domenica 6 maggio 2018

ARRIGO BOITO, ovvero PIZZICA, STUZZICA, PUNGI, SPILLUZZICA – seconda parte




ARRIGO BOITO
(Padova, 24 febbraio 1842 – Milano, 10 giugno 1918)


Non era cominciato bene il rapporto fra Arrigo Boito e Giuseppe Verdi. Il 22 novembre 1863
Boito aveva pubblicato nella rivista Museo di Famiglia l’Ode saffica col bicchiere alla mano:

Alla salute dell’Arte italiana!
Perché scappi fuori un momentino
Dalla cerchia del vecchio e del cretino,
Giovane e sana.

[...]

Forse già nacque chi sovra l’altare
Rizzerà l’arte, verecondo e puro,
su quell’altare bruttato come un muro
Di lupanare.

[...]

Verdi, convinto che Boito si riferisse a lui (se a torto o a ragione non sappiamo con certezza: Boito lo negò sempre), non la prese bene. Ci vollero tutta la pazienza e la diplomazia dell’editore Ricordi per ripristinare i rapporti fra i due: uno sforzo di cui lo dobbiamo ringraziare, perché dalla loro collaborazione nacquero due capolavori, la tragedia di Otello (1887) e la commedia di Falstaff (1893), che rinnovarono il melodramma italiano superando la tradizione dei pezzi chiusi (cioè delle arie, intervallate da recitativi). E ne nacque un’amicizia duratura, un rapporto quasi da padre a figlio fra Verdi (che era del 1813) e Boito (che era del 1842), una stima da parte di Verdi e una devozione da parte di Boito.

I due non potevano essere più diversi.
Boito era meno dotato musicalmente di Verdi: Manca di spontaneità e gli manca il motivo. (Lettera di G. Verdi a Opprandino Arrivabene, citato da E. Buroni nella sua tesi di dottorato Arrigo Boito librettista.). A questo si aggiungevano un’attitudine critica e un perfezionismo paralizzanti, che lo spingevano a disfare e rifare continuamente il proprio lavoro, alla ricerca del capolavoro musicale. Scrisse due sole opere: il Mefistofele, che continuò per anni a ritoccare (non solo dopo l’insuccesso iniziale del 1868, ma anche dopo il trionfo del 1875) e il Nerone, che, continuamente annunciato, rimase incompiuto. Così scriveva a Verdi: Lei è più sano di me, più forte di me, abbiamo fatto la prova del braccio e il mio piegava sotto il suo, la sua vita è tranquilla e serena, ripigli la penna e mi scriva presto: Caro Boito, fatemi il piacere di mutare questi versi ecc. ecc. ed io li muterò subito con gioja e saprò lavorare per Lei, io che non so lavorare per me, perché Lei vive nella vita vera e reale dell’Arte, io nel mondo delle allucinazioni. (Lettera di A. Boito a G. Verdi, 19 aprile 1884.)

Di tutt’altra pasta era Verdi, che aveva assorbito dagli avi la mentalità contadina concreta e pragmatica. A Corrado Ricci che gli spiegava che [...] il Nerone non si compiva perché il Boito aveva il brutto difetto d’essere troppo esigente sulle cose proprie, cioè autocritico, Verdi rispondeva: Non bisogna esagerare nella smania di perfezione, perché è il vero modo di non compiere nulla. La natura, la sincerità di un maestro si mostra meglio mantenendo intatto ciò che è uscito dal proprio genio, dalla propria ispirazione, che ritornare sempre sui propri passi. Anzi, dall’alternativa di cose un po’ basse con altre elevate, queste s’avvantaggiano di più nel contrasto. Talora è da credere che alcuni poeti abbino calcolato su simili effetti. (Corrado Ricci nel Giornale d’Italia del 2 giugno 1918, riportato in Raffaello De Rensis, Arrigo Boito – Aneddoti e bizzarrie poetiche musicali, Roma, Fratelli Palombi Editori, 1942.)

