domenica 28 febbraio 2016

FARE UNA FILASTROCCA – 12



PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE





 

USARE IL RIMARIO
LA CHIOCCIOLA

C’è chi si vergogna di usare il rimario (o di ammetterlo...): sembra che il rimario sia “un trucco” che permette anche ai meno abili di trovare una rima. Ma le rime esistono già, nella lingua italiana, prima che noi le cerchiamo: il rimario ci permette di:

1 – abbreviare i tempi;
2 – avere la certezza di aver considerato tutte le rime possibili.

Più un versificatore acquista esperienza, meno sente il bisogno di ricorrere al rimario, è vero; ma una consultazione, anche a posteriori, del rimario, permette di perfezionare, o arricchire, una composizione.

Ma il rimario può, a volte, diventare anche una fonte di ispirazione, rivelando accostamenti tra parole lontane, accomunate solo dalla rima.

Mi è successo ragionando sulla chiocciola e sulla pellicola trasparente che lascia sul suo cammino: le sequenze, trovate nel rimario,
chiocciola, gocciola
e
canicola, graticola, pellicola
hanno generato questa storia.

LA CHIOCCIOLA

Nella graticola
della canicola
lenta la chiocciola
lucida gocciola
la sua pellicola.

Non è una storia particolarmente interessante, e neanche molto credibile (una chiocciola che esce sotto la canicola è una chiocciola che sta tentando il suicidio), ma le rime sdrucciole – tecnicamente difficili (perché rare) e ritmicamente piacevoli (perché saltellanti) – rendono la filastrocca gradevole.


La chiocciola
fa parte della raccolta
Sarnus editore, aprile 2012.


Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche:

FARE UNA FILASTROCCA – 10
FARE UNA FILASTROCCA – 11
FARE UNA FILASTROCCA – 13


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domenica 24 gennaio 2016

CAMILLO SCROFFA ovvero IL FIDENZIO CAMILLIFILO E IL CAMILLO FIDENTICIDA

I

Voi ch’auribus arrectis auscultate
in lingua etrusca il fremito e il rumore
de’ miei sospiri pieni di stupore
forse d’intemperantia m’accusate.

Se vedeste l’eximia alta beltate
de l’acerbo lanista del mio core
non sol dareste venia al nostro errore,
ma di me havreste, ut aequum est, pietate.

Hei mihi, io veggio bene apertamente
ch’a la mia dignità non si conviene
perdutamente amare, et n’erubesco;

ma la beltà antedicta mi ritiene
con tal violentia che continuamente
opto uscir di prigion, et mai non esco.

(Camillo Scroffa, in I Cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di P. Trifone, Roma, Salerno editrice, 1981)

Voi che con le orecchie tese ascoltate in lingua toscana il fremito e il rumore dei miei sospiri, pieni di stupore forse mi accusate di intemperanza. Se vedeste l’esimia alta beltà dell’acerbo torturatore del mio cuore, non solo perdonereste il nostro errore, ma avreste di me, com’è giusto, pietà. Ahimè, vedo con chiarezza che alla mia dignità non conviene amare perdutamente, e ne arrossisco; ma la beltà anzidetta mi trattiene con violenza tale che continuamente desidero uscire dalla prigione, e non esco mai.


 
I


Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono, 

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono. 

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno; 

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

(Francesco Petrarca, in Canzoniere, a cura di R. Antonelli, G. Contini e D. Ponchiroli, Torino, Einaudi, 1968)


 
II


Ne i preteriti giorni ho compilato
un elegante et molto dotto opusculo
di cui, Camillo, a te faccio un munusculo,
ben ch’altri assai me l’habbia dimandato.

Leggilo, et se ti fia proficuo et grato,
come io so certo, fa’ ch’il tuo pettusculo,
pur troppo, hoimè, pur troppo duriusculo,
di qualche humanità sia riscaldato.

Hei, hei Fidentio, hei Fidentio misello,
che dementia t’inganna? ancora ignori
ch’il tuo Camil munusculi non cura?

Non sai ch’in vano il suo adiutorio implori,
perché è una mente in quel corpo tenello
d’una cote caucasea assai più dura?

(Camillo Scroffa, in I Cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di P. Trifone, Roma, Salerno editrice, 1981)
 
Nei giorni passati ho compilato un opuscolo elegante e dottissimo che offro a te, Camillo, come piccolo dono, benché altri me l’abbiano domandato insistentemente. Leggilo, e ti sia proficuo e gradito, come io so per certo; fa’ che il tuo piccolo petto, purtroppo, ohimè, purtroppo duretto, sia riscaldato da un po’ di umanità. Ehi, ehi Fidenzio, ehi Fidenzio miserello, quale pazzia t’inganna? ignori ancora che il tuo Camillo non si cura di regalucci? Non sai che implori invano il suo aiuto, perché in quel corpo tenerello c’è una mente molto più dura di una pietra del Caucaso?




