambini scritto da Doyle: dunque deve riferirsi a Not just for Christmas, pubblicato nel 1999.)

Il trattamento Ridarelli è il secondo libro per bambini di Roddy Doyle. Per raccontarne la trama bastano poche parole: un tizio – il sig. Mack – sta per pestare una cacca. Punto. Tutto qua? Tutto qua. Un po’ poco, direte voi. No, non è un po’ poco: è troppo poco, anche per un argomento come la cacca, irresistibile per i bambini. Troppo poco per uno scrittore standard, per essere precisi. Ma Roddy Doyle non è uno scrittore standard; soprattutto: Roddy Doyle è anche uno sceneggiatore, e si vede.
Il libro è strutturato infatti come un film (e forse è stato pensato anche in funzione di una trasposizione filmica, magari di animazione):
– non si perde in preamboli e presentazioni: comincia subito con la scena clou (che poi scopriremo essere la scena finale della storia), ma la interrompe da subito con una serie di flashback che chiariscono, un po’ alla volta, gli antefatti;
– fa uso del ralenti: per tutta la durata del libro il piede si sta avvicinando alla cacca: la calpesterà o no?
– mantiene sempre serrato il ritmo introducendo continui cambiamenti di scena e di personaggi (e relativi punti di vista);
– termina con un finale da cardiopalmo, la classica corsa contro il tempo. (E qui, oltre al tempo, Doyle dilata anche lo spazio: partiamo inaspettatamente dall’Egitto e arriviamo subito sotto la torre Eiffel – ma non eravamo in Inghilterra? – e poi, incredibilmente e grazie alla galleria scavata da un coniglio – vi ricorda niente? Siamo nel Paese delle Meraviglie! – attraversiamo la Manica.)
Ma queste tecniche possono reggere per il centinaio di pagine del libro? C’è il rischio che, a tirar troppo la corda, questa finisca per rompersi. E allora Doyle condisce il tutto con trovate surreali; per esempio:
– il gabbiano che odia il pesce;
– i cracker che sanno dire solo ovvietà;
– la piccola Kayla che non sa dire neanche quelle, ma solo A-bah – e tuttavia tutti la capiscono...
– ... ah, stavo dimenticando il meglio: l’autore è costretto a cambiare il finale; non però su pressione dei lettori (le cui obiezioni appaiono – in corsivo – di quando in quando nel corso del libro), ma su esplicita richiesta – accompagnata da argomenti molto convincenti – di uno dei personaggi!
E allora, alla fine il nostro eroe pesterà o no la cacca? Mi dispiace, ma questo è il tipico caso in cui il riserbo è la virtù principale di un buon recensore.
Un altro, non trascurabile, motivo di divertimento sono i surreali titoli dei capitoli:
– Doyle parte da un anonimo Capitolo uno, che però poi ritorna, raddoppiandosi;
– dopo un po’ comincia a perdere il conto e a ingarbugliarsi;
– a un certo punto rinuncia a contarli: si comincia con Capitolo qualcosa e si finisce con Capitolo Frigorifero;
– tenta poi disperatamente di riprendere la conta: Capitolo due milioni e sette, seguito, incongruamente, dal Capitolo sedici;
– finendo poi, dopo l’assurdo Capitolo Elvis Presley, con titoli che diventano descrittivi; anche troppo, a dir la verità: il Capitolo cortissimo ha un titolo lunghissimo e un testo brevissimo: un titolo (che potrebbe essere un testo) più lungo del testo (che potrebbe essere un titolo). Ve lo trascrivo per intero:
UN CAPITOLO CORTISSIMO
PER DIRVI A QUANTI CENTIMETRI
DALLA CACCA
SI TROVAVA IL PIEDE DEL SIGNOR MACK
Due.

[Fine del capitolo.]  
Un record di brevità, da Guinness dei primati. Ma io posso batterlo:

UN CAPITOLO CORTISSIMO
PER DIRVI A QUANTI CENTIMETRI
DALLA CACCA
SI TROVAVA IL PIEDE DEL SIGNOR MACK
2.


