venerdì 3 novembre 2017

DON GIOVANNI FLORIANI ovvero SE VULÌ BATTÌ LE MAN





A GIOVANNINO ZANETELLO DOTTORE VETERINARIO PATENTATO PERCHÉ NE SIA FIERO
Carme vicentino con sfumature bassanesi

1 – Cari amici due parole / di domestica fattura, / a me sembra che ci vogliano / per non far brutta figura: / due parole in modo adatto / al novello laureato.
2 – Della gente con calore / mi diceva: ci faccia / un sonetto al neodottore, / lo appendiamo fuori in piazza [picare = appendere, ma anche impiccare; inoltre: appiccare]; / ma il sonetto, perbacco, / e non l’uomo, avete capito?
3 – Mi dispiace questo solo / che dovendo dirne tante / non mi basta un bel lenzuolo / per raccontarle tutte quante: / quindi dico al laureato: / gli farò un concentrato.
4 – Della Pasqua e di Sebastiano / è figlio questo dottore, / per allevarlo da cristiano / ci hanno messo tutto il cuore, / e passati i primi anni / lo hanno mandato al[l’Istituto] Graziani. 5 – Appena giunto al liceo / è scoppiata una brutta guerra, / un trambusto e un casino / da sconvolgere la terra. / Andar soldato? È balorda, / e Giovannino taglia la corda.
6 – Quando a quando si presenta / una pattuglia di soldati, / allora il ragazzo salta in Brenta / per schivare tanti guai; / passava al Lazzaretto / dove aveva trovato un piccolo giaciglio.
7 – Quando finalmente Dio vuole / è finito questo terremoto, / e Giovannino con i suoi studi / ha pensato di darci sotto; / ma diceva preoccupato: / in quale Università?
8 – Studiar lettere?... ma dove? / ce n’è un formicaio. / Matematica?... Per Giove / scombussola il granaio; / se io voglio diventar dottore / uno vive e dieci muoiono.
9 – Non voglio fastidi, porco mondo, / per quel che mi riguarda è necessario / fare presto ad andare in fondo, / e sarò veterinario. / Se una bestia mi crepa / me ne mangio una gran fetta!
10 – Se mi scoppia una vitella / la mia calma è perfetta, / ne facciamo mortadella / se mi muore un’asinella; / senza pene, a me piace, / e così dormo in pace.
11 – È così cominciata la samba / nella scuola di Bologna, / se questo ragazzo fosse in gamba / non c’è bisogno che qua lo dica… / Dirò solo: caro mio, / in quattro anni ha finito!
12 – Non vi dico i sacrifici / per i libri e per le tasse / per il treno e negli uffici… / non c’è caso che ne avanzino… / e Sebastiano mogio mogio / prosciugava il portafoglio.
13 – Finalmente in questo mese, / di nascosto, questo briccone / ha finito di fare spese / dando l’ultima stretta, / dichiarato per le sue doti / laureato a pieni voti.
14 – Sono passati i giorni duri / adesso verrà il bello, / gli facciamo tanti auguri, / e… palanche in quantità: / sia la vita primavera / e brillante la carriera.
15 – Sono arrivato alla conclusione, / è da un po’ che parlo, / ormai la commozione / mi serra la gola; / adesso dico, ma di cuore: / viva il nostro neodottore!



(Poesia inedita, archivio famiglia Zanetello)




DON GIOVANNI FLORIANI

(Meledo di Sarego, VI, 1 agosto 1907 – Marchesane di Bassano del Grappa, VI, 2 dicembre 1970)
(Alle sue spalle, sorridente, spunta Giovanni Battista Zanetello, il dotor veterinario patentato)
(Archivio famiglia Zanetello)


Dopo la morte di mio padre, Giovanni Battista, fra le sue carte è riemerso questo dattiloscritto del 1952, di cui avevo vaga memoria. Riporta una poesia composta da Don Giovanni Floriani, il parroco della mia infanzia. Nato da una famiglia contadina nel 1907, fu curato di Marchesane di Bassano a partire dal 1942, diventandone poi – dopo la creazione della Parrocchia – parroco dal 1944 fino alla morte, avvenuta nel 1970.