Il sodalizio tra i due fu per Boito liberatorio, per due motivi:
1 – Il confronto con un collega ha una funzione – per usare una metafora biologica – enzimatica: catalizza la reazione creativa. Aiuta ad evitare i vicoli ciechi, a identificare le strade promettenti, ad aprirne di nuove. Non solo: velocizza il lavoro e ne migliora la qualità.
Succede, quando si lavora da soli (e soprattutto se si è di temperamento problematico), di arenarsi per un’inezia o per un dubbio; discuterne con un collega o un amico è la cosa migliore per schiarirsi le idee e per sbloccarsi velocemente: vi dirà di non perder tempo su questo, di focalizzarvi su quello, vi darà degli spunti, vi conforterà su una soluzione... o vi dirà che fa schifo (ma non dovete offendervi!). Sono conversazioni provvidenziali, credetemi miei diletti, ve lo dico da architetto, per esperienza personale, perché i difetti di Boito li ho anch’io. Ma ricordatevi: è fondamentale non essere permalosi.
2 – E poi, diciamocelo francamente: la responsabilità delle scelte finali e definitive ricadeva sempre su Verdi.

Verdi d’altro canto trovava in Boito il librettista ideale, per più motivi:
1 – Boito era, oltre che un buon poeta, un versificatore dalle notevolissime capacità tecniche e dal lessico amplissimo: nei suoi scritti troviamo dantismi, lasciti della tradizione petrarchesca e cinquecentesca, termini colti, ma anche gergali, regionali, colloquiali.
2 – Oltre che letterato, Boito era anche musicista: dunque conosceva profondamente, a livello professionale e per esperienza diretta, il melodramma in tutti e due i suoi aspetti, letterario e musicale.
3 – Si aggiunga poi, per quanto riguarda il Falstaff, la propensione di Boito per il divertimento, le bizzarie e i funambolismi verbali. Propensione che emerge prepotentemente nella corrispondenza privata, più libera e informale, in particolare quella con l’amico Giuseppe Giacosa. Vediamone alcuni esempi.

Due sole rime:

Alla Distintissima Signorina
~ Paolina Giacosa ~
esimia dilettante di fotografia
Laude
Quel ritratto m’assomiglia
Perché il sole è Verità.
Anche quando un granchio piglia
Il fotografo nol sa,
Perché tardi le sue ciglia
Scorgon quel ch’ei fece là.
Ma una figlia di famiglia
Sempre sa quello che fa
Specie se tenuta in briglia
Dalla mamma e dal papà.

(A Paola Giacosa, senza data.)

Omografi, ma con accento diverso:

Mentre ti scrivo al tavolo
incretinito e solo,
al par d’Elia l’arcavolo (1)
sovr’ardent’arca volo.

Per te qual da un trapezio
balzo sul suol natio
del direttor dell’Ezio, (2)
con cuor di padre e zio.

Volo alla Duse: elessero
tuoi versi ad essa impero.
Sparir quei che tessero (3)
tirate alla Tessèro. (4)

Ma il pianto al par della fistola (5)
sulla mia guancia cola!
Vorrei con questa pistola (6)
partir come pistola.

Ma invan! Pure a correggere
le sorti mie severe
le tue mi dovrai leggere
commedie alte e leggere..

(A Giuseppe Giacosa, 19 ottobre1883.)

(1) Elia = Profeta biblico.
(2) Direttor dell’Ezio = Metastasio, nato a Roma, autore dell’Ezio?
(3) Tessero = Tesserono.
(4) Tessèro = L’attrice Adelaide Tessero.
(5) Fistola = Antico strumento musicale a fiato.
(6) Pistola (leggi “pìstola”) = epistola.

Spostamento scherzoso degli accenti, mutando le parole da piane a sdrucciole e viceversa:

O Pin. (1)
Verga sclamò: Lerai! (2)
Gualdo rispose: Mai!
Io sol, perché te àdulo,
La mia canzon già mòdulo:
Andrem sul San Theòdulo, (3)
Ci andrem di grado in gràdulo,
E i passi, messi in fila,
Dei nostri audaci piè
Faran N. 3333!

Verga sclamò: Lerai!
Gualdo rispose: Mai!
Io sol, perché te adùlo,
La mia canzon già modùlo:
Andrem sul San Theodùlo,
A piedi e senza mulo,
Con fosco binocùlo
Garantirem l’ocùlo.
E i passi messi in fila,
Dei nostri eroici piè
Faran N. 3333!