APPENDICE  
Per i pignoli, i curiosi e gli sfaccendati, allego questo prospetto: DISTANZA DELLA SCARPA DEL SIG. MACK DALLA CACCA  
Pag. 13     Quattro passi, tre passi, due passi.
Pag. 14     42 cm.
Pag. 19     37,5 cm.
Pag. 27     25 cm.
Pag. 35     20 cm.
Pag. 39     20 cm; 18 cm; 15 cm; 12 cm.
Pag. 49     12 cm.
Pag. 65     7 cm.
Pag. 70     2 cm.
Pag. 78     1cm; 2/3 di cm; ½ cm; meno di ½ cm.
Pag. 81     men che meno di ½ cm.
Pag. 89     1 ciglio di topo, ma attenzione: Non in lungo, di traverso. (R. D.)
Pag. 99     La scarpa stava già baciando la cacca. (R. D.)

(La storia finisce a pag. 105, ma il libro continua fino a pag. 108, perché Tutte le storie più belle contengono un messaggio e in questa storia ce ne sono tantissimi.(R. D.) Doyle ne elenca 6… anzi 7, come gli ricorda in extremis uno dei personaggi, il cane Rover.)


P.S.

Avrete capito che il Trattamento Ridarelli consiste nel far pestare cacca alla gente. Mi accorgo però solo ora che non vi ho detto chi sono i Ridarelli! Beh, poco male: lo scoprirete leggendo il libro.


LETTURE CONSIGLIATE
Ovviamente:
Roddy Doyle, Il trattamento Ridarelli, Adriano Salani editore, 2001.

SITI INTERNET  
Sito ufficiale di Roddy Doyle (in inglese).  
Pagina di Wikipedia su Roddy Doyle (è in inglese, ma non c’è scelta: la pagina in italiano è veramente troppo scarna).  
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mercoledì 18 febbraio 2015

LO ZECCHINO D’ORO: IL TORERO CAMOMILLO ovvero PARTIRE DAL TITOLO



A commentare i canti di Dante si sono messi in tanti; a commentare le canzoni dello Zecchino d’Oro non si è messo nessuno: tranquilli, ci penso io.
Oggi tocca a


IL TORERO CAMOMILLO 
Testo: Franco Maresca – Musica: Mario Pagano
Edizioni Bideri
Canta: Michele Grandolfo
10° Zecchino d’Oro, 1968

(Ascolta la versione originale cliccando qui.)
(Ascolta e guarda la versione de I Cartoni dello Zecchino d’Oro cliccando qui.)

 

Coro:
Olé!
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé!

Solista:
Già il toro è nell’arena,
però non c’è il torero:
cos’è questo mistero?
Chissà dove sarà!


Coro:
Olé!

Solista:
Lo cercano dovunque,
la folla intanto grida
che vuole la corrida,
che vuole il matador.


Coro:
Olé, olé, olé!

Solista:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo,
se il toro ti è vicino,
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.


Coro:
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà. Olé!

Solista:
Ed ecco finalmente
che scende nell’arena
non sembra darsi pena,
va con tranquillità.


Coro:
Olé!

Solista:
Avanza lemme lemme,
si piega sui ginocchi
e si stropiccia gli occhi
il grande matador.


Coro:
Olé, olé, olé!

Solista:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo,
se il toro ti è vicino,
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.


Coro:
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé!

Solista:
La folla va in delirio
vedendo quel torero
accarezzare il toro
e poi dormirci su.


Coro:
Olé!

Solista:
È buono e sottomesso
quel toro grande e grosso
che fa da materasso
al grande matador.


Coro:
Olé, olé, olé!

Solista:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il
matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo,
se il toro ti è vicino,
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.


Coro:
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé! Olé!
Olé, olé, olé!
Olé!