Così si descriveva, in un sonetto giovanile:


IL MIO RITRATTO

Alta statura, rosea carnagione,
capei castagni fitti e duri assai;
occhi cilestri in doppia direzione,
saldo il naso e quei denti che avanzai.

Di quiete amante, parco di sermone,
or faceto e giovanil, chiassoso mai;
cocciuto, ma a chi spetta do ragione;
tenace a ritener quel che imparai.

D’ogni bell’arte mi diletto tanto;
e le corde tentai d’agreste lira,
ma ruggì Dante nell’udir mio canto.

Penso che mi porrebbe, se potesse
in quel suo negro inferno con grand’ira,
dove le grandi fiamme son più spesse.

(15 gennaio 1934)

È un sonetto che ci mostra un poeta attardato su stilemi ottocenteschi, sull’uso di un linguaggio aulico, fatto di termini ormai desueti nella prosa, ma proprio per questo considerati poetici: capei invece di capelli, agreste invece di campestre (e fin qui Don Giovanni avrebbe potuto invocare le necessità metriche), cilestri invece di celesti, negro invece di nero (e qui invece non ci sono santi – perdonami, Don Giovanni, volevo dire: non ci sono scuse – : la scelta è voluta e consapevole).
È tuttavia anche un sonetto autoironico, che lascia trasparire una vena umoristica. Una vena umoristica che però non poteva esprimersi con quell’italiano aulico. Una vena umoristica che aveva bisogno di una lingua concreta, coi piedi per terra, schietta e legata alle cose e alla vita quotidiana, la lingua sua e dei suoi parrocchiani: il veneto.
È scrivendo in veneto che Don Giovanni diede il meglio di sé, dedicando poesie spiritose agli avvenimenti del paese: una laurea (come abbiamo visto), l’ampliamento della chiesa, l’ordinazione di un sacerdote, la Prima Comunione… Vediamone alcuni esempi.

L’ampliamento della chiesa:

LA CESA NOVA DE MARCHESANE

[...]

Don Giovanni co la moto
nol se stufa de girare,
a ghe vien infin le buanze,
nol pol altro caminare;
             e par essere precisi
             l’è sta in leto on par de misi.

Lu vardava che la gente
i ghe desse tuti soto,
sorveiando che ogni tanto
a ghe fusse pronto el goto;
            che se manca la benzina
            el motore no camina.


[...]

Marchesane di Bassano, 17 aprile 1955

LA CHIESA NUOVA DI MARCHESANE
Don Giovanni con la moto / non si stanca di girare, / gli vengono alla fine i geloni, / non può più camminare; / e per essere precisi / è stato a letto un paio di mesi.
Lui controllava che la gente / ci dessero [sic] tutti sotto, / stando attento che ogni tanto / fosse pronto il gotto; / ché se manca la benzina / il motore non cammina.


L’ordinazione di un sacerdote:

Al carissimo
PADRE MARIO DALLA COSTA
Scalabrin
Sti quattro versi alla sbrodegona parché el se tegna in bon

I me conta che na volta
on putelo piccinin,
el ’ndaseva premuroso
al lavoro, poverin,
el savea se l’è salà
el paneto guadagnà.

[...]

El ’ndaseva lavorare,
ma nel core sto putelo
gheva un sogno celestiale,
gheva un sogno tanto belo,
solo lù lo intendeva
e nessuno lo saveva.

Ona volta un prete grando
ghe va rente senza pressa,
el ghe dixe: “Te vurissi
’ndar studiare e cantar Messa?”
El putel dixe sincero:
“Oh, magari fusse vero!”

[...]

Chel putelo benedeto
xe qua el nostro Padre Mario;
ringraziemo Quel de Sora
che xe proprio necessario:
e chel Prete ca go dito
par che sipia el sotoscrito.

[...]

