lunedì 6 luglio 2015

MARCELLO MARCHESI, ovvero UMORISMO? IL SIGNORE SÌ CHE SE NE INTENDE!

Chi non muore si ricrede.

Chi gode non si contenta.


Chi rompe paga. Chi corrompe paga meno.


Chi ha tempo si dia al bel tempo.


Al contadino

non far sapere
quanto in città 
costano le pere. 

A pittore astratto critico concreto.
   
Chi va con lo zoppo impara il twist.
   
Nessuna nuora 
buona nuora.

Chi trova un amico chiede un prestito.


Tra il dire e il farec’è una busta da dare.


Vivi e lascia convivere.

 
Meglio tordi che mais.


Il diavolo fa le pentole, i preti fanno i coperchi.


La miglior vendetta è il pernacchio.


Il mondo è fatto a scale. Chi è furbo prende l’ascensore.


Chi va piano va sano e viene tamponato poco lontano.


Chi si loda la vince.


Ogni rovescio ha la sua medaglia.


Chi si ferma è panciuto.


Si vis pacem para bellum, si vis bellum para culum.


Chi non ha testa abbia belle gambe. 


La tonsillite vien dalla campagna
in sul calar del sole.

Chi muore giace

e chi vive fa un telegramma.

(100 neoproverbi, Milano, Scheiwiller, 1965)



MARCELLO MARCHESI
(Milano, 14 aprile 1912 – Cabras, 19 luglio 1978)


[Durante il ventennio fascista] 
Se qualcuno rideva ad una mia battuta era come se mi applaudisse. Dalla rivista goliardica al giornale umoristico, al film comico bazzicai sempre quelli che fanno ridere. Avemmo il nostro periodo. La gente sulle spiagge e in città parlava il gergo inventato da noi e i personaggi da noi creati vivono ancora nei modi di dire della borghesia. Ci fu chi vide in ciò una fronda alla tirannia, chi una sorta di complicità, chi un fenomeno di immaturità politica e letteraria. Quanto a me era un modo di vivere che non mi faceva soffrire. Forse ero un cretino.

[Nel secondo dopoguerra] 
Quando l’umorismo fu svalutato, mi misi a combinare le parole in maniera che facessero vendere. Mi slogavo le meningi alla ricerca di slogans [sic] che elevassero i prodotti più in alto nei magazzini dove giacevano e provocassero associazioni d’idee più gradevoli del volgare uso dei prodotti stessi. insomma ho sempre lavorato sulle parole come un ciabattino, tirandole di qua e di là, rovesciandole, adattandole a tutti gli usi. (Il Malloppo, pagg. 23-24) 

Con queste parole Marcello Marchesi condensa il suo curriculum: un’attività frenetica che lo portò a scrivere per le riviste umoristiche (Bertoldo, Marc’Aurelio, ecc.), per il teatro (una cinquantina di spettacoli di rivista), per il cinema (62 film, di cui 15 con Totò, per limitarsi a quelli in cui è accreditato), per la radio e la televisione (una trasmissione per tutte: Il signore di mezza età, di cui fu anche conduttore), per la pubblicità (più di 4000 Caroselli), trovando pure il tempo di scrivere 21 canzoni e qualche libro.
Formidabile battutista, applicò questo suo talento alla creazione di slogan pubblicitari per Carosello rimasti famosi:  

Non è vero che tutto fa brodo (brodo Lombardi) (clic e clic)

Con quella bocca può dire ciò che vuole (dentifricio Chlorodont) (clic e clic)

Il signore sì che se ne intende (brandy Stock 84) (clic e clic)

Il brandy che crea un’atmosfera (brandy Vecchia Romagna etichetta nera) 

Ah! Aperol! (clic)

Lo slogan con la storia più curiosa è quello di un noto lassativo: per aggirare il divieto di usare tale termine in tv, Marchesi partorì il celebre: 

Falqui: basta la parola! (confetto lassativo Falqui) (clic) 

Un talento dilapidato, secondo Longanesi, come racconta Indro Montanelli: Leo Longanesi che amava Marcello Marchesi rabbiosamente per lo spreco che faceva del suo talento, quando lo incontrava, gli diceva: “Devo fare una telefonata, mi dai un gettone di intelligenza?” E un giorno mi ordinò un epitaffio per lui. Eccolo “Qui giace un nessuno – che se avesse voluto – avrebbe potuto diventare – Marcello Marchesi –. Purtroppo o per fortuna – non lo seppe mai –. Come tutti i geni – era un cretino”. (Non sono riuscito a rintracciare la fonte della citazione, che ricavo dal bell’articolo nel blog di Fabrizio Caramagna (Torino, 1969), scrittore, studioso e traduttore di aforismi.)