(Ho ricavato il testo, con qualche aggiustamento, da quello fornito da Maristella a Filastrocche.it: http://www.filastrocche.it/nostalgici/canzoni/torero.htm)




Immagine tratta da:
I Cartoni dello Zecchino d’Oro
IL TORERO CAMOMILLO

Il torero Camomillo è una delle più note canzoni dello Zecchino d’Oro ed è una delle mie preferite. Come sarà nata? Proviamo a ipotizzarne la genesi.
Carmen (1845) è una novella di Prosper Mérimée, un dramma di amore e di morte da cui Georges Bizet trasse – con modifiche – l’omonima opera in musica (1875, libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy con interventi dello stesso Bizet). Tra le varie modifiche, una ci interessa qui in particolare: l’approfondimento del personaggio del picador Lucas, che viene promosso toreador e ribattezzato Escamillo. Personaggio fortunato perché, del triangolo amoroso che forma con la sensuale Carmen e il violento (e geloso) Don José, sarà l’unico a sopravvivere.
Ma a noi chi fa il toreador non piace, vero? E allora, come sfotterlo? Deformare il suo nome è una tentazione irresistibile: perché non trasformare il baldanzoso e vincente Escamillo in un buffo e improbabile Camomillo?
A questo punto abbiamo un nome, ma ci manca un carattere e una storia. Tuttavia non è difficile ricavarli: con un nome così, Camomillo dev’essere senz’altro un tipo che ha sempre sonno. Ed ecco allora un torero sonnacchioso e pacifico, che, se proprio deve avere a che fare col toro, non trova di meglio che usarlo come materasso; e il toro, sorpreso dalle sue carezze, perde tutta la sua aggressività.
E così lo sfottimento è totale: Camomillo, novello e inconsapevole Gandhi, con mezzi ultrapacifici manda in vacca – l’immagine mi sembra pertinente – la cruenta corrida.
Il torero Camomillo nasce dunque da un processo creativo rovesciato: il nome del personaggio e il titolo della canzone non sono dettagli precisati dopo aver elaborato la storia, ma, al contrario, ne sono il nucleo generatore. Senza la Carmen, Il torero Camomillo non sarebbe mai nato: merci, monsieur Bizet.

NOTA TECNICA
La canzone è costituita da strofe di 4 settenari – i primi 3 piani, il quarto tronco – di cui solo il secondo e il terzo rimano. Settenari... rime parziali.... versi finali tronchi ... qualcosa del genere devo averla già sentita... Ma sì! Provate a cantare questi versi sulla musica – della strofa o del ritornello, fate voi – del Torero Camomillo:

Olé!
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé!

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,


Olé!

Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta [...]


Olé! Olé!
Olé, olé, olé!
Olé!


SITI INTERNET:

http://it.wikipedia.org/wiki/Zecchino_d%27Oro 

Pagina di Wikipedia sullo Zecchino d’Oro.


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domenica 25 gennaio 2015

GIOVANNI VISCONTI VENOSTA ovvero EI FU SICCOME?!?




[Stralci della declamazione del sarto di Tirano]


Ei fu! Siccome l’agili
Piume del firmamento
Nel valicar le trepide
Ali d’un suo lamento
Non è possibil campo
Non è possibil lampo
D’inadeguata fé.
.  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .

Ei ripensò le mobili
Tende e i percossi calli
E il lampo dei manipoli
E i ferri dei cavalli,
E col suo piede adusto
Il secolo d’Augusto
Si pose a contemplar.
.  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .

Allor pensò alla vergine
De’ patrii suoi covili
Cinta di quattro pargoli
Maschili e femminili
Che con preghiere vane
Andran cercando un pane
Fra l’arabe tribù.

Così dicendo, un gelido
Miasma vespertino
Strinse le fauci plastiche
Al misero tapino
Perdé prima l’udito
Poi mosse ancora un dito
Quindi non era più.
.  .  .  .  .  .  .  .


