domenica 25 gennaio 2015

GIOVANNI VISCONTI VENOSTA ovvero EI FU SICCOME?!?




[Stralci della declamazione del sarto di Tirano]


Ei fu! Siccome l’agili
Piume del firmamento
Nel valicar le trepide
Ali d’un suo lamento
Non è possibil campo
Non è possibil lampo
D’inadeguata fé.
.  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .

Ei ripensò le mobili
Tende e i percossi calli
E il lampo dei manipoli
E i ferri dei cavalli,
E col suo piede adusto
Il secolo d’Augusto
Si pose a contemplar.
.  .  .  .  .  .  .  .
.  .  .  .  .  .  .  .

Allor pensò alla vergine
De’ patrii suoi covili
Cinta di quattro pargoli
Maschili e femminili
Che con preghiere vane
Andran cercando un pane
Fra l’arabe tribù.

Così dicendo, un gelido
Miasma vespertino
Strinse le fauci plastiche
Al misero tapino
Perdé prima l’udito
Poi mosse ancora un dito
Quindi non era più.
.  .  .  .  .  .  .  .


Stava la bella estatica
Sul tremolo verone
.  .  .  .  .  .  .  .


Alla novella orribile
Della notizia amara
Rimase muta estatica
Qual marmo di Carrara
Poi disse con trasporto
Ahi se non fosse morto
Forse vivrebbe ancor!

E tracannò un bicipite
Velen che seco avea,
Poi con un brando ostetrico
Donatole da Enea
Si trapassava il petto;
Poi si gittò dal tetto,
Poi si affogò nel mar!

(in: Giovanni Visconti Venosta, Ricordi di gioventù, cose vedute o sapute, 1847-1860, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, 1904)


Il CINQUE MAGGIO
ODE.

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,

La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.


(Alessandro Manzoni, 1821; testo tratto da Opere varie, Fratelli Rechiedei Editori, 1881)



GIOVANNI VISCONTI VENOSTA
(Milano, 4 settembre 1831 – Milano, 1º ottobre 1906)


Giovanni Visconti Venosta ci ha lasciato due raccolte di novelle (Novelle, 1871; Nuovi racconti, 1897), un romanzo (Il curato di Orobio, 1886) e un’autobiografia che all’epoca ebbe grande successo, preziosa cronaca del Risorgimento lombardo (Ricordi di gioventù, cose vedute o sapute, 1847-1860, 1904). Ma la sua fama è giunta a noi per un piccolo componimento estemporaneo: La partenza del crociato. Il titolo non vi dice niente? Ma sì, è la storia del prode Anselmo:

Passa un giorno, passa l’altro,
Mai non torna il nostro Anselmo,
Perché egli era molto scaltro,
Andò in guerra, e mise l’elmo...

È una composizione che testimonia l’irresistibile propensione dell’irreprensibile nobiluomo per lo scherzo e la burla: scherzo poetico che irrideva i poemi cavallereschi e burla nei confronti del povero studente che, dopo aver abbozzato i primi quattro improbabili versi di una poesia richiestagli come compito per casa, si era presentato fiducioso al Visconti Venosta chiedendogli aiuto.

Una vocazione al comico e alla burla che il Visconti Venosta innesta nel suo impegno risorgimentale: Nicolò e la questione d’Oriente: Tragedia in parodia per marionette, ambientata in Russia, è in realtà una parodia antiaustriaca: Scelsi per argomento della parodia la guerra turca e intitolai la tragedia Nicolò. Nell’imperatore Nicolò I, a quel tempo si personificava il più puro dispotismo e cercai di far capire che nella parodia della Russia alludevo all’Austria. Il complesso della rappresentazione riuscì qualcosa di così comico che ogni tanto gli attori dovevano fare delle pause per lasciar sfogare l’ilarità irrefrenabile, clamorosa degli spettatori e la propria. [...] Il successo fu bellissimo e si vollero delle repliche con un pubblico più numeroso; ma dopo la terza rappresentazione fui chiamato alla Polizia; ricevetti l’ordine che si smettesse e mi fu tolto il passaporto che tenevo. (G. V. V., Ricordi di gioventù)