14 luglio 1957

Al carissimo PADRE MARIO DALLA COSTA Scalabrino / questi quattro versi abborracciati perché ne sia fiero

Mi raccontano che una volta / un bambino piccolino / andava premuroso / al lavoro, poverino / sapeva se era salato / il panino guadagnato.
Andava a lavorare / ma nel cuore questo bambino / aveva un sogno celestiale, / aveva un sogno tanto bello, / solo lui lo capiva / e nessuno lo sapeva.
Una volta un prete grande / gli si avvicina senza fretta, / gli dice: “Vorresti / andare a studiare e cantar Messa?” / Il bambino dice sincero: / “Oh, magari fosse vero!”
Quel bambino benedetto / è qua il nostro padre Mario; / ringraziamo Quello di Sopra/ ché è proprio necessario: / e quel prete di cui ho detto / sembra che sia il sottoscritto.


La Prima Comunione, per la quale preparava ogni anno la pezzeta, nella quale nominava uno ad uno tutti i comunicandi:

Ve domando in cortesia
ca scoltè sta poesia,
fata aposta pai tosati
che ancò i xe beati,
che con grande devozion
i xe andai in Comunion.

Zitti, feme star tranquilo
che se no a perdo el filo.
Tacaremo dai puteli
Che i someja tanti agneli.

Ecco qua Basso Pierin
chel xe grando fa on pulzin.
Mentre el toso de Negrelo
el xe grando fa on camelo.

El tosato de Checcheto
salta e core fa on cavreto;
i me conta che Giobata
el xe furbo fa na gata.

Gh’è Tomasi dele scole
magna e dorme pi chel pole,
e qua Franco de sicuro
ga na pele de tamburo.

Quel de Bion, amizi cari,
lu xe bravo ’ndare a gnari;
come lu ghe ne xe pochi…
ma le braghe le va in tochi.

[…]

Desso termine mi fazzo
go finio sto scartafazzo.
Questo digo e po stao zitto:
sipiè boni e fè pulito!

1943

Vi domando in cortesia / di ascoltare questa poesia, / fatta apposta per i ragazzi / che oggi sono beati, / che con grande devozione / sono andati in Comunione.
Zitti, fatemi star tranquillo / che se no perdo il filo. / Cominceremo dai bambini / che assomigliano a tanti agnelli.
Ecco qua Basso Pierino / che è grande come un pulcino. / Mentre il ragazzo di Negrello / è grande come un cammello.
Il ragazzo di Checchetto / salta e corre come un capretto; / mi raccontano che Giobatta / è furbo come una gatta.
C’è Tomasi delle scuole / mangia e dorme più che può, / e qua Franco di sicuro / ha una pelle di tamburo.
Quello di Bion, amici cari, / lui [sic] è bravo ad andare a nidi; / come lui ce ne son pochi… / ma i pantaloni vanno in pezzi.
Adesso termino / ho finito questo scartafaccio. / Questo dico e poi sto zitto: / siate buoni e comportatevi bene.


Nelle composizioni in veneto l’endecasillabo cede il passo ad altri metri, più semplici e orecchiabili: quasi sempre l’ottonario. Ma semplicità non significa faciloneria: anche in queste composizioni popolaresche spesso Don Giovanni si impone schemi rigidi. Nel carme visentin per Gioanin Zanetelo, per esempio, usa uno schema costituito da strofe di sei versi con rime ABABCC. Mi sono informato, miei diletti, e ho scoperto che si chiama serventese ritornellato (per gli amici: sesta rima o sestina narrativa). Di solito, tuttavia, lo schema si fa un po’ più libero: ABCBDD, dove il primo e il terzo verso non rimano.Ma, almeno in un caso, le cose invece si fanno più complicate:

EL CARNEVALE

Se tegnì serà la boca
e tegnì le rece verte
sentirì na filastroca
che v’istruisse e ve diverte
messa zò in modo fazile
parché tutti che xe quà
gai d’amare la bontà.

[...]

Ga finio sto poro can
se vulì battì le man!

                  D.G.F. 1949

IL CARNEVALE
Se tenete la bocca chiusa / e tenete le orecchie aperte / sentirete una filastrocca / che v’istruisce e vi diverte / messa giù in modo facile / perché tutti quelli che son qua / abbiano ad amare la bontà.