In realtà la frammentarietà era insita nel metodo creativo di Marchesi.Il suo era un metodo basato sul gioco di parole: Marchesi partiva spesso dal materiale verbale – luoghi comuni o semplici sonorità – per ricavarne solo dopo un significato:  

1 – deformazione di proverbi o modi di dire: 

1a – alcuni esempi semplici: 

Dopo Lolita. “Mio marito è di una fedeltà a prova di bimba.” 

Tutto il mondo è palese. 

Burocrazia: bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli.

 Galateo, perché sei morto? 

(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

1b – e uno più complesso, dove il classico finale delle fiabe: 

Lunga la foglia,
stretta la via, 
dite la vostra, 
ché ho detto la mia. 

diventa: 

LUNGA LA FILA 

Lunga la fila
stretta la via 
fece un sorpasso
e… così sia. 
(Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962)
 
2 – ricerca di assonanze/consonanze:
 

2a – constatazione di una consonanza (perla/pirla/porla), che genera una piccola storia:  

CONGEDO 

Pescare l’ostrica 
sperando nella perla. 
Aprire l’ostrica
restando come un pirla.
Gettare l’ostrica 
e dentro il mar riporla. 
Questa è la vita 
del pescator… 
(Ultima pagina di Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962) 

2b – sostituzione di una parola con una assonante/consonante; es.: liquore → livore (il premio Strega prende il nome dall’omonimo liquore):

PREMIO STREGA

E brindan tutti 
al vincitore 
con un bicchierino 
di livore. 
(Il sadico del villaggio, Milano, Rizzoli Editore, 1964) 

2c – in altri casi l’assonanza/consonanza viene invece cercata: quale ponte sonoro può unire il nome di Carlo Bo alla città di Urbino, della cui università fu rettore per tantissimi anni? Apparentemente nessuno. E invece: 

BE’? 

Bo
in Urbino 
si inurbò. 
(Il sadico del villaggio, Milano, Rizzoli Editore, 1964) 

Altre volte Marchesi ricorreva invece: 
3 – al paradosso: 

“A San Rossore” dice Giancarlo “si è svolto il ‘Congresso dei timidi’. Ma, per timore, non si è presentato nessuno.” 
(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

Paradosso portato fino a punte estreme di umorismo nero: 

MATTI A MAUTHAUSEN
 

Per errore
restò 
chiuso
quella volta 
nella nostra camera a gas 
uno delle SS.
Morimmo ridendo.
(Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962) 

4 – alla demistificazione di luoghi comuni: 

Regina della casa 
appendi 
la corona al chiodo 
e fammi un brodo.
(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

5 – all’abbassamento di tono:
 la poesia precedente è anche un esempio di abbassamento di tono; altri esempi:  

“Vedi là quella valle interminata 
che lungo la toscana onda si spiega 
quasi tappeto di smeraldi adorno?” 
“No.” 
“Come non detto.” 
(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

Rumori che ci perdiamo in città. Il tac di una pera che cade, il porcogiuda del contadino colpito dalla pera. 
(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

BALERA 

Ragazze buone 
ragazze belle 
con l’odore
di minestrone 
sotto le ascelle.
(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

Le parole di Longanesi vanno però contestualizzate: Longanesi muore nel 1957, quando Marchesi ha appena concluso il ciclo di collaborazioni alla sceneggiatura di film di Totò – film privi di qualsiasi velleità artistica, fatti con l’unico intento di divertire –, ma non ha ancora pubblicato nulla (se si esclude il precoce libro di poesie in romanesco Aria de Roma, Milano, La Prora, 1933). 

Genio della battuta e dell’epigramma fulminante, in realtà in seguito Marchesi seppe trasformare la sua ispirazione frammentaria da limite a cifra stilistica. 

Se Diario futile (1963) è un pot pourri di battute, rime, epigrammi, aneddoti, apologhi, la cui eterogeneità è sottolineata dalla varietà del trattamento tipografico, Essere o benessere? (1962) e Il sadico del villaggio (1964) hanno un carattere unitario, sia per la forma (poesia o epigramma), che per il contenuto (la critica di costume, il malessere esistenziale). E nei romanzi che vengono dopo – di ispirazione autobiografica – questa frammentarietà assume funzionalità espressiva: ne Il malloppo (1971) la profluvie di battute si fa mal digerito (e a dire il vero mal digeribile: manca la suddivisione in capitoli) flusso di coscienza, espressione di un malessere esistenziale (il “malloppo”, appunto); in Sette zie (1977) la narrazione si scinde in più voci: il racconto in terza persona si alterna a quelli di più io narranti.