Ma questa propensione allo scherzo e alla burla tocca i massimi vertici della raffinatezza (e della cattiveria) nella burla giocata ai danni del povero sarto di Tirano (SO):
A Tirano c’è un piccolo teatro, ove di tanto in tanto recitavano allora de’ dilettanti del paese, e ove capita alle volte qualche compagnia di comici in bolletta a recitarvi de’ drammi, compreso quello, poverini, del loro appetito. Un sarto, che era un dilettante appassionato se non fortunato, amava recitare insieme coi comici; ma in quell’autunno [1855] il direttore della compagnia ch’era venuta a Tirano non volle saperne di lui, sotto il pretesto ch’era una figura ridicola e che aveva una gamba storta. Ciò era vero; ma il sarto non sapeva capacitarsi di quel rifiuto, e se ne doleva altamente al caffè. Trovandomi presente una sera, mentre qualche maligno lo andava aizzando, gli diedi in tono serio ed amichevole il consiglio di vendicarsi recitando un monologo od una poesia. Il sarto accolse il consiglio con gratitudine, e la mattina seguente lo vidi comparire nel mio studio per chiedermi il monologo, non sapendo precisamente che cosa fosse; e io gli risposi che tornasse tra qualche giorno per lasciarmi il tempo di farne venire da Milano uno nuovo, fatto fare appositamente per lui. La sua riconoscenza fu grande, e lo servii subito. Erano sopraggiunti intanto mio fratello Emilio e un nostro amico, Antonio Della Croce, che furono complici dello scherzo; e ci venne l’idea di mettere insieme delle strofe senza senso, meno quel po’ che ci sarebbe voluto perché il sarto non se ne accorgesse. La poesia fu presto fatta; la diedi al sarto, gliela spiegai [!] e gli insegnai anche il modo di declamarla. Il sarto non s’accorse dello scherzo; e ripenso ancora a quelle mattine in cui il poveretto veniva nel mio studio a farsi spiegare qualche punto che gli pareva un poco oscuro, e a farsi insegnare i gesti e le inflessioni della voce per dar risalto alla sua declamazione.
Finalmente andò in scena. Era giorno di fiera, e c’erano in teatro non solo persone del paese, ma anche parecchi d’altri paesi della provincia. Il sarto al primo presentarsi sulla scena ebbe un gran successo, e l’ilarità fu generale. Vi contribuirono la figura del pover’uomo, i gesti coi quali salutò il pubblico, e un gilè bianco che aveva delle proporzioni inverosimili. Poi, con una grande serietà, declamò la poesia da capo a fondo, accompagnandola coi gesti e colle pose tragiche che gli avevo insegnate. Da prima il pubblico rideva, ma non capiva, com’era ben naturale; poi parecchi s’accorsero della canzonatura, e ridevano ancor più, applaudendo. Ma ci furono anche quelli che, pur ridendo per le boccacce del sarto, non badarono al [non] senso della poesia abituati forse a non badarci mai.
Il successo fu straordinario; il sarto dovette ripetere la declamazione più volte, e per altre sere; per molti giorni non si parlò in paese che della poesia e di lui. Il buon uomo mi fu riconoscentissimo; finché visse ricordò sempre con compiacenza il gran successo di quella sera, e non si faceva pregare a ripetere quei versi ad ogni occasione che ne fosse richiesto. Non sospettò mai la canzonatura, e nessuno gliela svelò. Ho trovato in pochi, durante la vita, una riconoscenza più duratura.
Nelle sue memorie il Visconti Venosta non ritiene il componimento degno di essere riportato per intero (oppure non del tutto degno della sua rispettabilità): Le strofe erano parecchie, ma mi contenterò di darne un saggio. Contento lui, ma scontenti noi! Scontenti per la perdita irreparabile degli altri versi, ma scontenti anche perché il Visconti Venosta non ha ritenuto opportuno riportare le improbabili “spiegazioni” – sicuramente altrettanto esilaranti – che dovette dare all’ingenuo sarto.

L’aspetto più notevole dello scherzo è che fu congegnato in modo che il nonsense non apparisse tale, almeno in un primo momento e almeno non a tutti.
Abbiamo, infatti, tre gradi di consapevolezza:
1 – l’inconsapevolezza totale (e per tutta la vita!) del sarto;
2 – la consapevolezza parziale di alcuni spettatori, basata sulla gestualità ridicola, sul fisico e l’abbigliamento infelici, inadeguati all’aulicità del testo;
3 – la consapevolezza totale degli altri spettatori, che si accorgono delle incongruenze del testo (ma non subito!).
Come si spiega?
1 – Bisogna innanzitutto tener conto che il lessico della poesia italiana, contrariamente a quello di altre nazioni, è stato, fino a poco tempo fa, sempre dotto e aulico, programmaticamente lontano dal parlato comune. Forse perché la poesia sceglieva argomenti lontani dal presente? Ma anche quando l’argomento è vicinissimo, di tutta attualità (come la morte di Napoleone, cui Manzoni dedica Il cinque maggio) massiccia è la presenza di un italiano vetusto, poggiato fermamente sullo zoccolo marmoreo dell’antico: ei, scorrea, fia, spirto, polve, rio, aere, alma, periglio, sònito. (Gian Luigi Beccaria, Italiano, Milano, Garzanti, 1988).
Qui Visconti Venosta impiega termini aulici usuali del linguaggio poetico (fé, verone, brando, ...) ma anche – burlescamente – termini altrettanto dotti, tratti però dal linguaggio scientifico (bicipite, ostetrico).
2 – La poesia ascoltata, al contrario di quella letta individualmente, non permette pause e riletture di passaggi difficili o dubbi: bisogna tralasciarli e continuare a seguire la declamazione.
Tutto ciò faceva apparire come normale l’esperienza di non capire qualche passo di una poesia recitata.
3 – Il ritmo martellante e facilmente orecchiabile – perfettamente in linea con quello dei melodrammi dell’epoca, e a cui adesso non siamo più abituati – tende a far prevalere la forma sul contenuto, il significante sul significato.
L’effetto, in questo caso, viene potenziato dal referente, evidente fin dall’incipit: L’Ei fu iniziale – che possiamo immaginare seguito senz’altro da un’inevitabile solenne e significativa pausa – deve aver fatto pensare a più di uno spettatore di stare per assistere alla declamazione della celebre ode Il cinque maggio di Alessandro Manzoni. E anche se, dopo il siccome, appariva chiaro che di altro si trattava, rimaneva comunque l’idea che si rimanesse in quell’ambito, indubitabilmente serio.
Il riferimento a Manzoni ritorna più avanti, facendosi quasi letterale; si confronti il manzoniano  
 
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.


con il venostiano

Ei ripensò le mobili
Tende e i percossi calli
E il lampo dei manipoli
E i ferri dei cavalli,
E col suo piede adusto
Il secolo d’Augusto
Si pose a contemplar.