Verga sclamò: Lerai!
Gualdo rispose: Mai!
Con foga aculeata
Dai sorsi del cognac
Affronterem sul ghiaccio
S’anco faccia un crepaccio
Sotto il tuo peso crac.
E i passi messi in fila,
Dei nostri eccelsi piè
Faran N. 3333!

Verga sclamò: Lerai!
Gualdo rispose: Mai!
Facciamo i patti tondi
per ripartire i pondi (4)
Sul vitreo pendìo
Varcando in su e in giù
Prima passerai tu
E poi passerò io.
E i passi messi in fila,
Dei nostri alati piè
Faran N. 3333!

(A Giuseppe Giacosa, 23 giugno 1885.)

(1) Pin = Giuseppe Giacosa.
(2) Lerai = Espressione negativa milanese da “ciondolerai”.
(3) Passo del San Teodulo, 3333 metri s.l.m.
(4) Pondi = Pesi.

Rime con raddoppio di consonante:

[...]
. . . . . .
Ed ora che hai fatto
Lieto il mio fato,
La man mi gratto
E ti son grato
Color che sanno
Ti voglion sano.
A te il nuov’anno
Porti un nuov’ano.
––––
Schiva la carta Bristola (1)
Quella non fa per te
Guarisci la tua fistola
e vieni a San Josè. (2)

(A Giuseppe Giacosa, febbraio 1889.)

(1) Carta bristola = cartoncino bristol.
(2) San Josè = 19 marzo, S. Giuseppe.

Assonanze alla maniera di Leporeo (non sapete chi è? cliccate qui), del tipo -ate, -ete, -ite, -ute (e, a volte, con la consonante precedente identica (come -mate, -mete, -mite, -mute):

Caro Pin. Voi fabbricate
sulle vostre alture chete
prose e versi e v’arricchite
rimbottandovi la cute.
E Melpomene, che amate, (1)
già v’innalza nuove mète
sovra un vol or fiero or mite.
– Io vi grido: Picamute”. (2)
Picamute! ed armo l’arco
Per gettarvi in braccio all’orco,
perché sempre un uomo parco
porta invidia a un uomo porco.
E il mio verso ver voi striscia
mentre un suon d’alt’acque scroscia;
E quel suon, m’accorsi poscia,
è d’uom che qui accanto piscia.
Già sperai la “Resa” rasa (3)
e squittivo dalle risa,
quando, a Roma, ecco la “resa”
rifiorir come una rosa;
la signora Amelia Prasa
tal notizia aveva presa
dal “Corrier”; io con sorprisa
maledii la vostra prosa.
Se voi foste a Buda-Peste,
scrivereste per le poste
più sovente. Io mangio paste.
Tutto està sto a Villa d’Este. (4)
Ristorar vi vuol quest’oste
Come foste Illica o D’Aste. (5)
Via! Scendete l’erta erma,
qui portate ogni vostr’arma,
lancia, elmetto e spada e parma; (6)
poscia andrem più presto a Parma,
Ombre, aure, onde e quante elise (7)
voci quel che Laura eluse (8)
qui v’attendon; “e i me dise
che qua vol vegner la Duse”. (9)
Puro è il ciel; trilla la rana;
sovra un suol di fine arena
gentilmente il fonte orina;
vola l’Euro o vien da Arona;
suoi tepori agosto emana;
ride al suol la roccia amena
che nel sen chiude la mina.
“Vien, se no te digo mona. (10)

(A Giuseppe Giacosa, post marzo 1886?)

(1) Melpomene è la Musa del canto.
(2) ?
(3) allude alla Resa a discrezione, commedia di G. Giacosa, 1886.
(4) Està = estate.
(5) Luigi Illica e Ippolito Tito D’Aste, drammaturghi.
(6) Parma = piccolo scudo.
(7) Citazione petrarchesca; elise = elisie, dei Campi Elisi, luogo dell’aldilà destinato alle anime elette, secondo gli antichi Greci.
(8) Francesco Petrarca.
(9) E mi dicono che qua vuol venir la Duse.
(10) Se no (non, nella trascrizione consultata) te digo mona = Vieni, sennò di dico minchione]

Ancora assonanze, ancora più difficili: sdrucciole (-icciola, -ucciola, -occiola), tutte con la stessa terminazione (-ciola).