 Nell’affrontare la forma poetica Marchesi – prudentemente, ma da par suo – mette le mani avanti: […] niente paura, non sono poesie. Non sono un poeta. Figuratevi, ci vuol altro. Moglie affettuosa, lavoro sicuro, casa confortevole, salute passabile, poca memoria, forte appetito, buon carattere… è difficile scrivere versi in queste condizioni. Versi veri, dico. Sfido chiunque. Sì, si può sperare in una leggera malattia, in un ribasso dei titoli in Borsa, o in una ragazza che ti ceda il posto in tram e ti faccia sentire l’ultimo vecchio della terra. Anche la morte di un parente può ispirare, ma poi l’arrivo dell’eredità rovina tutto. Io non scrivo versi, più che altro vado a capo ogni tanto.
(Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962) 

È ovvio che, dati i suoi precedenti di umorista disimpegnato, Marchesi si schermisca. Ma le sue composizioni non sono una pura e semplice collezione di battute: la poesia c’è, perché c’è la sofferenza. 

Il gioco di parole si fa mezzo di denuncia di una condizione esistenziale: 

ALIENAZIONE  

Sì, hai messo
il dito nella piega.
È una lotta tetanica 
abbiamo abbattuto 
il muro del sonno 
lavoriamo a stretto contatto 
di vomito
e ci lasceremo
alla fermata del trauma.
(Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962) 

Un tema soprattutto percorre la sua opera letteraria: il declino fisico, acuito dal contrasto generazionale. Declino fisico declinato malinconicamente: 

LA VISITA 

Porto mio nipote 
dal medico
perché controlli 
se il suo sviluppo è regolare.
E dopo che ha visitato 
il bambino
visita me
per vedere se è regolare
il mio declino.(Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962) 

ma anche con tenerezza: 

COMPLICI 

Il bimbo è basso
è curvo il vecchio 
e vanno a spasso
parlandosi all’orecchio. 
(Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962) 

Declino fisico raccontato con disincanto: 

L’unica consolazione della vecchiaia è che hai tante cose da raccontare.Se trovi chi te le ascolta.
(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

ma anche con rassegnata autoironia:
  
Arrivano i primi acciacchi. La vecchiaia si attacca qua e là. Be’! Meglio tardi che sempre.(Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963) 

Contrasto generazionale vissuto con sarcasmo: 

MEGLIO LA MUSICA MIA
  
Nel duemila
un vecchiaccio mangiacatarro 
sporcamutande
pisciapercasa
canticchierà un twist 
della sua gioventù. 
Anni prima morirò
però 
farfuglierò 
Basin Street Blues.
(Il sadico del villaggio, Milano, Rizzoli Editore, 1964) 

o con amarezza: 

PICCOLO ANIMALE 

Ha ancora il sale 
sulla bocca 
e i capellucci umidi 
d’acqua lustrale 
e grida come un dannato.
Che vuole? 
Di che si lamenta
il piccolo animale? 
È nato, lui, è nato 
quando io ho già 
cinquant’anni 
e forse sarò morto 
quando lui ne avrà venti
e starà a fare il soldato
così non verrà 
al mio funerale,
il piccolo animale. 
Io morrò e lui vivrà! 
Padrino? 
Becchino, vorrei essere 
di questa vezzeggiata 
“creatura” 
che sembra un piede sudato
dalla pianta rugosa
e che urla. 
Quel mostro,
quella cosa
vedrà 
gli Uomini nella Luna
avrà 
mille e una 
donne: brune, bionde
grasse, tonde
con o senza busto
(di suo gusto 
insomma) 
e io sarò polvere! 
Ma gli verrà l’ulcera allo stomaco…
la gomma al ginocchio…
un satelloide 
partito male 
gli finirà in un occhio…
piccolo animale! 
Piglierà una storta, 
sarà cornuto! 
No, non importa 
se avrà una vita
più breve della mia.
Che volete che sia?
Mi brucia e mi fa male 
che viva più di me 
un giorno, un’ora, un minuto,
il piccolo animale.
(Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962)

            Marchesi dedicò la sua vita a far ridere gli altri: un lavoro forse futile, per qualcuno, ma certamente tutt’altro che facile. Perché, se Anche un cretino può scrivere un saggio, ma non viceversa (Il Malloppo, Milano, Casa editrice Valentino Bompiani, 1971), possiamo aggiungere che anche un cretino può scrivere un saggio, ma non una battuta di spirito. Per questa ci vuole intelligenza, intelligenza che Marchesi mise alla prova per tutta la vita: I calli alle mani sono sacrosanti, ma io ho un callo al cervello alto due dita. (Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963)