CAMILLO SCROFFA (o SCROFA)
(Vicenza 1527 o 1526 – 1565 o 1576)
(Immagine: Biblioteca Civica Bertoliana, Vicenza)


Non c’è insegnante, a Vicenza, che non sia passato per borgo Scroffa, perché è la via su cui si affaccia l’Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza (ex Provveditorato agli Studi). Tuttavia ben pochi fra loro sono consapevoli che il nome della via non rimanda a un pittoresco passato contadino fatto di salami e soppresse, ma a un nobile – nonostante il nome ignobile – letterato del Cinquecento, tanto raffinato quanto dimenticato: Camillo Scroffa.

Di lui non sappiamo quasi niente – perfino le date di nascita e morte sono incerte – e quel poco che sappiamo è errato. Infatti l’attività di giureconsulto che gli viene attribuita è dovuta – come notato recentemente da Katharina Hartmann – a un equivoco linguistico nato dalla trascrizione errata di uno scritto di Sebastiano Montecchio (o Monticoli o Monticello). Si tratta di due variazioni nel testo (lo spostamento di Iuri e la trasformazione di aut in ut) minime ma fatali: una cosa troppo bella per non condividerla con voi, miei diletti.
Ecco il testo come viene riportato da diversi studiosi:
Thomae Zanechino non absimilis est alter Thomas Scropha morum suavitate peritia iuris aequiparandus Gregorio Scrophæ legum acutissimo, interpreti tempore Scaligerorum: Quam morum & ingenij praestantiam diebus elapsis vidimus in CAMILLO SCROPHA, non illo quidem, ut alij, Iuri scientiae particulariter addicto, sed tam feliciter per literarum Latifundia vagante, praesertim per Musarum Vireta, ut voces, auresque Principum, Imperatorum oblectentur eius carminibus ad iocum compositis.
“Non è dissimile da Tommaso Zanechino [o Zanecchino] l’altro Tommaso Scroffa, meritevole di essere equiparato per l’amabilità dei suoi modi e per la sua competenza nel diritto a Gregorio Scroffa, profondo conoscitore delle leggi al tempo degli Scaligeri: eccellenza nei modi e nel talento che abbiamo visto in passato in Camillo Scroffa, non dedito come altri alla scienza del Diritto, ma vagante tanto felicemente nei territori della letteratura, soprattutto nei giardini delle Muse, al punto che le voci e le orecchie dei Principi e Imperatori furono dilettate dalle sue poesie composte per gioco.”
Ed ecco il testo originale esatto:
Thomae Zanechino non absimilis est alter Thomas Scropha, morum suavitate, & peritia † iuris aequiparandus Gregorio Scrophę legum acutissimo interpreti tempore Scaligerorum: Quam morum, & ingenij praestantiam diebus elapsis vidimus in Camillo Scropha, non illo quidem Iuri, aut alij scientiae particulariter addicto, sed tàm feliciter per literarum Latifundia vagante, pręsertim per Musarum Vireta, ut voces auresque Principum, & Imperatorum oblectentur eius carminibus ad iocum cõpositis.
“Non è dissimile da Tommaso Zanechino [o Zanecchino] l’altro Tommaso Scroffa, meritevole di essere equiparato per l’amabilità dei suoi modi e per la sua competenza nel diritto a Gregorio Scroffa, profondo conoscitore delle leggi al tempo degli Scaligeri: eccellenza nei modi e nel talento che abbiamo visto in passato in Camillo Scroffa, niente affatto dedito al Diritto o ad altra scienza, ma vagante tanto felicemente nei territori della letteratura, soprattutto nei giardini delle Muse, al punto che le voci e le orecchie dei Principi e Imperatori furono dilettate dalle sue poesie composte per gioco.”