Nella poesia di Venosta c’è di tutto:
1 – incongruenze logiche: il quadruplo suicidio della strofa finale;
2 – incongruenze sintattiche: nella strofa iniziale manca il secondo termine di confronto;
3 – incongruenze di significato: quando la frase sembra avere un senso compiuto, compare un aggettivo incongruo (un tremolo verone? Solo in caso di terremoto!) o del tutto fuori posto (fauci plastiche);
4 – nonsense (l’agili piume del firmamento);
5 – abbassamenti di tono (i percossi calli anziché le percosse calli, muta estatica sì, ma qual marmo di Carrara) studiati in modo da non essere percepibili da una persona incolta. 

Perfido e tremendo Visconti Venosta! Ma l’ultima frase del suo resoconto – Ho trovato in pochi, durante la vita, una riconoscenza più duratura – fa sospettare che, accanto a un certo compiacimento, una puntina di rimorso si fosse insinuata.


LETTURE CONSIGLIATE

Ricordi di gioventù, cose vedute o sapute, 1847-1860, è un mattoncino di 680 pagine. È reperibile sul mercato antiquario; ma potete leggerlo online o scaricarlo gratis, in vari formati, dalla Biblioteca dell’Università del Michigan (oh yes, nelle biblioteche americane si trovano chicche del genere!) L’indirizzo sarebbe questo:
ma non funziona!
Niente paura: digitate su Google Giovanni Visconti Venosta e il link apparirà nella prima pagina dei risultati della ricerca:
Author: Giovanni Visconti Venosta Publisher: L. F. Cogliati Year: 1904. Possible copyright status: NOT_IN_COPYRIGHT Language: French Digitizing sponsor: ... 


SITI INTERNET:

http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Visconti_Venosta 
Pagina di Wikipedia su Giovanni Visconti Venosta.


TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.

domenica 28 dicembre 2014

Canzoni proibite: TONY TAMMARO ovvero SE POTREI AVERE TE



AVVERTENZA:
Il testo che si presenta, per i suoi contenuti, potrebbe causare insicurezza e turbamento in menti giovani e non ancora formate. Se ne consiglia pertanto la lettura solo a un pubblico adulto e che abbia adempiuto l’obbligo di istruzione.

SE POTREI AVERE TE (clic per ascoltare la canzone)  

Se potrei avere te,
fosse il massimo per me:
una donna mancipata,
con la laura già pigliata
si mettesso insieme a me!

Se potrei avere te,
(Ma come parla be’!)
fosse il massimo perché,
(Ma come parla be’!)
non per fare lo sbruffone,
mi facessi un culturone,
diventassi come a te!
(Ma come parla be’!)

Ma tu mi critici e mi schernichi
tutte le sere davanti agli amichi.
La colpa è tutta di mammina
che mi ha mandato solo in Primina.

Se potrei avere te,
(Ma come parla be’!)
io studiassi come a che,
(Come a che, come a che)
mi leggessi la Treccani,
anche se non amo i cani,
pur di stare insieme a te!

Mi piace Bach: è un bel cantante,
fa la réclame di un deodorante,
canta le musiche di Puccini,
quello che ha scritto I tre porcellini.

Se potrei avere te,
(Ma come parla be’!)
io cambiassi, e sai perché?
(Sai perché? Sai perché?)
Mi facessi una studiata,
tutti i verbi e la grammata
imparassimi per te.

(Ma come suona be’!
Proprio be’, proprio be’!)

Leggo riviste, leggo giornali,
tutti gli articoli culturali:
se tu sapresti quanto è bello
l’ultimo film di Pirandello!

Se potrei avere te,
(Ma come parla be’!)
ma purtroppo non sta be’
(non sta be’, non sta be’)
che una donna di scrittura,
gli si ottura la cultura
se si mette insieme a me.
(E mo hai parlato be’!) 