LETTURE CONSIGLIATE
Ahimè, i libri di Marchesi sono quasi tutti fuori commercio. Sono tuttavia facilmente reperibili sul mercato antiquario e in Internet (eBay, Maremagnum).
Personalmente consiglio di leggere:

– Essere o benessere?, Milano, Rizzoli Editore, 1962
– Diario futile, Milano, Rizzoli Editore, 1963
– Il sadico del villaggio, Milano, Rizzoli Editore, 1964

I tre libri sono stati raccolti nel cofanetto:
– Futile e dilettevole, Milano, Rizzoli Editore, 1964

Scheiwiller pubblicò tre minuscoli libriccini di Marchesi:
– 100 neoproverbi, Milano, Scheiwiller, 1965
– Il “Chi sarebbe?” definizionario di celebrità, Milano, Scheiwiller, 1967
– “Sancta publicitas”, Milano, Scheiwiller, 1970

Sono libriccini rari e molto costosi; è proprio per la loro difficile accessibilità che ho deciso di scegliere le battute di Marchesi, da mettere all’inizio del post, dal primo di questi, mettendole gratis a vostra disposizione, miei diletti. 


SITI INTERNET

Sito ufficiale di Marcello Marchesi, gestito dai suoi eredi e dall’Associazione Culturale a lui intitolata.

Pagina di Wikipedia su Marcello Marchesi.

Marcello Marchesi: sigla de Il signore di mezza età.

Marcello Marchesi e Gisella Pagano: sketch Grazie zio.

domenica 24 maggio 2015

FARE UNA FILASTROCCA - 11



PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE


GIOCARE CON LE ASSONANZE – 2
ZANZIBAR e ZZZ


Toti Scialoja era affascinato dal ronzio della zanzara – intesa non tanto come insetto, quanto come parola – tanto da dedicarle ben 13 poesie. Ma non fu il primo a sfruttare le possibilità di giocare con le assonanze che la zanzara offriva:

Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar
e le mosche fosche e losche
fra le frasche stanno fresche.


Così comincia La filastrocca dei cento animali (delle orecchie sturate i canali) di Sergio Tofano: una poesia che – come potete immaginare – avrei voluto scrivere io. Non l’avevo scritta io, è vero, ma nulla mi vietava di trarne motivo di ispirazione:
– per il titolo di una mia filastrocca: Filastrocca dei versi diversi (e dei verbi che devon sapersi) (IL CORVO CON LA CRA-CRAVATTA, Sarnus editore, 2012);
– per una nuova filastrocca, che accentuasse le allitterazioni: a zanzare, zanzibar, zonzo, bazar, ho aggiunto pranzi e gironzoli:

ZANZIBAR

Se tu pranzi a Zanzibar,
vai a zonzo nei bazar
o gironzoli nei bar,
attenzione alle zanzar!

Il troncamento finale (zanzar anziché zanzare) riecheggia ironicamente quelli delle poesie e delle canzoni di una volta: un procedimento tipico, anche questo, di Sergio Tofano. Ma il carattere insolito di questo troncamento deriva dalle incarrighiane: poesie scherzose, ispirate a quelle involontariamente umoristiche di Ferdinando Ingarrica (o Incarriga), caratterizzate dai troncamenti finali più improbabili.

Ma, impegnandosi, si può fare di più: una zanzara in un bazar orientale evoca lo zenzero e quest’ultimo contiene lo zero; c’è un po’ di zanzara in Zanzibar; in zanzara ci sta tutta Zara e Zara evoca rara:
zanzara → zenzero → zero
zanzara → Zanzibar
zanzara → Zara → rara

Ecco allora una storia un po’ più complessa:

ZZZ
(ZENZERO E ZANZARE)

Nei bazar di Zanzibar
trovi zenzero e zanzar.
(Devo dir che la zanzara
non è rara neanche a Zara,
ma lo zenzero, davvero,
si riduce quasi a zero).


Zanzibar e Zzz
fanno parte della raccolta
FILASTROCCHE DEL MATTO MATTONE
Sarnus editore, 2012.



Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche:

FARE UNA FILASTROCCA – 10
FARE UNA FILASTROCCA – 12
FARE UNA FILASTROCCA – 13


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domenica 19 aprile 2015

LO ZECCHINO D’ORO: IL DITO IN BOCCA ovvero FARSI GUIDARE DAL SUONO


A commentare i canti di Dante si sono messi in tanti; a commentare le canzoni dello Zecchino d’Oro non si è messo nessuno: tranquilli, ci penso io.
Oggi si parla di:

IL DITO IN BOCCA
Testo: Alberto Testa – Musica: Eros Sciorilli – Nicola Aprile

Cantano Angiolina Gobbi e Alessandro Ferraro
8° Zecchino d’Oro, 1966.