Mi mandi la tua bric
Di canzoncina pic
tessuta in rime sdruc (1)
Io la tua carta spic
Di vil monata, arric (2)                 ciola
E alla mia lampa abbruc

– Un falso argento sgoc
La coda della chioc

(A Giuseppe Giacosa, 1885.)

(1) Rime, nella trascrizione originale.
(2) Monata = stupidaggine, in veneto.

Latinismi maccheronici, in cui si alternano calchi scherzosi del nominativo e del genitivo (-ago, -aginis) della terza declinazione:

Forse una vaga imagine
È questa tua lombago,
Ovvero una lombagine
Della tua vaga imago.
Prendi penna e cartagine,
ovvero sia Cartago,
E scrivi illustri pagine
Che il mondo faccian pago,
Da Londra a Crescenzagine,
Ovvero Crescenzago.

(A Giuseppe Giacosa, senza data.)

Allitterazioni a gogò:

Tu andrai d’Andrate sul verde colle, (1)
Lesta l’estate trascorrerai,
Trarrà tra rari nappi il suon folle
d’ilari lari la lira là.
Lì ti rimiri nell’onda viva,
Lì ti ritiri fra l’ombre e i fior,
Lì sull’arborica verzura estiva
Il carco corica, carico cor!

(A Giuseppe Giacosa, marzo 1888?)

(1) Boito si rivolge a se stesso.

Uso compulsivo delle abbreviazioni, autentiche o inventate:

Caro Prof. Avv. Cav. e Com.
Oggi, qui, ore 6. pom.
Al Term. Cent. 40 gr.!
Andrò allo Stab. Idr. di Gr.
Verso il 26 del corr.
Tu rispondi al prossimo corr.
Caro Com. Avv. Cav. e Prof.
Dammi un clis. un lav. un sbrof, (1)
Caro Prof. Com. Avv. e Cav.
Dammi un sbroff, un clis. un lav.
Tal ch’io possa dire: brrrr!
Con i miei quaranta gr.
Caro Prof. cura il tuo pat. (2)
Colla moll. inzupp. nel lat.
Se nol farai tu dirai: Crist!
Dirai Crist! al zac del bist. (3)
Cura il pat. con un ammoll.
Latte e malva 10 gram.
E sarai guarito indubb.
Credi al tuo dev. aff. ex-coll.
Della Comm. Art. Mus. e Dram.
Del R. Min. dell’Istr. Pubb.

(A Giuseppe Giacosa, luglio 1884.)

(1) Sbroff = spruzzo, in lombardo.
(2) Pat. = paziente?
(3) Zac del bist. = taglio del bisturi.

E, per finire, una poesia criptica, che acquista senso trascrivendo i numeri del terzo, quarto, settimo e ottavo verso in numeri romani.

Pinotto, da quel dì quel che ti lasciai, (1)
la penna tua nove nove non dièci. (2)
Siccome un cinquecento cinque e dieci (3)
della cinquanta cinque e dieci ai rai (4)
inforcasti l’arcion senza dir: Ahi! – –
Io, nel vederti con audacia tanta
sul mille cinque e cinquanta, pensai (5)
tremando al tuo cento cinque e cinquanta. (6)

(A Giuseppe Giacosa, senza data.)

(1) Pinotto = Giuseppe Giacosa.
(2) Nove nove non dièci = non ci diede nuove notizie.
(3) Cinquecento cinque e dieci = DVX (in numeri romani).
(4) Cinquanta cinque e dieci = LVX (in numeri romani).
(5) Mille cinque e cinquanta = MVL (in numeri romani).
(6) Cento cinque e cinquanta = CVL (in numeri romani).

La prima del Falstaff si tenne il 9 febbraio 1893 alla Scala di Milano. Verdi aveva 79 anni!
Con l’Otello (1887, sempre su libretto di Boito) e col Falstaff Verdi rompeva un silenzio operistico che durava dal 1871 (Aida), dimostrando non solo che, nonostante l’età, la sua creatività non si era affievolita, ma anche che era capace di rinnovarsi percorrendo strade nuove. E, sempre col Falstaff, dimostrava inoltre di saper trattare il registro comico, che non era considerato nelle sue corde: l’unica sua opera comica precedente – la giovanile Un giorno di regno, 1840 – era stata un insuccesso.
Un po’ di merito, in tutto questo, va attribuito anche a Boito, che ne dite?