TONY TAMMARO
pseudonimo di
VINCENZO SARNELLI
(Napoli, 1961)


Se non conoscete Tony Tammaro, una cosa è certa: non siete napoletani. Perché, a parte qualche sporadica apparizione sulla tv nazionale, la carriera di Tony Tammaro si è svolta in ambito locale, in Campania. Carriera locale, ma tuttavia di successo, testimoniato dal fatto che le sue incisioni musicali – autoprodotte – sono state ripetutamente piratate.
La scelta del cognome “Tàmmaro” – realmente esistente – allude al “tamarro” = giovane dai modi rozzi, che segue gli aspetti più appariscenti e volgari della moda (dizionario De Mauro). Scelta analoga a quella di Luca Pasquale Medici, che in arte è diventato Checco Zalone = “Che cozzalone!”, termine dal significato analogo.
E, come Checco Zalone, Tony Tammaro è un cantante comico, autore di divertenti riscritture (La mia banda suona il rock diventa Mio fratello fuma a scrocco) e parodie di pezzi famosi (Alla fiera dell’est diventa Alla fiera della casa), di aggiornamenti di vecchi pezzi (’A Smart si ispira certamente a La Balilla), di rock & roll e blues nostrani, cantati in stretto dialetto locale (O’ trerrote), non disdegnando il turpiloquio (Bottana) e la scatologia (U strunzu).
La tecnica è spesso quella dell’abbassamento del tono: da alto a basso, da romantico a triviale, da una lingua straniera al dialetto stretto o alla sua versione maccheronica; o quella affine del contrasto di tono, fra il testo originale – volgare – e la sua traduzione simultanea ad usum delphini.
Anche in Se potrei avere te il divertimento sta – oltre che negli svarioni così enormi da fare tenerezza – nel contrasto fra le aspirazioni del poveraccio innamorato e la sua evidente, tragica, inadeguatezza. Il testo comincia con un errore classico, anzi due: Se potrei avere te, fosse il massimo per me. E pensare che al tapino sarebbe bastato invertire i collegamenti nella centralina del suo cervello, scambiando il condizionale col congiuntivo: Se potessi avere te, sarebbe il massimo per me. Facile, no? Fin qui sì, ma per il resto non c’è niente da fare: bisogna studiare; o, molto meglio: leggere, leggere, leggere.


SITI INTERNET

http://www.tonytammaro.com/ 
Sito ufficiale di Tony Tammaro.

http://it.wikipedia.org/wiki/Tony_Tammaro 
Pagina di Wikipedia su Tony Tammaro.

http://www.albanesi.it/inchieste/congiuntivo.htm 
Un articolo esaustivo sull’uso del congiuntivo, corredato da foto divertenti di scritte sui muri.


TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.

domenica 30 novembre 2014

GINO PATRONI – 3, ovvero GINO PATRONI APOCRIFO






Miei diletti, quello che dovevo dire su Gino Patroni l’ho scritto nei due post precedenti, qui (clic) e qui (clic). Ma rileggendo i suoi epigrammi, non ho saputo resistere a una tentazione... Il fatto è che Patroni trascura spesso la rima, che invece a me piace molto: e allora – perché no? – ce la metto io! (Oltre a qualche battuta mia.) Chi me lo impedisce? La paura di far brutta figura nel confronto? Quella me la sono fatta passare da un bel po’; e poi, a prescindere dai risultati, è comunque un bell’esercizio di scrittura e un buon allenamento per il cervello.
Ecco allora il risultato delle mie fatiche; anzi, diciamola tutta: il risultato delle mie lunghe sedute in bagno.

I testi in corsivo sono quelli originali di Patroni.
I testi in carattere normale sono le mie versioni.


Da Ed è subito pera:


CONVALESCENZA
É tornata
Berenice
senza
appendice.

RICADUTA DI UN ALCOLISTA
É tornato
a Berenice
senza appendice:
è tornato a bere.


DELITTO IN MONTAGNA
Si mantengono
sulla
negativa
gli abitanti
della
Val di Non.

DELITTO IN MONTAGNA
Si mantengono
sulla
negativa
gli abitanti
della
Val di Non:
il si non val
in Val di Non.


IRREDENTISSIMO
A Bolzaneto*
si
parla
tedescheto.

*presso Genova.

IRREDENTISSIMO
Lassù a Bolzaneto
si parla tedescheto?


SALA OPERATORIA
Chi
ha
lasciato
l’aorta
aperta?

SALA OPERATORIA
« Perché
hai lasciato
l’aorta
aperta? »
« Così

può entrare
la ‘p’. »


Da Un giorno da beone:


ORGOGLIO
Mio figlio
è il primo della classe,
entrando.

ORGOGLIO DELLA MAMMA DI ARMANDO
Per chi non lo sapesse
Armando
è il primo della classe,
entrando.


INCONTRO
Onorevole Rumor,
che ci fa
qui, a Chiasso?

INCONTRO
Quale onor,
Onorevole Rumor!
che ci fa qui a spasso,
a Chiasso? 


INTELLIGENZA CANINA
Ho un cane
molto
molto intelligente.
però
ha un difetto:
è sordo,
poverino.
Così,
purtroppo,
non capisce
niente.

INTELLIGENZA CANINA
Ho un cane volpino
assai intelligente.
Però, poverino,
è sordo, non sente.
Così quel tapino
non capisce niente.


Da Il foraggio di vivere:


LAMENTO ZULÙ
Ho
il mal di capo
tribù.

LAMENTO ZULÙ
Ho, lamenta lo zulù,
il mal di capo tribù.


LAMENTO DI CONIGLIO
Ho avuto un solo figlio.

LAMENTO DI CONIGLIO
Lamentavasi un coniglio:
io ho avuto un solo figlio.