Ma veniamo all’opera.
Il progetto culturale del Rinascimento, basato sul recupero dei valori considerati universali ed eterni della Classicità, non poteva ovviamente prescindere dallo studio del latino. Ma troppo spesso gli alti ideali che avevano ispirato tale studio si infrangevano contro la realtà di un insegnamento basato su esercizi ripetitivi e noiosi, proposti da maestri mediocri e presuntuosi. Nasce così in Italia, nel Cinquecento, la figura satirica del pedante: Il pedante, il maestro di scuola presuntuosamente fiero delle sue cognizioni e portato a parlare una lingua infarcita di latinismi, quale prodotto tardivo e scadente dell’Umanesimo fu invenzione non peregrina, e se Francesco Belo prima, poi l’Aretino nel Marescalco e altri, dal Bruno al Della Porta, fecero del pedante un personaggio di commedia, ciò avvenne per quel rispetto del vero che è uno dei migliori requisiti del teatro comico cinquecentesco. (Bonora, Il classicismo dal Bembo al Guarini)
È in questo filone satirico che si inseriscono I Cantici di Fidenzio Glottochrysio (= Lingua d’oro) Ludimagistro (= Maestro di scuola) di Camillo Scroffa: 20 componimenti poetici nei quali Fidenzio, in prima persona, ci confida le sue pene amorose. Pene amorose, si badi bene, causate da un allievo – Camillo – che rifiuta le sue profferte!

Avete notato che l’allievo ha lo stesso nome dello scrittore? L’operazione ha tutta l’aria di una vendetta postuma perpetrata da Camillo Scroffa nei confronti dei professori che lo avevano torturato, da giovane, con lo studio del latino.


Elemento immediatamente distintivo della figura cinquecentesca del pedante è l’eloquio infarcito di termini latini e di latinismi: la satira perciò si svolge anche – o meglio soprattutto – a livello linguistico.
Ma per capire fino in fondo il meccanismo dell’operazione parodistica – dello Scroffa come degli altri letterati che si presero gioco dei pedanti – è però necessario fare una premessa. I latinismi dei letterati rinascimentali appartengono quasi sempre a due categorie:
a – latinismi creati per colmare un vuoto del sistema lessicale;
b – voci preesistenti – di origine popolare o dotta – che però assumono una sfumatura di significato o di espressione differente.
Si tratta dunque di latinismi derivanti da necessità reali.
Non è così per quasi tutti i latinismi di Fidenzio: i suoi neologismi sono inutili duplicati di voci già esistenti, creati:

a – italianizzando voci latine:
cubile = letto
decentissimo = graziosissimo
devio = che è fuori dalla retta via
poculo = bevanda
testudine = lira, cetra

(È curioso il caso del verbo frequentare, a cui Fidenzio dà il significato “di seguire un corso di studi, assistere regolarmente alle lezioni”, anticipando il significato attuale, che all’epoca il verbo non aveva in italiano.)

b – abusando di prefissi e terminazioni latine (o, nel caso di -filo, greche):
-bundo: expectabundo = che sta aspettando

-cida: fidenticida = uccisore di Fidenzio
-eo: vulpeo = volpino (agg.)
-ficare: soporificare = indurre al sonno
-filo: camillifilo = innamorato di Camillo
-itudine: contitudine = informazione, notizia
-peta: sublimipeta = che tende ad altezze sublimi, eccelso
 

semi-:
semiexposito = esposto/dichiarato a metà 
semimortuo = mezzo morto, quasi spento
 

-ulo/a:
Camillulo = Camilluccio
crinulo = capelluccio
genula = gotuzza, piccola gota
gut(t)ula = gocciola
tranquillulo = un po’ tranquillo 

-usculo:
blandiusculo = alquanto allettante/adulatorio
puntusculo = puntino
verbusculo = paroletta 

Nel caso del testo dello Scroffa le citazioni latine sono ridotte al minimo, mentre invece dilagano i latinismi: ne nasce una lingua poetica estremamente artificiosa, ridicola esibizione di vacua e inutile erudizione. L’idea di trasportare la figura del pedante dalle tavole del palcoscenico ai libri di poesia avrà un successo tale da dare origine a un genere: la poesia fidenziana.

La presa in giro non si limita però solo ai contenuti: al testo esplicito dei sonetti si affianca un sottotesto parodico. Nel proemio (Voi ch’auribus arrectis auscultate) Fidenzio ricalca quasi alla lettera il proemio del Canzoniere di Petrarca, declassandone però:

a – il contenuto
Petrarca → Fidenzio 

l’amore puro per Laura → la passione immorale per Camillo

b – e il tono:
Petrarca → Fidenzio

ascoltate → auribus arrectis auscultate

il suono → il fremito e il rumore
mi vergogno → n’erubesco

La stessa citazione virgiliana (Eneide, I, 151) auribus arrectis subisce un abbassamento: nell’originale la flotta di Enea, colta da una tempesta, drizza le orecchie per ascoltare le urla di Nettuno; nel sonetto di Fidenzio le drizziamo noi per ascoltare le confidenze morbose di un adulto che concupisce un ragazzino.
La satira di Scroffa dunque, oltre a colpire esplicitamente la pedanteria, si prende implicitamente gioco dei petrarchisti a lui contemporanei, che perpetuavano pedissequamente il loro modello con un lessico antiquato e stucchevole.