[…] Ha finito questo poveraccio, se volete battete le mani!



Fazile? Don Giovanni lo trova fazile! Le strofe di sette versi sono così rare che il termine “settimina” non esiste: l’ho inventato io, seduta stante, per voi miei diletti. Lo schema delle rime è ABABCDD, dove il quinto verso non rima (rima irrelata) ed è – in 22 strofe su 23 – sdrucciolo. Non sono riuscito a trovare esempi analoghi, nella letteratura italiana. Bravo, Don Giovanni, te le battiamo volentieri le mani!
La poesia vuole mettere in guardia i buoni cristiani dalle insidie delle feste di Carnevale (vedremo come Don Giovanni condannasse il ballo): un tema scivoloso e infido, come sembrano sottolineare quei versi spurî con rime irrelate, penetrati a tradimento dentro le strofe.

A quali fonti si è abbeverata la vena umoristica di Don Giovanni? Non conoscendo la sua biblioteca, posso solo fare delle ipotesi. Fra gli scrittori, due sono i nomi che mi vengono in mente: Arnaldo Fusinato e mons. Giuseppe Flucco; due piccole glorie locali che oggi nessuno ricorda più, ma che dovevano essere ben note a Don Giovanni.
Arnaldo Fusinato (Schio, VI, 1817 – ivi, 1889), a poesie di impegno civile-patriottico e/o di contenuto melodrammatico ne affiancò altre di contenuto giocoso, come questa, che potrebbe fare da contraltare al carme dedicato da Don Giovanni a mio padre:

IL MEDICO CONDOTTO
 

Quand’io ti veggo, dottor diletto,
Sull’arrembato bianco ginnetto,
Che va squassando la sonagliera
Fra l’arruffata lunga criniera;
Quand’io ti veggo sotto l’ombrello
Del preadamitico grigio cappello,
Coll’economica pipa chioggiotta
Che l’impassibile naso ti scotta,
Caro Leonzio, col tuo perdono,
Questo mestissimo salmo t’intuono:
– Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del medico che va in condotta.

[...]

Se tu guarisci qualche ammalato
E’ Maria Vergine che l’ha salvato;
Ma per disgrazia s’egli ti muore,
T’urlano dietro: – Can d’un dottore! –
Oh! ma finiamola la lunga storia,
E il salmo termini con questo Gloria:
– Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del medico che va in condotta.

Mons. Giuseppe Flucco (Venezia, 1860 – Padova, 21 gennaio 1930), arciprete di Thiene (VI) dal 1904 al 1922, scrisse, oltre a poesie e commedie, romanzi umoristici rivolti Al popolo perché esilarato nello spirito s’avvantaggi nel bene (Frich-Froch imboscà. Dedica). E proprio perché si rivolgeva al popolo, per attrarlo e raggiungerlo scriveva in veneto. Don Giovanni doveva conoscere senz’altro la sua opera, molto nota nei primi tre decenni del Novecento e ristampata fino agli anni ‘60, e senz’altro condivideva l’indole giocosa e la missione spirituale di mons. Flucco.