ORFEO
Suonava e amava
la Lira.
Ancora
non c’era il Dollaro.

E ancora non c’era l’Euro, e non c’era nemmeno ai tempi di Patroni: è toccato dunque a me scrivere:


ORFEO ED EURIDICE
(QUESTIONE DI SOLDI)
Per placare del dio l’ira
vuole usare Orfeo la lira.
Ma la lira usar non lice:1 
“Euri!” dice Euridice.

1 – Lice = è lecito.

(Filastrocca pubblicata in: Sebastiano Zanetello, A Capua un papua che fa?, Firenze, Sarnus, maggio 1913)


SUICIDIO D’INSETTO
Stanco di vivere
si butta dalla ginestra.

SUICIDIO D’INSETTO
Un insetto, poveretto,
dalla depressione affetto,
non avendo una finestra
si buttò dalla ginestra.


MARI DEL SUD
Al largo
di Pago-Pago
ho raccolto un naufrago
che mi ha detto:
« Grazie-grazie ».

MARI DEL SUD
Quando pago
a Pago-Pago
dicon: « Grazie,
grazie, grazie ».


DELUSIONE
DI TURISTA MASS-MEDIA
Ad Arezzo
ci hanno portati
alla casa del Petrarca
ma il Petrarca
in casa non c’era.

Il Petrarca non c’era, evidentemente, perché negli ultimi anni si era 
trasferito ad Arquà – ora Arquà Petrarca (PD). Andiamo a cercarlo lì?

Siam venuti qui ad Arquà,
ma non c’è neppure qua.


RUGGITO
Sento
una stretta al cuore
se ipotizzo
un leone
con la « r » moscia.

RUGGITO
Mi viene il magone,
mi viene l’angoscia,
se penso a un leone
con la « erre » moscia.


Da La vita è bella e scarso l’avvenir:


EQUIVALENZA
Non c’è rosa
senza spina.
Ma succede
anche al pesce.

EQUIVALENZA
Non c’è rosa
senza spina:
da ’sta cosa
non si esce.
Ma succede
pure al pesce.


PRECAUZIONE
Entrando
in una bottega
d’antiquariato
non vi scappi detto:
« C’è niente di nuovo? »

PRECAUZIONE
All’appassionato
dell’antiquariato
(e che in cerca va
delle antichità)
non scappi mai detto
parlando all’addetto:
« Vediamo se trovo
qualcosa di nuovo. »


TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.

venerdì 31 ottobre 2014

GINO PATRONI ovvero LA VITA È UNA MALATTIA EREDITARIA – 2



La prima parte di questo post si trova qui (clic).




Riprendiamo il discorso su Gino Patroni.

A volte Patroni abbandona l’epigramma per lasciarsi andare al puro divertimento, al nonsense:  

DERIVAZIONI
Da caffè
deriva caffeina,
da Nicot
deriva nicotina,
da Morfeo
deriva la morfina,
da Guillotin
deriva ghigliottina,
da mia zia
deriva mia cugina.
(da Il foraggio di vivere, 1987)

SCARAMANZIA
Sulla strada
di Damasco
tutti
viaggiano
col casco.
(da La vita è bella e scarso l’avvenir, 1988)

Patroni è di solito poco interessato alla rima e alla metrica, e struttura di conseguenza i suoi epigrammi sul modello della poesia ermetica, con versi sciolti: è in sostanza più interessato al contenuto che alla forma. Ma in quest’ultimo tipo di composizioni il contenuto è quantomeno labile, per cui la rima, quasi sempre trascurata, diventa essenziale; diventa importante anche la metrica: SCARAMANZIA, in realtà, è costituita da due ottonari camuffati:

SCARAMANZIA
Sùl-la-strù-da-dì-Da-mà-sco
tùt-ti-viàg-gia-nó-col-càsco.

Proviamo a eliminare la rima e a rendere zoppicante la metrica, sostituendo, Damasco con Aleppo:  

SCARAMANZIA
Sulla strada
di Aleppo
tutti
viaggiano
col casco.

Visto? Non solo non funziona, ma perde anche il suo (non)senso.

Ma la scrittura di Patroni ha una dimensione che va oltre, il semplice gioco di parole, oltre il divertimento: [Patroni] si innalza ed eccelle, con un tono tutto suo, di triste arguzia, di angoscia esistenziale, di pietà umana, e di modernissima contestazione sociale. Ognuno di questi epigrammi induce il primo momento al riso, e subito dopo a meditazioni melanconiche [...]. (Mario Soldati, prefazione del libro di G. P. Un giorno da beone, 1969)
Ecco qualche esempio:

IPOTESI
Pensate un po’
che ne sarebbe stato
del futuro del mondo
se Adamo
il primo uomo
fosse nato
omosessuale.
(da La vita è bella e scarso l’avvenir, 1988)

RUGGITO
Sento
una stretta al cuore
se ipotizzo
un leone
con la «r» moscia.
(da Il foraggio di vivere, 1987)

PAURA
Sul piazzale
della segheria,
tra il legname accatastato
e il frastuono frenetico
delle seghe elettriche,
quattro vecchi alberi
stormiscono
con brividi di foglie
anche quando
non c’è vento.
(da Un giorno da beone, 1969)

Leggendo quest’ultimo epigramma non posso fare a meno di pensare a Ungaretti:

SOLDATI
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.
(Giuseppe Ungaretti)

E non posso fare a meno di ipotizzare come Ungaretti l’avrebbe riscritta, se avesse potuto conoscere Patroni (e se avesse avuto il senso dell'umorismo):

SOLDATI
Si sta come
sul piazzale
della segheria
gli alberi.