Stava la bella estatica
Sul tremolo verone
.  .  .  .  .  .  .  .


Alla novella orribile
Della notizia amara
Rimase muta estatica
Qual marmo di Carrara
Poi disse con trasporto
Ahi se non fosse morto
Forse vivrebbe ancor!

E tracannò un bicipite
Velen che seco avea,
Poi con un brando ostetrico
Donatole da Enea
Si trapassava il petto;
Poi si gittò dal tetto,
Poi si affogò nel mar!

(in: Giovanni Visconti Venosta, Ricordi di gioventù, cose vedute o sapute, 1847-1860, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, 1904)


Il CINQUE MAGGIO
ODE.

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,

La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.


(Alessandro Manzoni, 1821; testo tratto da Opere varie, Fratelli Rechiedei Editori, 1881)



GIOVANNI VISCONTI VENOSTA
(Milano, 4 settembre 1831 – Milano, 1º ottobre 1906)


Giovanni Visconti Venosta ci ha lasciato due raccolte di novelle (Novelle, 1871; Nuovi racconti, 1897), un romanzo (Il curato di Orobio, 1886) e un’autobiografia che all’epoca ebbe grande successo, preziosa cronaca del Risorgimento lombardo (Ricordi di gioventù, cose vedute o sapute, 1847-1860, 1904). Ma la sua fama è giunta a noi per un piccolo componimento estemporaneo: La partenza del crociato. Il titolo non vi dice niente? Ma sì, è la storia del prode Anselmo:

Passa un giorno, passa l’altro,
Mai non torna il nostro Anselmo,
Perché egli era molto scaltro,
Andò in guerra, e mise l’elmo...

È una composizione che testimonia l’irresistibile propensione dell’irreprensibile nobiluomo per lo scherzo e la burla: scherzo poetico che irrideva i poemi cavallereschi e burla nei confronti del povero studente che, dopo aver abbozzato i primi quattro improbabili versi di una poesia richiestagli come compito per casa, si era presentato fiducioso al Visconti Venosta chiedendogli aiuto.

Una vocazione al comico e alla burla che il Visconti Venosta innesta nel suo impegno risorgimentale: Nicolò e la questione d’Oriente: Tragedia in parodia per marionette, ambientata in Russia, è in realtà una parodia antiaustriaca: Scelsi per argomento della parodia la guerra turca e intitolai la tragedia Nicolò. Nell’imperatore Nicolò I, a quel tempo si personificava il più puro dispotismo e cercai di far capire che nella parodia della Russia alludevo all’Austria. Il complesso della rappresentazione riuscì qualcosa di così comico che ogni tanto gli attori dovevano fare delle pause per lasciar sfogare l’ilarità irrefrenabile, clamorosa degli spettatori e la propria. [...] Il successo fu bellissimo e si vollero delle repliche con un pubblico più numeroso; ma dopo la terza rappresentazione fui chiamato alla Polizia; ricevetti l’ordine che si smettesse e mi fu tolto il passaporto che tenevo. (G. V. V., Ricordi di gioventù)