Com’era Don Giovanni? Lui si descrive alto, e ai miei occhi di bambino lo appariva ancor di più, con una pancia che ne aumentava l’imponenza.
Dal punto di vista umano era un uomo generoso e discreto: Spesse volte mi sono trovato in canonica quando Don Giovanni, nel segreto più rigoroso, donava il sorriso a tanta gente che lo supplicava di aiutarlo [sic]. Apriva quel suo portafoglio più pieno di immagini che di soldi e spesso lo svuotava. E quante volte aveva in canonica il pranzo pronto per una mamma che arrivava puntualmente a mezzogiorno per portarlo ai figli che aspettavano! (P. Mario Dalla Costa.)
In un paese in cui nel 1945 il 90 % circa della popolazione aveva solo la licenza di Terza Elementare, Don Giovanni cercava di promuovere l’istruzione, recuperando libri da mettere a disposizione della gente (soprattutto dei ragazzi) e impartendo lezioni di Italiano, Storia, Geografia e Matematica.
Ma era un uomo formatosi all’inizio del secolo scorso. Condannava il ballo (ricordiamo che allora si ballava abbracciati), arrivando a negare la tessera dell’Azione Cattolica a chi lo praticava. La promiscuità sessuale evidentemente era per lui un problema: [...] quando si parlava di riunioni, non voleva neanche sentir parlare di riunioni miste (uomini e donne). Il vero motivo io non l’ho mai saputo: forse perché i tempi correvano così, oppure perché le sue esperienze da giovane glielo sconsigliavano. (Elisa Ferraro, perpetua di Don Giovanni).
Sembra avere avuto qualche difficoltà ad accettare le innovazioni della Chiesa: Quando il Concilio Ecumenico Vaticano II introdusse l’uso della lingua italiana nella celebrazione della S. Messa, si preoccupò, ma nello stesso tempo seppe rendere partecipi i fedeli. [...] Per Don Giovanni le innovazioni andavano prese con cautela, e forse fu l’ultimo Parroco della Diocesi di Vicenza a celebrare la S. Messa rivolto verso l’assemblea. (Antonio dalla Costa)
Questa titubanza nei confronti delle novità conciliari io all’epoca non la percepii. Ricordo la preparazione alla Prima Comunione, quando ci spiegò perché, per la prima volta, le bambine avrebbero avuto una semplice tunica bianca uguale per tutte, anziché i tradizionali fastosi abitini da minisposa: significava povertà, semplicità e annullamento delle differenze, in luogo della ricchezza e vanità dei vestitini di un tempo. Mi sembrò un’innovazione perfettamente logica e giusta. Non fu così per Giovannino Guareschi, ma lo scopersi solo alcuni decenni dopo. Guareschi fa dire alla sua servetta, disposta a fare sacrifici economici pur di comprare un vestitino costoso per la figlia: «Una bambina ricca può infischiarsene dell’abito della Prima Comunione perché potrà avere, nella vita, centomila altre soddisfazioni. Ma una bambina povera, la figlia di una povera serva come me, perché non deve avere le poche soddisfazioni che la sua grama condizione le permette? [...]» (Gio’ vuole un vestito bellissimo per la Cresima [sic] della figlia, rubrica Telecorrierino delle famiglie, Oggi n. 20, 1965)

Don Giovanni aveva sempre in mente la salvezza dei suoi fedeli. Anche la sua, naturalmente: così si raccomandava a P. Silvano Tomasi:

[...]

E par mi dighe a San Piero
quattro bone parolete,
che nol staga a star severo
quando vien sto vecio prete.

Che ale volte nol me brave;
che no càpite par caso
che brincando le so ciave
me le sbata sora el naso.

Ma co’ sono el campanelo
el me fazza on bel sorriso,
chel spalanche quel portelo
e mi salto in Paradiso.

[...]

(Qualche strofeta in dialeto bassanese per el toso pi ceo de l’Amabile: PADRE SILVANO TOMASI Scalabrin che ancò beato canta la so prima Messa a Marchesane, 1965) E per me di’ a San Pietro / quattro buone paroline, / che non stia a fare il severo / quando viene questo vecchio prete.
Che alle volte non mi sgridi; / che non capiti per caso / che afferrando le sue chiavi / me le sbatta sul naso. / Ma quando suono il campanello / mi faccia un bel sorriso, / che spalanchi quel cancello / e io salto in Paradiso.
(Qualche strofetta in dialetto bassanese per il ragazzo più piccolo dell’Amabile: PADRE SILVANO TOMASI Scalabrino che oggi beato canta la sua prima Messa a Marchesane, 1965)


Vecchio, ahimè, Don Giovanni non divenne mai veramente: morì improvvisamente di infarto a 63 anni. Ma in Paradiso – se c’è un Paradiso – Don Giovanni ci è andato di sicuro: a scrivere una pezzeta dedicata a tutti gli angioletti, a insegnare il veneto a San Pietro. E a discutere con Guareschi – se pure lui si trova lì – di tutte le diavolerie escogitate dalla Chiesa moderna.