Negli ultimi tempi Patroni aveva confidato un suo progetto all’amico Arrigo Petacco: «Ho deciso di fare testamento. Lascio tutto a Gianni Annelli. Già immagino i titoli: Giornalista pensionato nomina Gianni Agnelli suo erede universale. Finisco sicuramente in prima pagina.» (Gino Patroni). Una trovata paradossale, che possiamo ricollegare a un paio di suoi epigrammi:

CRONACA
«Beve
champagne
per
errore
un
manovale
disoccupato
delle
Ferrovie.»
(da Ed è subito pera, 1959)

TESTAMENTO
Ricchisimo
giovanotto
napoletano
morto
per incidente stradale
lascia tutto
a uno zio d’America.
(da La vita è bella e scarso l’avvenir, 1988)

Giornalista pensionato nomina Gianni Agnelli suo erede universale: quel titolo sarebbe stato il suo ultimo epigramma. Ma non fece in tempo: il 6 gennaio 1992 i vigili del fuoco, chiamati dai vicini che avevano sentito dei lamenti, sfondano la porta del suo appartamento e lo trovano steso a terra, contuso e in gravi condizioni; viene trasportato in ospedale, dove muore il giorno dopo.
Forse, sulla tomba, avrebbe voluto questo epitaffio:

MICA MALE,
CARO MORTALE
Se
la vita è sogno
la morte
è risveglio.
(da Non c’è amore senza pene, raccolta inedita)


LETTURE CONSIGLIATE

Tutti i libri di Gino Patroni sono, ahimè, fuori commercio. Il meglio di Gino Patroni è agevolmente reperibile nel mercato antiquario, per gli altri libri ci vuole un po’ di pazienza e di fortuna.
– Gino Patroni, Il meglio di Gino Patroni – Epigrammi editi e inediti, prose, memorie di vita, Milano, Longanesi & C., 1994.
Imperdibile antologia, comprende tutti gli epigrammi precedenti a Il foraggio di vivere, oltre a molti epigrammi inediti e una scelta di altri scritti.
In alternativa consiglio questa antologia:
– Gino Patroni, La vita è una malattia ereditaria (1992).
Altre raccolte di epigrammi:
– Gino Patroni, Il foraggio di vivere (1987).
– Gino Patroni, La vita è bella e scarso l’avvenir (1988).
Siete ossessionati dai “Promessi Sposi”? Ecco pane per i vostri denti:
– Gino Patroni, Una lacrima sul Griso – “I Promessi sposi” contestati, De Carlo Editore, 1973.



SITI INTERNET

http://archiviostorico.corriere.it/1992/gennaio/08/scomparsa_Gino_Patroni_co_0_9201086717.shtml 

Necrologio del Corriere della Sera, 8 gennaio 1992. 

http://www.wikispedia.it/mediawiki/index.php?title=GINO_PATRONI 
Pagina dedicata a Gino Patroni.

 http://www.drzap.it/O_Patroni.htm 
Scelta di aforismi di Gino Patroni.


TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.

venerdì 3 ottobre 2014

GINO PATRONI ovvero LA VITA È UNA MALATTIA EREDITARIA – 1


Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni.
(William Shakespeare, La tempesta)

Noi siamo fatti della stessa materia dei segni.
(Gino Patroni, citato da Ettore Alinghieri in Il meglio di Gino Patroni – Epigrammi editi e inediti, prose, memorie di vita, Milano, Longanesi & C., 1994)   

Non capisco perché
tutti si preoccupano
di essere felici
quand’è tanto semplice
e naturale
essere infelici.
]Derivato per analogia
da un aforisma di Mark Twain[ 
(da Il foraggio di vivere, 1987) 


GINO PATRONI
(Montemarcello, frazione di Ameglia (SP), 1920 – La Spezia, 1992)