(Ascolta e guarda la versione originale dal vivo cliccando qui.)
(Ascolta la versione originale registrata cliccando qui.)

Bambina:
Questa è la filastrocca
“antidito in bocca”
per i più piccini,
proprio come te.


Fila la filastrocca,
carina ma sciocca.
Canta la cantilena,
ripetila con me.

C’era la ceralacca,
adesso non c’è più.
Non è rimasta
nemmeno una pasta;
non c’è neppure
una pera del Perù.

Tira la tiritera,
di giorno, di sera.
Senti la sentinella
che grida : “Chi va là?”

Questa canzone sciocca
imparala anche tu.
E mentre canti la filastrocca
il dito in bocca non metti più.
 

Coro:
Il dito in bocca non metti più.

Bambino:
Fila la filastrocca

[...]
 
Coro:
Il dito in bocca non metti più.

I due bambini assieme:
Tralalalà laléro laléro laléro
tralalalà laléro laléro tralallà.


Questa canzone sciocca
imparala anche tu.
E mentre canti la filastrocca
il dito in bocca non metti più.


Coro:
Il dito in bocca non metti più.




Quando ascoltai per la prima volta Il dito in bocca, non mi fece una particolare impressione: avevo solo anni 10 anni “e mezzo” – un “mezzo” a cui i bambini tengono molto – e di una canzone mi colpiva più la musica – che doveva essere allegra e orecchiabile – che il testo. Ma la mamma ci aveva comprato il disco di quell’Ottavo Zecchino d’Oro, e così, qualche anno dopo, ebbi modo di riscoprirla.
Se canti, smetti di mettere il dito in bocca: questo è il senso della canzone. E se il cantare ha questo scopo, che importanza ha quello che dice la canzone? Anche un testo sconclusionato va bene.
Ma la funzione “antidito in bocca” è chiaramente solo un pretesto: gli autori volevano dare una giustificazione a un testo che in realtà non dice praticamente nulla o, meglio, dice cose sostanzialmente prive di senso.
Non sono un appassionato di nonsense: un testo deve avere una sua coerenza e una sua pregnanza. Un testo semplicemente insulso non mi dice niente. Ma la coerenza non risiede necessariamente nel senso; può essere data dal suono, innanzitutto dalla rima:

Non è rimasta
che cosa?
nemmeno una pasta;

ma anche da assonanze o consonanze:

non c’è neppure
che cosa?
una pera del Perù.

e dal ritmo: in questo caso dall’addensarsi finale delle corrispondenze sonore e dal passaggio dai versi piani al finale verso tronco.

Ma c’è di più. La tecnica generatrice prevalente è quella che potremmo definire della filiazione:

fila → filastrocca
canta → cantilena
c’era → ceralacca
tira → tiritera
senti → sentinella

Come si vede, una logica c’è, ed è ferrea; ma è una logica che genera la narrazione a partire dal suono – cioè dal significante – anziché dal significato. Il testo acquista una pregnanza particolare e la canzone è dunque tutt’altro che sciocca, come invece finge di sostenere:

Questa canzone sciocca
imparala anche tu.

A meno che non intendiamo sciocca come terza persona singolare del presente indicativo del verbo scioccare...


NOTA
Su Alberto Testa potete leggere anche questo post:


SITI INTERNET:

Pagina di Wikipedia sullo Zecchino d’Oro.


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sabato 14 marzo 2015

RODDY DOYLE ovvero IL (MAL)TRATTAMENTO RIDARELLI



CAPITOLO UNO

IL RITORNO DEL
CAPITOLO UNO

CAPITOLO DUE

CAPITOLO TRE

UN CAPITOLO CHE NON È VERAMENTE
UN CAPITOLO PERCHÉ IN REALTÀ NON
SUCCEDE NIENTE, MA LO CHIAMEREMO
CAPITOLO QUATTRO

CAPITOLO CINQUE
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO QUATTRO
MA PAZIENZA, LO CHIAMEREMO
CAPITOLO CINQUE

CAPITOLO SEI
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO CINQUE
ED È UN ALTRO DI QUEI CAPITOLI
IN CUI NON SUCCEDE QUASI NIENTE,
A PARTE UNA COSA MOLTO ECCITANTE
ALLA FINE