Desso taso poro mi
se no vualtri me dixì
ca someio na comare
che continua sbattolare.

(LA PEZZETA ALLE PUTELE, 1969)

Adesso taccio povero me / se no voi mi dite / che assomiglio a una comare / che non la smette di ciarlare.
(LA PEZZETTA ALLE BAMBINE, 1969)



LETTURE CONSIGLIATE

Tutti i testi di don Giovanni Floriani (tranne quello iniziale, inedito) sono tratti da:
– Dalla Costa, Antonio, DON GIOVANNI FLORIANI TESTIMONE DI DIO TRA LA GENTE DI MARCHESANE – Vent’anni dopo, ma ancora presente e vivo tra noi, Bassano del Grappa, Tipografia Moro (Cassola, VI), aprile 1990. Senza ISBN.
È l’unico libro esistente su Don Giovanni Floriani, scritto da un parrocchiano che fu suo collaboratore. Non è reperibile in commercio e nemmeno su Internet. Ma lo potete trovare in qualche biblioteca pubblica, per esempio la Bertoliana di Vicenza (due copie, ammesse al prestito):

Inventario 1001361
Collocazione GONZ* B 00 00056

Inventario 1003629
Collocazione GEN C 00 00451  

APPENDICE
SUL MISTERIOSO “PO DE BIO”

I Francesi, per non nominare il nome di Dio invano, sostituiscono eufemisticamente l’interiezione “par Dieu” con “parbleu” (= per blu: il Dio dei puffi?); allo stesso modo noi diciamo “perdinci”, “perdindirindina”, ma anche “perdiana” e, visto che siamo passati in ambito politeistico, pure “perbacco”. In Veneto, per evitare di nominare l’Ostia consacrata, si ricorre a “ostrega” (= ostrica). Si tratta di eufemismi talmente radicati e usuali che spesso li usiamo senza renderci conto della loro origine. Non se ne rende conto Don Giovanni, quando usa un’interiezione come “ostamenta” – come ho riscontrato in un paio di sue poesie – che suppongo abbia la stessa origine di “ostrega”. E non se ne rende certamente conto quando, nella poesia dedicata a mio padre, gli scappa un “po de bio”, interiezione che ha tutta l’aria di una bestemmia mascherata (ma non chiedetemi di fare ipotesi sulla sua origine).
Ho cercato “ostamenta” e “po de bio” sia nei dizionari veneti che in Internet, ma non ho trovato nulla; mi resta solo una cosa da fare: unire l’utile al dilettevole frequentando assiduamente le osterie e i bar di paese dove, nonostante i nuovi gestori cinesi, si parla ancora il veneto schietto.

martedì 31 gennaio 2017

Etichette curiose: ROERO ARNEIS CA' DEL PLIN




Roero Arneis
CA' DEL PLIN


In Langa, il sabato, la cuciniera tirava la pasta sfoglia, poi preparava gli agnolotti, con un vecchio modo di sigillare il ripieno tra le falde della sfoglia, chiudendoli tra le dita, come per dare un pizzicotto, da qui la denominazione “ravioli del Plin” maggiormente apprezzati tanto più riuscivano di dimensioni ridotte. E la domenica a tavola era una festa.

Questa è la storia che leggiamo nelle etichette di una linea piemontese di vini . Sarà senz’altro vera, ma il mio pensiero va da un’altra parte: a quell’acqua minerale che si vanta di far fare tanta “plin plin”. Effetto sicuro, che però possiamo ottenere in modo molto più piacevole bevendo il vino: anche il vin fa far plin plin. E allora, quale vino può essere migliore di questo beneagurante Ca’ del Plin? Cin cin e plin plin!