Non sapevo nulla di Gino Patroni (e nemmeno ne sospettavo l’esistenza) prima di trovare una sua raccolta di epigrammi – La vita è una malattia ereditaria – in una bancarella di libri usati. 
È stato più di un amore a prima vista: è stato come trovare un fratello di cui si ignorava l’esistenza, e con il quale si scoprono con stupore straordinarie affinità.
Chi era Gino Patroni? In Internet troverete poco, e Wikipedia mette addirittura in dubbio l’opportunità di dedicargli una voce enciclopedica (clic). Non perdiamoci d’animo, però, perché ci ha pensato lui a presentarsi:
Classe di ferro arrugginita alla svelta, mezzo geometra (per studi abbandonati), maestro elementare intero, sette anni di liceo classico (impiegato in segreteria), prigioniero in Germania, liberato dai francesi di Leclerc e subito rifatto prigioniero per il coup de poignard fascista del 1940, poi travet statale, giornalista professionista, depresso endogeno e indigeno (siccome vive alla Spezia, base navale e banale), abita di preferenza al reparto neuro ma sovente si ricovera a domicilio. (Gino Patroni)
Depresso endogeno e indigeno, base navale e banale: avete capito di che genere di scrittore stiamo parlando? Gino Patroni appartiene a quel genere di umoristi che potrebbero essere definiti ‘interruttori di corrente’. [...] Essi sono irresistibilmente portati a ‘dissociare’ il suono della parola dal suo significato, interrompendo così, ogni volta, la corrente del pensiero. Il risultato evoca, almeno nei casi più memorabili e più frequenti, la tecnica del ‘refuso’ tipografico, l’errore di stampa. E assomiglia anche ai giochetti enimmistici o famigliari del cambio di consonante e di vocale, della perdita e dell’aggiunta dell’una e dell’altra. (Mario Soldati, prefazione di del libro di G. P. Un giorno da beone, 1969)
Un uomo affascinato dai giochi di parole, dunque, con una straordinaria capacità di spostare l’attenzione dal significato al significante, come nota giustamente Soldati; per poi tornare però al significato, un nuovo significato, perché i giochi verbali di Patroni un senso ce l’hanno (quasi) sempre.
In questo la sua professione di giornalista lo aiutava, come suggerisce ancora Soldati, la dimestichezza con gli inevitabili – e a volte creativi – refusi tipografici. Ed è sempre la sua esperienza di giornalista che lo ha portato a formulare alcuni suoi epigrammi nella forma di titolo di giornale. Un esempio, basato sullo scambio di vocale:



INCIDENTE DI STRADA
E DI TIPOGRAFIA
Per
un errore
di stampa
esce
illuso
da uno scontro
d’auto.
(da Non c’è amore senza pene, raccolta inedita)


La tecnica creativa è semplice: si crea un refuso e si vede che cosa succede: a volte viene una frase di senso compiuto:


ACCADDE
IN SIBERIA
Una spia
svenuta
dal freddo
(da Il foraggio di vivere, 1987)

Altre volte viene invece una frase insensata: da “tutto è perduto fuorché l’onore” si può ricavare “tutto è perduto fuorché l’odore”; ma che vuol dire dire? Bisogna, a posteriori, inventare una storia per giustificare la frase, per darle un – inaspettato – senso:

RASSEGNAZIONE
Se un flacone
di prezioso
e costoso
profumo
vi sfugge
di mano
e va in frantumi
tutto è perduto
fuorché l’odore.
(da Non c’è amore senza pene, raccolta inedita) 

Allo stesso modo da “lezioni private” si può far derivare “lesioni private”; ma cosa se ne può ricavare? Questo:

INSERZIONE
Delinquente
professionale
impartisce
lesioni private.
(da Il foraggio di vivere, 1987)
(Suppongo che il pagamento sia in nero.) 

Altre volte per dare senso alla frase, basta un semplice titolo:  
TAM-TAM
Musica
da Camerun.
(da Crescete e mortificatevi, 1975)

LAMENTO
DI MUCCA
Sento
odor
di brucato.
(da Il foraggio di vivere, 1987)  
LETTERA DAL CONFINO
«Ti scrivo
sotto
dittatura.»
(da Ed è subito pera, 1959)

SUICIDIO DI INSETTO
Stanco di vivere
[e non avendo letto Leopardi, aggiungo io]
si butta dalla ginestra.
(da Il foraggio di vivere, 1987)

RAFFREDDORE
La goccia
che fa
traboccare
il naso.
(da Non c’è amore senza pene, raccolta inedita)  
È chiaro che, perché il gioco funzioni, è necessario che il modello sottoposto a deformazione sia immediatamente riconoscibile: si assumeranno perciò come modelli frasi idiomatiche e proverbi (nei casi precedenti: “musica da camera”, “odor di bruciato”, “sotto dettatura”, “buttarsi dalla finestra”, “la goccia che fa traboccare il vaso”); ma inevitabilmente – ed è una sottile soddisfazione di ex studente – anche versi celebri.
Il più conosciuto degli epigrammi di quest’ultimo gruppo è senz’altro quello che, nella sua scarna essenzialità (una parola per verso) fa il verso – è il caso di dirlo – a Salvatore Quasimodo:

ED È SUBITO SERA
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

(Salvatore Quasimodo)


MENSA POPOLARE
Una
zuppa
di
verdura
ed
è
subito
pera.
(Gino Patroni, da Ed è subito pera, 1959)

Ci sono casi limite, e quindi particolarmente notevoli:

1 – frase idiomatica sottintesa (in questo caso: “menare il can per l’aia”, che suggerisce la città olandese dell’Aia):

DETTO OLANDESE
Menare il can
per Rotterdam.
(da Crescete e mortificatevi, 1975)  

2 – Verso citato senza alcuna modifica:
leggiamo:  
Galeotto
fu il libro
e chi lo scrisse. 

e pensiamo ovviamente a Dante Alighieri; e invece no! Andiamo a vedere il titolo: 