LETTURE CONSIGLIATE

Opere di Arrigo Boito
Falstaff
Libretto: è facilmente reperibile su Internet. La versione dall’impaginazione più accurata si trova qui.
Registrazione audiovisiva: una versione dell’opera con sottotitoli si trova qui (la scena riportata in questo post comincia a 1h 57’ 33’’ ).
Re Orso. Fiaba. Non potete, miei diletti, fare a meno di leggere questo poemetto polimetro (= con versi di varia misura): un divertissement bizzarro e macabro, una matta cosa (A. B.) dove Boito dispiega tutta la sua abilità di versificatore. Il poemetto ha avuto varie edizioni, con varianti (1865, 1873, 1877, 1902). Trovate l'edizione del 1902 qui.

Su Boito poeta e musicista
Riccardo Viagrande, Arrigo Boito, “Un caduto chèrubo”, poeta e musicista, Palermo, l’Epos, 2008.

Su Boito poeta e librettista
Edoardo Buroni, Arrigo Boito librettista, tra poesia e musica, Firenze, Franco Cesati Editore, 2013. È la rielaborazione della tesi di Dottorato (Edoardo Buroni, Arrigo Boito librettista - Un’indagine linguistica tra testo poetico e testo musicale, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Filologia Moderna, A. A. 2008/2009), che potete scaricare da qui.

Sul rapporto fra Boito e Verdi
Riccardo Viagrande, Verdi e Boito “All’arte dell’avvenire”, Monza, Casa Musicale Eco, 2013)

L’epistolario
L’epistolario di Arrigo Boito è scaricabile da qui (prima parte) e da qui (seconda parte).

LA PRIMA PARTE DI QUESTO POST SI TROVA QUI.