CAPITOLO SETTE
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO CINQUE
... MI SEMBRA...
MA CHIAMIAMOLO...
BE’, NON SO PIÙ CHE CAPITOLO
DOVREBBE ESSERE

CAPITOLO OTTO
CHE PROBABILMENTE DOVREBBE CHIAMARSI
CAPITOLO...
UN MOMENTO.
UNO, DUE, TRE, QUATTRO...
OK, BASTA,
ANDIAMO AVANTI

CAPITOLO QUALCOSA

UN ALTRO CAPITOLO

IL CAPITOLO DOPO
QUELLO DI PRIMA

IL CAPITOLO PRIMA
DI QUELLO DOPO

QUESTO CAPITOLO
SI CHIAMA COME MIA MADRE
PERCHÉ HA DETTO CHE POTEVO
ANDARE A LETTO TARDI
SE LO CHIAMAVO COME LEI
CAPITOLO
MAMMA DOYLE

QUESTO CAPITOLO SI CHIAMA
COME IL MIO FRIGORIFERO
CHE MANTIENE FRESCHE
TUTTE LE COSE DA MANGIARE
CAPITOLO FRIGORIFERO

CAPITOLO
DUE MILIONI E SETTE

CAPITOLO SEDICI
(A PROPOSITO, QUESTO CAPITOLO È
IL BIS, BIS, BIS, BIS, BIS, BIS,
BIS, BIS, BIS, BIS, BIS, BIS, BIS,
BISNIPOTE DEL CAPITOLO UNO)

QUESTO CAPITOLO SI CHIAMA COME
ELVIS PRESLEY
CHE ABITA SOTTO IL RIPOSTIGLIO
NEL GIARDINO DI CASA NOSTRA

UN CAPITOLO CORTISSIMO
PER DIRVI A QUANTI CENTIMETRI
DALLA CACCA
SI TROVAVA IL PIEDE DEL SIGNOR MACK

OGNI STORIA HA MOLTISSIME VERSIONI
E ANCHE QUESTA PUÒ
ESSERE RACCONTATA IN TANTI MODI DIVERSI:
I CRACKER RACCONTANO
LA LORO VERSIONE DELLA STORIA

UN VERO CAPITOLO

ROVER RACCONTA
LA SUA VERSIONE
DELLA STORIA

QUANTI CENTIMETRI ADESSO?

GIÀ, DOV’ERANO
ANDATI A FINIRE?

E ADESSO QUANTO CI MANCA?

KAYLA
RACCONTA
LA SUA VERSIONE
DELLA STORIA

JIMMY E ROBBIE
RACCONTANO
LA LORO VERSIONE
DELLA STORIA

QUANTO CI METTE
ROVER?

ORMAI CI SIAMO!!

DOVE
È ANDATO A CACCIARSI
ROVER?

IL GABBIANO
RACCONTA
LA SUA VERSIONE
DELLA STORIA

DOVE
È ANDATO A CACCIARSI
ROVER?
{II}

ROVER
RISOLVE TUTTO

UN CAPITOLO
CHE NON È VERAMENTE
UN CAPITOLO
PERCHÉ LA STORIA È FINITA
ALLA FINE DEL
CAPITOLO PRECEDENTE


(Titoli dei capitoli di: Roddy Doyle, Il trattamento Ridarelli, traduzione di Giuliana Zeuli, Milano, Adriano Salani editore su licenza della Ugo Guanda Editore, 2001).




RODDY DOYLE
(Dublino, 8 maggio 1958 – vivente)
(foto di Hburdon)