«PAPILLON»
(di Henri Charrière)
(da Crescete e mortificatevi, 1975)

3 – incroci di due modi di dire (“Cherchez la femme”, “Cerco l’uomo”):

«CHERCHEZ LA FEMME»
Diogene
non sapendo il francese
preferiva
cercare l’uomo.
(da Il foraggio di vivere, 1987)

Detto così, en passant (perché il francese io lo conosco), a un certo punto Diogene smise di cercare l’uomo:

DIOGENE
Si aggirava
ogni notte
nelle vie d’Atene
con un lume
gridando:
«Cerco l’uomo!»
Smise di cercare
quando da una finestra
qualcuno urlò:
«Finocchio!»
(da La vita è bella e scarso l’avvenir, 1988)

A volte assistiamo a veri e propri virtuosismi linguistici, abbastanza insoliti nell’opera di Patroni. Esempi:

1 – Un curriculum vitae che, nella sua secca concisione, ma anche nel titolo latino, sembrerebbe strizzare l’occhio al Veni, vidi, vici di Giulio Cesare (Gino, tu quoque?):

CURRICULUM
Nacque
piacque
nocque
spiacque
tacque
giacque.
(da La vita è bella e scarso l’avvenir, 1988)

Forse una citazione, ma ben nascosta, si annida pure in questo epigramma/epitaffio: il Cadde, risorse e giacque che Alessandro Manzoni, ne Il cinque maggio, riferisce a Napoleone. In effetti, esattamente come scrive Patroni, Napoleone prima piacque e poi spiacque, se non a Manzoni, almeno a Beethoven, che gli aveva dedicato la Sinfonia n. 3 Eroica per poi pentirsene.

2 – Un esempio di ingegneria genetica verbale, con prelievo e ripetuta clonazione a fini espressivi:

CONFESSIONE
DI BECCHINO
A notte fonda
sui vialetti
del cimitero
ho incontrato
il fantasma
asma
asma
asma
di un fumatore.
(da La vita è bella e scarso l’avvenir, 1988)

I giochi di parole, come abbiamo visto, hanno un ruolo fondamentale negli epigrammi di Patroni. Non sempre, tuttavia: a volte vengono usate altre tecniche:

1 – Abbassamento: da una citazione aulica si passa repentinamente a una conclusione terra terra:

– citazione dal proemio dell’Iliade di Omero nella traduzione di Vincenzo Monti:


A SCELTA
Cantami
o diva
del Pelide
Achille,
quello,
che vuoi.
(da Ed è subito pera, 1959)

– citazione dalle Rime di Dante Alighieri:

I NIPOTI
Guido:
io vorrei
che tu,
e Lapo
ed io,
andassimo
a trovare
un po’
lo zio.
(da Ed è subito pera, 1959)

E qui non mi trattengo: vi do la mia versione:

I NIPOTI
Guido io:
vorrei
che tu,
e Lapo Elkann
ed io,
andassimo
a trovare
un po’
lo zio.

2 - Doppi sensi: ecco alcuni esempi:

ORGOGLIO
Mio figlio
è il primo della classe,
entrando.
(da Un giorno da beone, 1969)

LAMENTO DI PASTORE
Di notte
non dormo
perché
conto le pecore.
(da Crescete e mortificatevi, 1975)

DESIDERIO
Ultimo re dei Longobardi.
Secondo Tennessee Williams
era un tram.
(da Il foraggio di vivere, 1987)

APPARENZE
Non è vero
che i cassieri
in banca
siano gli uomini
che contano
di più.
(da La vita è bella e scarso l’avvenir, 1988)  
Il più notevole è, forse, questo:

Non c’è amore
senza pene.
Dico male
o dico bene?
(da Non c’è amore senza pene, raccolta inedita)

Notevole, perché
– se pronuncio:
Non c’è amore senza péne (= sofferenze). Dico male o dico béne? finisce che “dico male” (e denuncio la mia origine settentrionale), perché “bène” va pronunciato con la “è” larga;
– se invece, per fare una rima perfetta, pronuncio:
Non c’è amore senza pène. Dico male o dico béne? finisce che “dico bene”, certo, dal punto di vista della dizione; ma, in certi ambienti, parlo male, in maniera sconveniente, perché pène è l’organo esterno erettile dell’apparato urogenitale maschile (definizione del dizionario De Mauro: dite che l’ho fatto... pardon: fatta troppo lunga?).
Beh, visto che ormai abbiamo sbracato, concludiamo con questo epigramma fulminante:  
LESBICA
Una donna
che non capisce
un cazzo.
(da Il foraggio di vivere, 1987)

Non avrei finito; ma sono sfinito e qui faccio punto. A presto per la seconda parte, miei diletti.

La seconda parte di questo post si trova qui (clic).

TI È PIACIUTO?
Condividilo con gli amici usando i tasti sottostanti e soprattutto consigliandolo con Google +1 (tasto g +1). Se consigli i miei articoli con Google +1, migliori il mio posizionamento nel motore di ricerca: grazie in anticipo.

HAI QUALCHE OSSERVAZIONE DA FARE?
Un tuo commento sarà molto gradito.