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lunedì 26 dicembre 2016

Etichette curiose: PROSECCO CA’ VAL




Prosecco
CA’ VAL


Per varare questa nuova rubrica – Etichette curiose – trovo doveroso cominciare col botto: con un prosecco. Se la marca me l’avesse nominata un amico, avrei capito “Caval”, inteso come mammifer erbivor del gener Equo (Equus caballus) (De Mauro).
Ma nessuno me ne aveva parlato e, quando la bottiglia mi è capitata fra le mani, la scritta era chiara: “Ca’ Val”, dove ca’ va intesa come edif’ suddiv’ in stanz’ o in appart’, adib’ spec’ ad ab’ (De Mauro).
La cosa curiosa è però il logo, dove il grafico si è divertito (col consenso o su sollecitazione del produttore) a equivocare: leggiamo ca(sa) e vediamo due caval(li). In effetti il logo è strutturato come un’insegna araldica, e due cavalli lo nobilitano molto più di una casa: trasformano il produttore in cavaliere anziché in casalingo.
Senza contare che, oltretutto, i cavalli possono richiamare, alla lontana, il logo Ferrari (anche se, invece del noto spumante, si tratta della notissima casa automobilistica).
Non posso non pensare al prode Anselmo di Giovanni Visconti Venosta: se invece di partire a cavallo di un caval, ma con l’elmo – che usava per bere – che perdeva da un forellino, fosse partito a cavallo di un Ca’ Val, attaccandosi al collo della bottiglia non sarebbe morto di sete!
Per concludere: e se il produttore, anziché Val, si fosse chiamato Caval? La sua sarebbe stata la cacofonica (e ho detto tutto) azienda di Ca’ Caval...



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lunedì 10 ottobre 2016

Parole misteriose: AMBARABÀ CICCÌ COCCÒ





Ambarabà ciccì coccò,

tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore.
Il dottore si arrabbiò/ ammalò,
ambarabà ciccì coccò.



Illustrazione di Bruno Munari
(da: Nico Orengo, A-ULÍ-ULÉ. Filastrocche, conte, ninnenanne, Torino Einaudi, 1972.)

Ambarabà ciccì coccò l’abbiamo sentita e ripetuta tutti, da bambini, senza porci troppe domande: una filastrocca esiste e basta, fa parte da sempre del nostro paesaggio mentale. E non è strano che una filastrocca sia strana: i suoni e i ritmi sono più importanti del senso.
Però, a guardarla bene, Ambarabà è strana davvero. Intanto può essere divisa in tre parti nettamente caratterizzate e diverse:

1 – primo verso
Ambarabà ciccì coccò
parole sconosciute, verosimilmente inventate, senza alcun significato;

2 – secondo verso
tre civette sul comò
parole conosciute, ma accostate senza una logica apparente, per costruire una scena incongrua, surreale: un nonsense;

3 – versi successivi: 
che facevano l’amore
[...]
una storia con una logica più o meno credibile.

È un testo che va dall’oscurità alla chiarezza, dal criptico all’intelligibile, passando attraverso l’assurdo. Le sue tre parti sembrerebbero paragonabili a strati geologici sovrapposti, formatisi in epoche successive, e potrebbero testimoniare un processo creativo a tappe, sviluppatosi per successive aggiunte.
Esaminiamole allora una per una.