 
A chi scrive libri per bambini prima o dopo capita, è inevitabile: arriva qualcuno che ti chiede se non hai mai pensato di scrivere un libro per adulti. La domanda viene sempre posta in maniera gentile ma, detto fuori dai denti, senza tante cerimonie, non significa altro che: “Hai mai pensato di passare dalla serie B alla serie A?”
Ora, è chiaro che a un bambino va proposto qualcosa di più semplice della filosofia di Kant o della teoria della relatività di Einstein; ma questo non significa che scrivere per i bambini sia più facile.
Primo: perché è un pubblico difficile.
Avete mai provato a leggere qualcosa in pubblico? Se quello che proponete non funziona, l’ascoltatore adulto vi sopporta pazientemente, e magari alla fine applaude – sia pure tiepidamente – anche solo per educazione. Il bambino no: pur inconsapevolmente, è spietato: comincia ad agitarsi, chiacchiera, si distrae. Se invece è preso dal racconto, potete stare sicuri, non c’è bisogno di richiami: non vola una mosca. Chi scrive per i bambini deve riuscire a catturarli subito e, dopo, non li deve più mollare.
Secondo: se scrivo per adulti, ho buone possibilità di prevedere le reazioni del lettore, perché sono adulto anch’io. Ma se scrivo per bambini, posso fare lo stesso? L’umorismo dei bambini è diretto: non percepiscono, per esempio, l’ironia. Ci sono cose che fanno ridere grandi e piccini e cose che fanno ridere solo i grandi; c’è anche una cosa che – di solito – fa ridere solo i piccini: la cacca.
Per questo prevedere le reazioni dei bambini è più difficile: la cosa migliore è quella di effettuare una verifica sperimentale. E così ha fatto Roddy Doyle: Un giorno ho deciso di vedere se riuscivo a scrivere qualcosa per i miei figli. Ho scritto una pagina e poi gliel’ho letta per vedere la loro reazione. Ho inserito ed eliminato, in base alle loro osservazioni, e il giorno successivo l’ho riscritta e corretta ancora. Per giorni e giorni siamo andati avanti così: per tutti era diventato un lavoro quotidiano al ritorno da scuola.
Sono stati loro i miei veri editor. (R. D.)
(La citazione è pubblicata sulla terza di copertina de Il trattamento Ridarelli – The Giggler Treatment, 2000 – , che però non è il primo libro per bambini scritto da Doyle: dunque deve riferirsi a Not just for Christmas, pubblicato nel 1999.)

Il trattamento Ridarelli è il secondo libro per bambini di Roddy Doyle. Per raccontarne la trama bastano poche parole: un tizio – il sig. Mack – sta per pestare una cacca. Punto. Tutto qua? Tutto qua. Un po’ poco, direte voi. No, non è un po’ poco: è troppo poco, anche per un argomento come la cacca, irresistibile per i bambini. Troppo poco per uno scrittore standard, per essere precisi. Ma Roddy Doyle non è uno scrittore standard; soprattutto: Roddy Doyle è anche uno sceneggiatore, e si vede.
Il libro è strutturato infatti come un film (e forse è stato pensato anche in funzione di una trasposizione filmica, magari di animazione):
– non si perde in preamboli e presentazioni: comincia subito con la scena clou (che poi scopriremo essere la scena finale della storia), ma la interrompe da subito con una serie di flashback che chiariscono, un po’ alla volta, gli antefatti;
– fa uso del ralenti: per tutta la durata del libro il piede si sta avvicinando alla cacca: la calpesterà o no?
– mantiene sempre serrato il ritmo introducendo continui cambiamenti di scena e di personaggi (e relativi punti di vista);
– termina con un finale da cardiopalmo, la classica corsa contro il tempo. (E qui, oltre al tempo, Doyle dilata anche lo spazio: partiamo inaspettatamente dall’Egitto e arriviamo subito sotto la torre Eiffel – ma non eravamo in Inghilterra? – e poi, incredibilmente e grazie alla galleria scavata da un coniglio – vi ricorda niente? Siamo nel Paese delle Meraviglie! – attraversiamo la Manica.)
Ma queste tecniche possono reggere per il centinaio di pagine del libro? C’è il rischio che, a tirar troppo la corda, questa finisca per rompersi. E allora Doyle condisce il tutto con trovate surreali; per esempio:
– il gabbiano che odia il pesce;
– i cracker che sanno dire solo ovvietà;
– la piccola Kayla che non sa dire neanche quelle, ma solo A-bah – e tuttavia tutti la capiscono...
– ... ah, stavo dimenticando il meglio: l’autore è costretto a cambiare il finale; non però su pressione dei lettori (le cui obiezioni appaiono – in corsivo – di quando in quando nel corso del libro), ma su esplicita richiesta – accompagnata da argomenti molto convincenti – di uno dei personaggi!
E allora, alla fine il nostro eroe pesterà o no la cacca? Mi dispiace, ma questo è il tipico caso in cui il riserbo è la virtù principale di un buon recensore.
Un altro, non trascurabile, motivo di divertimento sono i surreali titoli dei capitoli:
– Doyle parte da un anonimo Capitolo uno, che però poi ritorna, raddoppiandosi;
– dopo un po’ comincia a perdere il conto e a ingarbugliarsi;
– a un certo punto rinuncia a contarli: si comincia con Capitolo qualcosa e si finisce con Capitolo Frigorifero;
– tenta poi disperatamente di riprendere la conta: Capitolo due milioni e sette, seguito, incongruamente, dal Capitolo sedici;
– finendo poi, dopo l’assurdo Capitolo Elvis Presley, con titoli che diventano descrittivi; anche troppo, a dir la verità: il Capitolo cortissimo ha un titolo lunghissimo e un testo brevissimo: un titolo (che potrebbe essere un testo) più lungo del testo (che potrebbe essere un titolo). Ve lo trascrivo per intero:
UN CAPITOLO CORTISSIMO
PER DIRVI A QUANTI CENTIMETRI
DALLA CACCA
SI TROVAVA IL PIEDE DEL SIGNOR MACK
Due.