Ma non finisce qui: esiste anche un sottotesto osceno.
La maggior parte dei componimenti di Fidenzio sono in versi sdruccioli; secondo Adams il verso sdrucciolo ha un sottinteso osceno, perché, nella metrica classica, corrisponde al piede dattilo: una sillaba lunga e due corte, che simboleggiano il pene e i due testicoli. Vi immagino perplessi, miei diletti, e allora vi do lo schema grafico: — ∪ ∪. È più chiaro adesso?
Prendiamo in considerazione il sonetto Ne i preteriti giorni ho compilato.
Secondo Toscan il sotottesto racconta che Fidenzio ha fatto molte esperienze “normali” e offre il suo servizio ora a Camillo, benché sia molto richiesto anche da altri. Chiese a Camillo di prendere in mano l’”opuscolo” e se gli piace, spera che anche l’organo di Camillo si “accenda”. (Katharina Hartmann)
Se queste ipotesi vi sembrano cervellotiche e azzardate, date un’occhiata ai versi 2, 3, 6, 7 e osservate le loro terminazioni: opusculo, munusculo, pettusculo, duriusculo; c’è bisogno di aggiungere altro?

E ora che abbiamo toccato – in tutti i sensi – il fondo, possiamo tornare al discorso iniziale: quando le autorità decisero di costruire il Provveditorato agli Studi di Vicenza proprio in borgo Scroffa, si rendevano conto che quella meta di pellegrinaggio, quella Mecca degli insegnanti, si sarebbe affacciata su una via dedicata al cantore di un professore pedofilo? 


SITI INTERNET 

http://www.logospoetry.org/document.php?document_id=54552&code_language=IT 
Pagina di Logos Library col testo digitalizzato dei Cantici di Fidenzio.

LETTURE CONSIGLIATE

– Hartmann, Katharina, I Cantici di Fidenzio di Camillo Scroffa e la pluralità dei mondi – Il canone classico, l’eredità del Petrarca e la tradizione giocosa, V&R unipress in Göttingen, Bonn University Press, 2013.
È lo studio più recente e approfondito sull’opera di Camillo Scroffa.

– Trifone, Pietro (a cura di), Camillo Scroffa – I Cantici di Fidenzio – con appendice di poeti fidenziani, Roma, Salerno Editrice, 1981.
Lo raccomando per le note e il glossario; purtroppo è esaurito e quasi introvabile sul mercato antiquario.

– Waquet, Françoise, Latino – L’impero di un segno (XVI-XX secolo), Milano, Feltrinelli, 2004.
A chi volesse approfondire la seconda vita del latino, come lingua morta, consiglio vivamente questo libro che ripercorre la storia culturale del latino dal Rinascimento a oggi, con dovizia di aneddoti (il che non guasta).


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martedì 5 gennaio 2016

PETER VAN WOOD ovvero TRE NUMERI AL LOTTO

TRE NUMERI AL LOTTO
(I PAPPAGALLI)

(Renato Carosone – Fiorenzo Fiorentini; matrici: 11 gennaio 1951)
(Per ascoltare la versione di Peter Van Wood, clicca qui.)
(Per ascoltare la versione di Renato Carosone, clicca qui.)

Questa mattina mi sono svegliato
di soprassalto come un bebè:
ho fatto uno sogno simpatico e strano,
ora vi spiego perché.


Ho giocato tre numeri al lotto:
venticinque, sessanta e trentotto;
pensa un po’ che successo farà
la canzone se il terno uscirà.


Ho giocato tre numeri al lotto:
venticinque, sessanta e trentotto;
li ho giocati convinto perché
li ho sognati tutti e tre.


Ho fatto un sogno
tanto tanto bello:
ero in un castello
sotto il cielo blu.
C’erano tanti,
tanti pappagalli,
rossi verdi e gialli,
che dicean così:
“Giocali, giocali,

giocali, giocali,
gio’!”

Ho giocato tre numeri al lotto:
venticinque, sessanta e trentotto;
li ho giocati convinto perché
usciranno tutti e tre!
Usciranno tutti e tre!




PETER VAN WOOD
pseudonimo di
PIETER VAN HOUTEN
(L’Aia, 19 settembre 1927 – Roma, 10 marzo 2010)


“Con quella canzone, nel 1957, presi un po’ di soldi al Lotto. Due settimane fa ho giocato di nuovo la stessa terna 25 - 60 - 38, e ho ripreso un po’ di soldini. Ma non è facile, non è che i numeri li indovini così...”. Il segreto [...] per vincere? “Non c’è una ricetta. Io ogni tanto faccio qualche sogno e magari mi alzo, mi tiro fuori dal mio sogno e vado alla scrivania: prendo nota dei numeri sognati e il mattino dopo corro a giocarli. Ma non vinco sempre”. (Luca Zanini, Van Wood: ho vinto coi numeri della canzone, Corriere della Sera, 6 aprile 1998).