Ma questa propensione allo scherzo e alla burla tocca i massimi vertici della raffinatezza (e della cattiveria) nella burla giocata ai danni del povero sarto di Tirano (SO):
A Tirano c’è un piccolo teatro, ove di tanto in tanto recitavano allora de’ dilettanti del paese, e ove capita alle volte qualche compagnia di comici in bolletta a recitarvi de’ drammi, compreso quello, poverini, del loro appetito. Un sarto, che era un dilettante appassionato se non fortunato, amava recitare insieme coi comici; ma in quell’autunno [1855] il direttore della compagnia ch’era venuta a Tirano non volle saperne di lui, sotto il pretesto ch’era una figura ridicola e che aveva una gamba storta. Ciò era vero; ma il sarto non sapeva capacitarsi di quel rifiuto, e se ne doleva altamente al caffè. Trovandomi presente una sera, mentre qualche maligno lo andava aizzando, gli diedi in tono serio ed amichevole il consiglio di vendicarsi recitando un monologo od una poesia. Il sarto accolse il consiglio con gratitudine, e la mattina seguente lo vidi comparire nel mio studio per chiedermi il monologo, non sapendo precisamente che cosa fosse; e io gli risposi che tornasse tra qualche giorno per lasciarmi il tempo di farne venire da Milano uno nuovo, fatto fare appositamente per lui. La sua riconoscenza fu grande, e lo servii subito. Erano sopraggiunti intanto mio fratello Emilio e un nostro amico, Antonio Della Croce, che furono complici dello scherzo; e ci venne l’idea di mettere insieme delle strofe senza senso, meno quel po’ che ci sarebbe voluto perché il sarto non se ne accorgesse. La poesia fu presto fatta; la diedi al sarto, gliela spiegai [!] e gli insegnai anche il modo di declamarla. Il sarto non s’accorse dello scherzo; e ripenso ancora a quelle mattine in cui il poveretto veniva nel mio studio a farsi spiegare qualche punto che gli pareva un poco oscuro, e a farsi insegnare i gesti e le inflessioni della voce per dar risalto alla sua declamazione.
Finalmente andò in scena. Era giorno di fiera, e c’erano in teatro non solo persone del paese, ma anche parecchi d’altri paesi della provincia. Il sarto al primo presentarsi sulla scena ebbe un gran successo, e l’ilarità fu generale. Vi contribuirono la figura del pover’uomo, i gesti coi quali salutò il pubblico, e un gilè bianco che aveva delle proporzioni inverosimili. Poi, con una grande serietà, declamò la poesia da capo a fondo, accompagnandola coi gesti e colle pose tragiche che gli avevo insegnate. Da prima il pubblico rideva, ma non capiva, com’era ben naturale; poi parecchi s’accorsero della canzonatura, e ridevano ancor più, applaudendo. Ma ci furono anche quelli che, pur ridendo per le boccacce del sarto, non badarono al [non] senso della poesia abituati forse a non badarci mai.
Il successo fu straordinario; il sarto dovette ripetere la declamazione più volte, e per altre sere; per molti giorni non si parlò in paese che della poesia e di lui. Il buon uomo mi fu riconoscentissimo; finché visse ricordò sempre con compiacenza il gran successo di quella sera, e non si faceva pregare a ripetere quei versi ad ogni occasione che ne fosse richiesto. Non sospettò mai la canzonatura, e nessuno gliela svelò. Ho trovato in pochi, durante la vita, una riconoscenza più duratura.
Nelle sue memorie il Visconti Venosta non ritiene il componimento degno di essere riportato per intero (oppure non del tutto degno della sua rispettabilità): Le strofe erano parecchie, ma mi contenterò di darne un saggio. Contento lui, ma scontenti noi! Scontenti per la perdita irreparabile degli altri versi, ma scontenti anche perché il Visconti Venosta non ha ritenuto opportuno riportare le improbabili “spiegazioni” – sicuramente altrettanto esilaranti – che dovette dare all’ingenuo sarto.