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giovedì 12 aprile 2018

ARRIGO BOITO, ovvero PIZZICA, STUZZICA, PUNGI, SPILLUZZICA – prima parte




 ARRIGO BOITO con GIUSEPPE VERDI


BARDOLFO (intoppando nel corpo di Falstaff e arrestando tutti con un gesto)
Alto là!
PISTOLA (accorrendo) Chi va là?
FALSTAFF Pietà!QUICKLY (toccando Falstaff col bastone)
C’è un uom!
ALICE, MEG E NANNETTA
C’è un uom!
FORD (che sarà accorso vicino a Falstaff)
Cornuto come un bue!
PISTOLA
Rotondo come un pomo!
BARDOLFO
Grosso come una nave!
BARDOLFO, PISTOLA (toccando Falstaff col piede)
Alzati, olà!
FALSTAFF (alzando la testa)
Portatemi una grue!
Non posso.
FORD
È troppo grave.
QUICKLY
È corrotto!
FATE
È corrotto!
ALICE, MEG, NANNETTA
È impuro!
CORO
È impuro!
BARDOLFO (con dei gran gesti da stregone)
Si faccia lo scongiuro!
(il Dr.Cajus s’aggira come chi cerca qualcuno. Fenton e Quickly nascondono Nannetta co’ le loro persone)
ALICE
Evita il tuo periglio. (in disparte a Nannetta) 
Già il Dottor Cajo ti cerca.
NANNETTA
Troviamo
Un nascondiglio. (s’avvia con Fenton nel fondo della scena, protetta da Alice e Quickly)
QUICKLY
Poi tornerete lesti al mio richiamo. (Nannetta, Fenton, Quickly scompaiono dietro le fronde)
BARDOLFO (continuando i gesti di scongiuro sul corpo di Falstaff)
Spiritelli! Folletti!
Farfarelli! Vampiri! Agili insetti
del palude infernale! Punzecchiatelo!
Orticheggiatelo!
Martirizzatelo
coi grifi aguzzi! (Accorrono velocissimi alcuni ragazzi vestiti da folletti, e si scagliano su Falstaff)
FALSTAFF (a Bardolfo)
Ahimè! tu puzzi
Come una puzzola.
FOLLETTI E DIAVOLI (addosso a Falstaff spingendolo e facendolo ruzzolare) 
Ruzzola, ruzzola, ruzzola, ruzzola!
ALICE, QUICKLY, MEG
Pizzica, pizzica,
pizzica, stuzzica,
spizzica, spizzica,
pungi, spilluzzica,
finch’egli abbai!
FALSTAFF
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!
FOLLETTI, DIAVOLI
Scrolliam crepitacoli,
scarandole e nacchere!
Di schizzi e di zacchere
quell’otre si macoli.
Meniam scorribandole,
danziamo la tresca,
treschiam le farandole
sull’ampia ventresca.
Zanzare ed assilli,
volate alla lizza
coi dardi e gli spilli!
Ch’ei crepi di stizza!
ALICE, MEG E QUICKLY
Pizzica, pizzica,
pizzica, stuzzica,
spizzica, spizzica,
pungi, spilluzzica
finch’egli abbai!
FALSTAFF
Ahi! Ahi! Ahi! Ahi!
ALICE, MEG, QUICKLY E FATE
Cozzalo, aizzalo
dai piè al cocuzzolo!
Strozzalo, strizzalo!
Gli svampi l’uzzolo!
Pizzica, pizzica, l’unghia rintuzzola!
Ruzzola, ruzzola, ruzzola, ruzzola! (Fanno ruzzolare Falstaff verso il proscenio) 
DR.CAJUS E FORD
Cialtron!
BARDOLFO E PISTOLA
Poltron!
Ghiotton!
TUTTI GLI UOMINI
Pancion!
Beon!
Briccon!
In ginocchion! (Lo alzano in quattro e lo obbligano a star ginocchioni)
FORD
Pancia ritronfia!
ALICE
Guancia rigonfia!
BARDOLFO
Sconquassa-letti!
QUICKLY
Spacca-farsetti!
PISTOLA
Vuota-barili!
DR.CAJUS
Sfianca-giumenti!
FORD
Triplice mento!
BARDOLFO E PISTOLA
Di’ che ti penti! (Bardolfo prende il bastone di Quickly e dà una bastonata a Falstaff)
FALSTAFF
Ahi! Ahi! mi pento!
GLI UOMINI
Uom frodolento!
FALSTAFF
Ahi! Ahi! mi pento!
GLI UOMINI
Uom turbolento!
FALSTAFF
Ahi! Ahi! mi pento!
GLI UOMINI
Capron!
Scroccon!
Spaccon!
FALSTAFF
Perdon!
BARDOLFO (co’ la faccia vicinissima alla faccia di Falstaff)
Riforma la tua vita!
FALSTAFF
Tu puti d’acquavita.
LE DONNE
Domine fallo casto!
FALSTAFF
Ma salvagli l’addomine.
LE DONNE
Domine fallo guasto!
FALSTAFF
Ma salvagli l’addomine.
LE DONNE
Fallo punito Domine!
FALSTAFF
Ma salvagli l’addomine.
LE DONNE
Fallo pentito Domine!
FALSTAFF
Ma salvagli l’addomine
DR.CAJUS, FORD, BARDOLFO E PISTOLA
Globo d’impurità,
rispondi.
FALSTAFF
Ben mi sta.
DR.CAJUS, FORD, BARDOLFO, PISTOLA
Monte d’obesità,
rispondi.
FALSTAFF
Ben mi sta.
DR.CAJUS, FORD, BARDOLFO E PISTOLA
Otre di malvasia,
rispondi.
FALSTAFF
Così sia.
BARDOLFO
Re dei panciuti!
FALSTAFF
Va’ via, tu puti.
BARDOLFO
Re dei cornuti!
FALSTAFF
Va via, tu puti. (Pistola gli dà un colpo di frusta)
TUTTI
Furfanteria!
FALSTAFF
Ahi! Così sia.
TUTTI
Gagliofferia!
FALSTAFF
Ahi! Così sia.
BARDOLFO
Ed or che il diavol ti porti via! (nella foga del dire gli casca il cappuccio)
FALSTAFF (rialzandosi)
Nitro! Catrame e solfo!
Riconosco Bardolfo! (violentissimamente contro Bardolfo)
Naso vermiglio!
Naso-bargiglio!
Puntuta lesina!
Vampa di resina!
Salamandra! Ignis fatuus!Vecchia alabarda! Stecca
di sartore! Schidion d’inferno! Aringa secca!
Vampiro! Basilisco!
Manigoldo! Ladrone!
Ho detto. E se smentisco
Voglio che mi si spacchi il cinturone!!
TUTTI
Bravo!
FALSTAFF
Un poco di pausa. Sono stanco.