Sconfortante e controproducente ammissione, quella di non vincere sempre, da parte di uno che aveva fatto dell’astrologia il suo secondo lavoro, curando rubriche di oroscopi per giornali e riviste. Proprio in veste di astrologo aveva da poco partecipato all’edizione 1996-1997 del programma televisivo Quelli che il calcio, condotto su Rai Due da Fabio Fazio. Ma anche in quell’occasione non era stato molto fortunato: i suoi frequenti pronostici sbagliati avevano dato origine a un suo alter ego, la sagoma di cartone di un gufo, chiamato Van Goof (pronunciato all’inglese: Van Guf), con cui veniva messo in competizione: a ogni puntata, i pronostici esatti davano punti a Van Wood e i pronostici errati li davano a Van Goof.

Tre numeri al lotto è una canzoncina tipica dell’epoca, nella quale il testo è solo un pretesto per cantare un motivetto allegro e ritmato.

La passione per il gioco era condivisa dagli autori della canzone? A chi è venuta l’idea iniziale? A Renato Carosone, che essendo napoletano conosceva certamente la Smorfia? O a Fiorenzo Fiorentini? Non lo so, ma un’ipotesi ce l’avrei: sospetto che l’idea iniziale sia scaturita da un fatto squisitamente tecnico, legato al metodo di lavoro dei parolieri.

Il compositore, quando ha creato un brano musicale, ne consegna al paroliere una registrazione – ovviamente strumentale – contenente soltanto la linea melodica. Il paroliere, per familiarizzarsi col motivo, ha bisogno di cominciare subito a cantarla; per questo crea un testo provvisorio, convenzionale: un testo fatto semplicemente di numeri, scelti in modo da rispettare i tempi forti e quelli deboli delle frasi musicali (in poesia diremmo gli accenti).

Ecco un esempio, tratto da Consigli a un giovane scrittore, di Vincenzo Cerami (Milano, Garzanti, nuova edizione ampliata, 2002):

Azzurro
(testo: Vito Pallavicini; musica: Paolo Conte)

Strofa:
20-40-37 Cerco l’estate tutto l’anno
47-43 (o 40-7-43) e all’improvviso eccola qua.
20-40-37 Lei è partita per le spiagge
47-43 (o 40-7-43) e sono solo quassù in città,
20-40-37 sento fischiare sopra ai tetti
47-43 (o 40-7-43) un aeroplano che se ne va.

Refrain:

60 Azzurro
47-48 il pomeriggio è troppo azzurro,
20-3-3 e lungo per me,
60 mi accorgo
47-48 di non avere più risorse
20-3-3 senza di te,
60 e allora
47-48 io quasi quasi prendo il treno
20-43 e vengo, vengo da te,
60-47 ma il treno dei desideri,
47-48-3 nei miei pensieri all’incontrario va.

Naturalmente poi i numeri saranno sostituiti dal testo definitivo... Ma perché non mantenerli, facendoli diventare una giocata del lotto? Ecco, io sospetto che sia andata proprio così: che cioè Fiorenzo Fiorentini, sollecitato dal ripetersi di questa terna di numeri – 25-60-38 –, abbia pensato, spinto anche dalla rima in –otto, a un terno da giocare al lotto. In questo modo un mero espediente tecnico si sarebbe trasformato in un’idea creativa.

Nel caso della nostra canzone, i numeri potrebbero essere stati questi:

25-60-38 (o 20-5-60-38) Ho giocato tre numeri al lotto:
25-60-38 (o 20-5-60-38) venticinque, sessanta e trentotto;
25-60-3-3 (o 20-5-60-3-3) pensa un po’ che successo farà
25-60-3-3 (o 20-5-60-3-3) la canzone se il terno uscirà.


25-60-38 (o 20-5-60-38) Ho giocato tre numeri al lotto:
25-60-38 (o 20-5-60-38) venticinque, sessanta e trentotto;
25-60-3-3 (o 20-5-60-3-3) li ho giocati convinto perché
25-33 (o 20-5-33) li ho sognati tutti e tre.


A Fiorentini sarebbe venuta lo stesso l’idea se, invece di 38, avesse usato un altro numero, che non rimasse con lotto? Credo di no. Ma vediamo un po’: 38 è un trisillabo piano; quanti e quali sono i numeri trisillabi piani? 18, 28, 38, 21 e 31; le rime in –otto su 3 su 5, il 60 %: le probabilità giocavano a suo favore.