1 – Ambarabà ciccì coccò
Vermondo Brugnatelli, nel suo articolo Per un’etimologia di “am barabà ciccì coccò”, parte da queste due ultime parole, notando come esse violino una tendenza universale, tipica dell’invenzione liguistica ludica, a creare coppie di parole che si differenzino solo per una vocale, mantenendo invariate le consonanti e le eventuali altre vocali. Di solito si passa dalla “I” della prima parola alla “A” (oppure “O”) della seconda parola. Brugnatelli la chiama la regola del ciff e del ciaff.
Volete alcuni esempi? Eccoli:
– onomatopee e termini espressivi: tic tac (dell’orologio), din don dan (delle campane) tip-tap (ballo), tricchetracche (strumento a percussione napoletano), ninna nanna, ping-pong;
– nomi di personaggi: Tip e Tap (nipoti di Topolino), Qui Quo Qua (nipoti di Paperino), Bibì e Bibò (figliastri del capitan Cocoricò), King Kong;
– accoppiamenti fraseologici: così e/o cosà, di riffa o di raffa, chi non risica non rosica;
– marchi commerciali: KitKat (merendina), Kitekat (cibo per gatti);
– sigle: lib-lab (accordo fra Liberali e Laburisti).
Apparentemente, per noi alfabetizzati abituati a visualizzare le parole nella loro forma scritta, la coppia ciccì coccò rispetta la regola perché la consonante permane invariata; ma è una permanenza solo visiva, perché il suono è ben diverso: dolce – o palatale – (“C” di “Cina”) nella prima parola, duro – o velare – (“C” di “china”) nella seconda parola. Per rispettare la regola la pronuncia originaria sarebbe dunque stata kikkì kokkò (o, se preferite la grafia italiana moderna, chicchì coccò); ma per ritrovare questa pronuncia dobbiamo risalire addirittura a prima del V secolo, in epoca latina! E, cercando parole latine dotate di significato, Brugnatelli arriva alla conclusione che am barabà ciccì coccò potrebbe essere la corruzione di hanc para ab hac quidquid quodquod. Presupponendo che il significato del verbo latino parare fosse già slittato da quello originario di “preparare” a quello moderno di “riparare, proteggere”, Brugnatelli ipotizza che si trattasse di una conta infantile: “questa [mano] ripara dall’altra”, con finale nonsense: quidquid quodquod, rispettivamente pronome indefinito relativo neutro e aggettivo neutro = qualunque, chiunque.
Non che questo (presunto) originale abbia un gran senso, ma si tratta di una filastrocca infantile, no? E comunque l’ipotesi di Brugnatelli, se non è vera, è ben pensata.
A noi alfabetizzati la cultura orale sembra labile e ci pare impossibile che possa durare così a lungo del tempo. Ma, per fare un esempio, due studiosi (Sara Graça da Silva dell’Università di Lisbona e Jamshid Tehrani dell’università di Durham), ricostruendo l’albero filogenetico delle fiabe indoeuropee, sono giunti alla conclusione che esse hanno origini più antiche di quanto si pensasse: La bella e la bestia è risultata risalire a 4000 anni fa e Il fabbro e il diavolo addirittura a 6000!

2 – tre civette sul comò
Se qualcuno, in epoca moderna, avesse voluto dare una continuazione a questa formula misteriosa che arrivava dalla notte dei tempi, che cosa avrebbe potuto fare? Partire dal senso era impossibile, perché non c’era o era andato perduto. Cosa restava? Farsi guidare dai suoni:
ciccì → ci... ci... civetta!
coccò → co... co... [una parola tronca, per favore] comò!

3 – che facevano l’amore
[...]
Adesso che abbiamo i personaggi, bisogna inventare una storia.
Che ci facevano tre civette su un comò? facevano l’amore con la figlia del dottore. Alt! Non fate quella faccia, nella storia non c’è nulla di licenzioso: fino a qualche decennio fa, fare l’amore con significava semplicemente, “fare la corte a”, “essere fidanzato con”. E la fidanzata la si andava a visitare a casa, alla presenza dei parenti: ecco il ruolo del comò, più pratico – per appollaiarsi – di un divano. Solo che il padre questa volta era all’oscuro della cosa (o non gradiva gli spasimanti della figlia); e allora si arrabbiò (o, ironia della sorte e massima onta per un medico, si ammalò, di dolore naturalmente).

P.S.
E la filastrocca sorella, An ghin gon (o Anghingò), potrebbe avere un’origine simile? Secondo Brugnatelli sì: hanc hic huc = questa [mano?] da qui a qua.


SITI INTERNET
L’imprescindibile articolo di Vermondo Brugnatelli, Per un’etimologia di “am barabà ciccì coccò", si trova qui: 

L’articolo di Vermondo Brugnatelli, La “regola del ciff e del ciaff”, si trova qui:

Sull’antichità delle fiabe: Elena Dusi, C’era una volta nella preistoria... Quanto antiche sono le favole (La Repubblica, 22 gennaio 2016): 


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