(Falstaff, commedia lirica in tre atti su libretto di Arrigo Boito e musica di Giuseppe Verdi; estratto dell’atto III, parte seconda.)

Potete vedere una versione dell’opera con sottotitoli cliccando qui. La scena sopra riportata comincia a 1h 57’ 33’’ ).  

Quella che avete appena letto è la scena clou del terzo atto del Falstaff, la cosiddetta “scena del giudizio”. Il nostro eroe, travestito da Cacciatore Nero, è convinto di recarsi a un appuntamento notturno d’amore, ma incappa in quelli che crede fate e folletti, che lo puniscono sottoponendolo a un’umiliante cerimonia, condotta a suon di pungolature e bastonate.
La ‘scena del giudizio’ rappresenta uno di quei passi in cui più Boito ha dato sfogo al suo gusto per il bizzarro, per il gioco di e soprattutto con parole, per gli accumuli buffi che sfiorano il nonsense. (E. Buroni, Arrigo Boito librettista, tra poesia e musica)
Proviamo a esaminarla.

Allitterazioni
Tutta la prima parte è dominata dalla consonante “Z”, introdotta dall’ordine di Bardolfo: Punzecchiatelo! / [...] / Martirizzatelo / Coi grifi aguzzi! e che raggiunge il climax nel ritornello Pizzica, pizzica, / Pizzica, stuzzica, / Spizzica, spizzica, / Pungi, spilluzzica / Finch’egli abbai! La “Z” ha un evidente significato fonosimbolico, esplicitato più avanti con i versi Zanzare ed assilli [= tafani], / Volate alla lizza / Coi dardi e gli spilli! / Ch’ei crepi di stizza! Si crea così una sinergia fra le sonorità verbali e quelle musicali.

Metrica
Il dinamismo e l’agitazione della scena, i cambiamenti di tono e di ritmo sono resi con un metro continuamente variabile: ternari, quinari, senari e settenari si alternano fra loro.

Parodia
La scena assume il tono di un rituale parareligioso, evidenziato dalle invocazioni a Dio (“Domine”) e dalle formule ecclesiastiche (“così sia”, “mi pento” “perdon”). Ma il rituale viene volto al buffonesco da Falstaff, che, all’invocazione innalzata con tono ieratico dalle donne a “Domine”, replica con un troppo terreno “Ma salvagli l’addomine.” È il cozzo dell’aulico con il prosaico, per usare un’espressione montaliana, da cui scaturisce il riso. Ed è uno dei pochi momenti in cui Falstaff, pur sottomesso e umiliato, ritrova un po’ di capacità di reazione. Gli altri momenti in cui trova la forza di reagire, dimenticando la paura, sono quelli in cui Bardolfo gli si avvicina con la sua puzza di acquavite: va bene sopportare le legnate, ma non un alito mefitico! Finalmente riconosciutolo, Falstaff pone fine a tutta la messinscena con una scarica di epiteti ingiuriosi che prima accoppia ordinatamente in rima, ma che poi, nella foga rabbiosa, “dimentica” di rimare e accumula disordinatamente. C’è di tutto: dalla colloquialità di manigoldo al latinismo scientifico di ignis fatuus.

Dopo la sonora lezione ricevuta, riacquistato fiato, riacquistata la padronanza di sé, Falstaff non rinuncerà però a proclamare la propria rivincita morale:

FALSTAFF
(che avrà riacquistato la sua calma)
Ogni sorta di gente dozzinale
Mi beffa e se ne gloria;
Pur, senza me, costor con tanta boria
Non avrebbero
un briciol di sale.
Son io che vi fa scaltri.
L’arguzia mia crea l’arguzia degli altri.


Ma, miei diletti, mi accorgo che il post si sta allungando troppo: scriverò di Boito e dei suoi rapporti con Verdi nella seconda parte, fra qualche giorno. (Non mancate: è la parte più divertente!)


LETTURE CONSIGLIATE

Falstaff: il libretto è facilmente reperibile su Internet. La versione dall’impaginazione più accurata si trova qui (clicca).


LA SECONDA PARTE DI QUESTO POST SI TROVA QUI.


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