Che numeri possiamo ricavare da questo post?
Ho consultato la Smorfia per voi, miei diletti, e ne ho ricavato:

l’aucelluzz (l’uccellino): 35
’e denare (il denaro): 46
’a museca (la musica): 55

Da giocare su che ruota? Ma quella dell’Aia, naturalmente!
Ah, dite che non esiste? Beh, forse è meglio così! 


SITI INTERNET
https://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Van_Wood 
Pagina di Wikipedia su Peter van Wood.

http://www.ildiscobolo.net/VAN%20WOOD%20PETER%20HOME.htm 
Discografia e breve biografia di Peter Van Wood.

http://archiviostorico.corriere.it/1998/aprile/06/Van_Wood_vinto_coi_numeri_co_0_9804062681.shtml 
Intervista del Corriere della Sera a Peter Van Wood (6 aprile 1998).

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domenica 15 novembre 2015

LO ZECCHINO D’ORO: IL COCCODRILLO COME FA? ovvero PARTIRE DA UN’IDEA


A commentare i canti di Dante si sono messi in tanti; a commentare le canzoni dello Zecchino d’Oro non si è messo nessuno: tranquilli, ci penso io.

Oggi tocca a:

IL COCCODRILLO COME FA?
Testo: Oscar Avogadro – Musica: Pino Massara

Cantano: Carlo Andrea Masciadri (il bambino grande) e Gabriele Patriarca (il bambino piccolo)
36° Zecchino d’Oro, 1993.



Bambino grande:
Oggi tutti insieme
cercheremo di imparare
come fanno per parlare
tra di loro gli animali.


Bambino grande:

Come fa il cane?
Bambino piccolo:
Bau! Bau!
Bambino grande:

E il gatto?
Bambino piccolo:
Miao!
Bambino grande:

L’asinello?
Bambino piccolo:
Ih oh! Ih oh!
Bambino grande:

La mucca?
Bambino piccolo:
Muuu!
Bambino grande:

La rana?
Bambino piccolo:
Cra! Cra!
Bambino grande:

La pecora?
Bambino piccolo:
Beee!
Bambino grande:

E il coccodrillo?
Bambino piccolo:
... (Apre la bocca ma non emette suoni)
Bambino grande:
E il coccodrillo? 
Coro:
Boh!

Bambino piccolo:
Il coccodrillo come fa?
Non c’è nessuno che lo sa.
Si dice mangi troppo,
non metta mai il cappotto,
che con i denti punga,
che molto spesso pianga.


Bambino grande:
Però quand’è tranquillo
come fa ’sto coccodrillo?


Bambino piccolo:
Il coccodrillo come fa?
Non c’è nessuno che lo sa.
Si arrabbia ma non strilla,
sorseggia camomilla
e mezzo addormentato se ne va.
 

Bambino grande:
Guardo sui giornali,
non c’è scritto niente:
sembra che il problema
non importi alla gente.
Ma se per caso al mondo
c’è qualcuno che lo sa,
la mia domanda
è ancora questa qua:

il coccodrillo come fa?

Bambino piccolo:
Non c’è nessuno che lo sa.
Si dice mangi troppo,
non metta mai il cappotto,
che con i denti punga,
che molto spesso pianga.


Bambino grande:
Però quand’è tranquillo
come fa ’sto coccodrillo?


Bambino piccolo:
Il coccodrillo come fa?
Non c’è nessuno che lo sa.
Si arrabbia ma non strilla,
sorseggia camomilla
e mezzo addormentato se ne va.


Bambino grande:
Adesso ripetiamo,
se vogliamo ricordare,
come fanno per parlare
fra di loro gli animali.
Come fa il cane?


[...]

e mezzo addormentato se ne va. 

Bambino grande:
Avete capito
come fa il coccodrillo?
 


Bambino piccolo:
Lui mezzo addormentato se ne va!

(Ascolta e guarda la versione dal vivo di Carlo Andrea Masciadri e Gabriele Patriarca cliccando qui) 
(Ascolta e guarda la versione de I Cartoni dello Zecchino d’Oro vol. 4 cliccando qui


Il coccodrillo come fa?
libro + CD, Roma, Gallucci editore, 2007,
disegni di Giorgio Cavazzano.

Tutti conoscono la canzone Nella vecchia fattoria, e tutti conoscono i versi degli animali. Sicuri? E il coccodrillo come fa? Qui sta l’idea (che invidio a Oscar Avogadro) della canzone. Ma per scrivere una canzone non basta un’idea: ci vuole una storia. Allora, che fare?