L’aspetto più notevole dello scherzo è che fu congegnato in modo che il nonsense non apparisse tale, almeno in un primo momento e almeno non a tutti.
Abbiamo, infatti, tre gradi di consapevolezza:
1 – l’inconsapevolezza totale (e per tutta la vita!) del sarto;
2 – la consapevolezza parziale di alcuni spettatori, basata sulla gestualità ridicola, sul fisico e l’abbigliamento infelici, inadeguati all’aulicità del testo;
3 – la consapevolezza totale degli altri spettatori, che si accorgono delle incongruenze del testo (ma non subito!).
Come si spiega?
1 – Bisogna innanzitutto tener conto che il lessico della poesia italiana, contrariamente a quello di altre nazioni, è stato, fino a poco tempo fa, sempre dotto e aulico, programmaticamente lontano dal parlato comune. Forse perché la poesia sceglieva argomenti lontani dal presente? Ma anche quando l’argomento è vicinissimo, di tutta attualità (come la morte di Napoleone, cui Manzoni dedica Il cinque maggio) massiccia è la presenza di un italiano vetusto, poggiato fermamente sullo zoccolo marmoreo dell’antico: ei, scorrea, fia, spirto, polve, rio, aere, alma, periglio, sònito. (Gian Luigi Beccaria, Italiano, Milano, Garzanti, 1988).
Qui Visconti Venosta impiega termini aulici usuali del linguaggio poetico (, verone, brando, ...) ma anche – burlescamente – termini altrettanto dotti, tratti però dal linguaggio scientifico (bicipite, ostetrico).
2 – La poesia ascoltata, al contrario di quella letta individualmente, non permette pause e riletture di passaggi difficili o dubbi: bisogna tralasciarli e continuare a seguire la declamazione.
Tutto ciò faceva apparire come normale l’esperienza di non capire qualche passo di una poesia recitata.
3 – Il ritmo martellante e facilmente orecchiabile – perfettamente in linea con quello dei melodrammi dell’epoca, e a cui adesso non siamo più abituati – tende a far prevalere la forma sul contenuto, il significante sul significato.
L’effetto, in questo caso, viene potenziato dal referente, evidente fin dall’incipit: L’Ei fu iniziale – che possiamo immaginare seguito senz’altro da un’inevitabile solenne e significativa pausa – deve aver fatto pensare a più di uno spettatore di stare per assistere alla declamazione della celebre ode Il cinque maggio di Alessandro Manzoni. E anche se, dopo il siccome, appariva chiaro che di altro si trattava, rimaneva comunque l’idea che si rimanesse in quell’ambito, indubitabilmente serio.
Il riferimento a Manzoni ritorna più avanti, facendosi quasi letterale; si confronti il manzoniano  
 
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.


con il venostiano

Ei ripensò le mobili
Tende e i percossi calli
E il lampo dei manipoli
E i ferri dei cavalli,
E col suo piede adusto
Il secolo d’Augusto
Si pose a contemplar.

Nella poesia di Venosta c’è di tutto:
1 – incongruenze logiche: il quadruplo suicidio della strofa finale;
2 – incongruenze sintattiche: nella strofa iniziale manca il secondo termine di confronto;
3 – incongruenze di significato: quando la frase sembra avere un senso compiuto, compare un aggettivo incongruo (un tremolo verone? Solo in caso di terremoto!) o del tutto fuori posto (fauci plastiche);
4 – nonsense (l’agili piume del firmamento);
5 – abbassamenti di tono (i percossi calli anziché le percosse calli, muta estatica sì, ma qual marmo di Carrara) studiati in modo da non essere percepibili da una persona incolta. 

Perfido e tremendo Visconti Venosta! Ma l’ultima frase del suo resoconto – Ho trovato in pochi, durante la vita, una riconoscenza più duratura – fa sospettare che, accanto a un certo compiacimento, una puntina di rimorso si fosse insinuata.


LETTURE CONSIGLIATE

Ricordi di gioventù, cose vedute o sapute, 1847-1860, è un mattoncino di 680 pagine. È reperibile sul mercato antiquario; ma potete leggerlo online o scaricarlo gratis, in vari formati, dalla Biblioteca dell’Università del Michigan (oh yes, nelle biblioteche americane si trovano chicche del genere!) L’indirizzo sarebbe questo:
ma non funziona!
Niente paura: digitate su Google Giovanni Visconti Venosta e il link apparirà nella prima pagina dei risultati della ricerca:
Author: Giovanni Visconti Venosta Publisher: L. F. Cogliati Year: 1904. Possible copyright status: NOT_IN_COPYRIGHT Language: French Digitizing sponsor: ... 


SITI INTERNET:

http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Visconti_Venosta 
Pagina di Wikipedia su Giovanni Visconti Venosta.


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