Avogadro aveva due strade:

1 – procedere per associazione di idee;

2 – cercare
a – rime o
b – assonanze/consonanze
e vedere cosa se ne poteva ricavare.

Vediamo cosa ne è uscito:
1 – “lacrime di coccodrillo” (il coccodrillo mangia troppo e poi piange).

C’è qualche altra associazione possibile? No. Pazienza, passiamo al punto 2, cercando rime o assonanze/consonanze con coccodrillo, troppo, piange:

2a – coccodrillo: tranquillo (tranquillo? come il torero Camomillo! → camomilla: strilla)
→ Però quand’è tranquillo
come fa ’sto coccodrillo?

→ Si arrabbia ma non strilla,
sorseggia camomilla


2b – mangia troppo: cappotto
→ Si dice mangi troppo,
non metta mai il cappotto,
piange: punge
→ che con i denti punga,
che molto spesso pianga.


Tutto qua? Tutto qua. Però, che invidia!


SITI INTERNET:

http://it.wikipedia.org/wiki/Zecchino_d%27Oro 
Pagina di Wikipedia sullo Zecchino d’Oro.


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domenica 18 ottobre 2015

ALFREDO CASTELLI ovvero L’OMINO BUFO





(Dal Corriere dei Ragazzi)


(Da Lupo Alberto o Cattivik)



ALFREDO CASTELLI
(Milano, 26 giugno 1947 – vivente)
(da Wikipedia, caricamento originale: Castellin)

In casa eravamo due fratelli e quattro sorelle: il giornalino a cui eravamo abbonati, e che ci contendevamo quando arrivava, era il Corriere dei Piccoli, diventato nel 1972, in seguito a un referendum fra i lettori, Corriere dei Ragazzi. A distanza di decenni, uno dei miei ricordi più nitidi di quel giornalino sono i fumetti dell’Omino bufo. Fatto paradossale, perché si trattava del fumetto più programmaticamente disegnato male di tutto il giornale, e, soprattutto, caratterizzato da un umorismo spudoratamente basato su giochi di parole tremendi, di una stupidità insuperabile.
Ricordo perfettamente la prima gag a colori che vi venne pubblicata (CdR n. 14, 1972): un omino definito buffo (ma avrebbe perso presto la doppia F) che scivolava su una buccia di banana; commento: Ah, ah, ah! Che ridere! Il tutto era preceduto dalla seguente didascalia:
SIAMO SPIACENTI DI COMMUͶICARE CHE I DISEGNATTORI E GLI SEͶEGGIATTORI DI TILT SONO IN SIOPERO, PERCIÒ LA RUBBRICA È STATA AFIDATA A DEI PITORI CHE DIƧEGNAVANO SANTINI SUI MARCIAPPIEDI . (In seguito i generici “pitori” da quattro soldi si unificarono nella figura dello sciagurato “Pitore di Santini”; erano altri tempi: oggi i madonnari sono tecnicamente bravissimi.)


Il creatore era Alfredo Castelli (che in seguito avrebbe ideato e sceneggiato, fra l’altro, Martin Mystère), che racconta così la nascita della prima striscia: Controllando la ciano del settimanale, mi ero reso conto che era scomparso il logo della pagina delle vignette. L’impaginazione elettronica era al di là da venire: anziché di file si faceva uso di pellicole; quando se ne perdeva una, come in quel caso, occorreva rifarla con grande perdita di tempo, e c’era fretta. Nacque così la prima strissia comica: un omino dalla risata esagerata presentava un messicano che invitava al silenzio indicando una noce, soggiungendo: El silensio della noce!


L’unica differenza con la battuta di Vianello da cui la gag era stata copiata era l’ultima vignetta con la frase “Che ridere, che ridere!” pronunciata da un omino che sghignazzava sgangheratamente. La vignetta in questione aveva lo scopo di allungare il disegno portandolo alla misura necessaria, ma schiere di sociologi […] – soggiunge scherzando Castelli nella sua semiseria rievocazione del personaggio – sostennero che essa aveva un ruolo demitizzante, in quanto ironizzava metafumettisticamente sulla stupidità della battuta stessa; insomma, una sorta di “doppia lettura”, la prima immediata e la seconda più critica. In ogni caso la vicenda era destinata a rimanere senza seguito, e invece, subito dopo la pubblicazione, cominciarono a giungere decine lettere di lettori che proponevano nuove strisce di loro invenzione.
E così il personaggio dell’ Omino bufo continuerà a comparire nel Corriere dei Ragazzi fino al 1975, trasferendosi poi a Lupo Alberto (1984) e a Cattivik (1992). Nel 1993 Castelli, dopo 52 strisce,  passerà il testimone a Francesco Artibani, che ne realizzerà altre 601.

Perché fa ridere l’Omino bufo?
L’osservazione di Castelli sul doppio livello di lettura è pertinente: noi leggiamo l’Omino, che legge la striscia. Questo introduce un elemento di distanza: è l’Omino a ridere della battuta, non noi, che siamo troppo intelligenti per farlo; noi ridiamo della sua stupidità. Il che è senz’altro vero, ma spiega solo in parte l’effetto comico delle strisce e il loro successo. Ci dev’essere dell’altro.
Il funzionamento dell’umorismo, come pure dell’opera d’arte e della scoperta scientifica, è basato su quello che Edward De Bono chiama pensiero laterale: il risultato del processo creativo non è ricavabile meccanicamente dalle premesse, con un algoritmo; però, a posteriori, appare il più logico e coerente. Logico, ma imprevedibile. La differenza dell’umorismo rispetto alle altre forme creative sta nel fatto che la sua logica funziona, ma solo apparentemente, perché porta a conclusioni
– paradossali:
“Scusi, perché ha un cetriolo nell’orecchio?”
“Parli forte! Non vede che ho un cetriolo nell’orecchio?”
– o fallaci:
“Mia moglie si crede una gallina.”
“La faccia curare.”
“Bravo, e  poi chi mi fa le uova?”
– o basate su un equivoco:
Due carabinieri, salendo lo Stelvio, leggono il cartello Qui comincia la neve perenne; allora uno fa all’altro: “Appuntato, pure a Caltanissetta la neve comincia per N!”)
– o sproporzionate e inutilizzabili:
“Ho la casa invasa dai topi e non riesco a liberarmene: tornano sempre”
“Avevo anch’io lo stesso problema, ma l’ho risolto definitivamente.”
“E come hai fatto?”
“Ho dato fuoco alla casa.”

Nelle strisce dell’Omino bufo è proprio l’imprevedibilità a far funzionare la battuta finale che, presa da sola, sarebbe (come minimo) fiacca (e che, nel contesto, appare perfettamente logica).
A questo si aggiunge:
– la sproporzione fra lo sforzo di inventare e disegnare una storia solo per giustificare un gioco di parole altrimenti impresentabile o addirittura inutilizzabile;
– la curiosità masochistica del lettore ansioso di constatare a quali abissi di stupidità lo porterà il fumettista.
E, certo, la nota patetica dell’omino che cerca ingenuamente di potenziare l’effetto comico informandoci che si tratta di qualcosa di molto bufo, non è ininfluente –anzi! – sull’effetto finale.

Rendere utilizzabili le battute che chiunque altro avrebbe cestinato per la loro stupidità, farci ridere senza vergogna delle battute più insulse: questo è riuscito a fare Alfredo Castelli: chapeau.


SITI INTERNET
Pagina di Wikipedia dedicata all’Omino bufo.

Pagina di Wikipedia dedicata ad Alfredo Castelli.

Pagina di Biografieonline dedicata ad Alfredo Castelli.


Pagina di Wikipedia dedicata al Corriere dei Piccoli.



LETTURE CONSIGLIATE
Se siete arrivati fin qui in fondo senza storcere il naso, vi consiglio i seguenti testi (da cui ho ricavato le notizie sull’Omino bufo e le citazioni di Alfredo Castelli):
– Alfredo Castelli, Francesco Artibani, L’OMINO BUFO! . L’INTEGRALE. AL PAGGIO NON C’È MAI FINE. Le strip di Castelli a Artibani pubblicate su Lupo Alberto e Cattivik dal 1984 al 2001 – Strisce 1/378, Modena, Panini Comics, 2013.
Contiene anche la prima striscia e la prima tavola a colori del Corriere dei Ragazzi.
– Alfredo Castelli, Francesco Artibani, L’OMINO BUFO! . L’INTEGRALE. AL PAGGIO NON C’È MAI FINE. Le strip di Castelli a Artibani pubblicate su Lupo Alberto e Cattivik dal 1984 al 2001 – Volume 2. Strisce 379/653, Modena, Panini Comics, 2013.
Contiene anche 38 strisce dal Corriere dei ragazzi 1972-1973 (non 39 come dichiarato, perché una, per errore, è ripetuta due volte).
In realtà non si tratta di una vera integrale, perché le 38 strisce del Corriere dei Ragazzi sono solo una parte di quelle a suo tempo pubblicate: manca per esempio la striscia colori su Dracula e le mente, che ricordo bene. Tale striscia fu rifatta poi in seguito in bianco e nero per Lupo Alberto o Cattivik, come pure fu rifatta quella del silensio della noce.


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