[Fine del capitolo.]  
Un record di brevità, da Guinness dei primati. Ma io posso batterlo:

UN CAPITOLO CORTISSIMO
PER DIRVI A QUANTI CENTIMETRI
DALLA CACCA
SI TROVAVA IL PIEDE DEL SIGNOR MACK
2.


APPENDICE  
Per i pignoli, i curiosi e gli sfaccendati, allego questo prospetto: DISTANZA DELLA SCARPA DEL SIG. MACK DALLA CACCA  
Pag. 13     Quattro passi, tre passi, due passi.
Pag. 14     42 cm.
Pag. 19     37,5 cm.
Pag. 27     25 cm.
Pag. 35     20 cm.
Pag. 39     20 cm; 18 cm; 15 cm; 12 cm.
Pag. 49     12 cm.
Pag. 65     7 cm.
Pag. 70     2 cm.
Pag. 78     1cm; 2/3 di cm; ½ cm; meno di ½ cm.
Pag. 81     men che meno di ½ cm.
Pag. 89     1 ciglio di topo, ma attenzione: Non in lungo, di traverso. (R. D.)
Pag. 99     La scarpa stava già baciando la cacca. (R. D.)

(La storia finisce a pag. 105, ma il libro continua fino a pag. 108, perché Tutte le storie più belle contengono un messaggio e in questa storia ce ne sono tantissimi.(R. D.) Doyle ne elenca 6… anzi 7, come gli ricorda in extremis uno dei personaggi, il cane Rover.)


P.S.

Avrete capito che il Trattamento Ridarelli consiste nel far pestare cacca alla gente. Mi accorgo però solo ora che non vi ho detto chi sono i Ridarelli! Beh, poco male: lo scoprirete leggendo il libro.


LETTURE CONSIGLIATE
Ovviamente:
Roddy Doyle, Il trattamento Ridarelli, Adriano Salani editore, 2001.

SITI INTERNET  
Sito ufficiale di Roddy Doyle (in inglese).  
Pagina di Wikipedia su Roddy Doyle (è in inglese, ma non c’è scelta: la pagina in italiano è veramente troppo scarna).  
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mercoledì 18 febbraio 2015

LO ZECCHINO D’ORO: IL TORERO CAMOMILLO ovvero PARTIRE DAL TITOLO



A commentare i canti di Dante si sono messi in tanti; a commentare le canzoni dello Zecchino d’Oro non si è messo nessuno: tranquilli, ci penso io.
Oggi tocca a


IL TORERO CAMOMILLO 
Testo: Franco Maresca – Musica: Mario Pagano
Edizioni Bideri
Canta: Michele Grandolfo
10° Zecchino d’Oro, 1968

(Ascolta la versione originale cliccando qui.)
(Ascolta e guarda la versione de I Cartoni dello Zecchino d’Oro cliccando qui.)

 

Coro:
Olé!
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé!

Solista:
Già il toro è nell’arena,
però non c’è il torero:
cos’è questo mistero?
Chissà dove sarà!


Coro:
Olé!

Solista:
Lo cercano dovunque,
la folla intanto grida
che vuole la corrida,
che vuole il matador.


Coro:
Olé, olé, olé!

Solista:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo,
se il toro ti è vicino,
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.


Coro:
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà. Olé!

Solista:
Ed ecco finalmente
che scende nell’arena
non sembra darsi pena,
va con tranquillità.


Coro:
Olé!

Solista:
Avanza lemme lemme,
si piega sui ginocchi
e si stropiccia gli occhi
il grande matador.


Coro:
Olé, olé, olé!

Solista:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo,
se il toro ti è vicino,
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.


Coro:
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé!

Solista:
La folla va in delirio
vedendo quel torero
accarezzare il toro
e poi dormirci su.


Coro:
Olé!

Solista:
È buono e sottomesso
quel toro grande e grosso
che fa da materasso
al grande matador.


Coro:
Olé, olé, olé!

Solista:
Il matador chi è?
Torero Camomillo,
il
matador tranquillo,
che dorme appena può.
Torero Camomillo,
se il toro ti è vicino,
tu schiacci un pisolino
e non ci pensi più.


Coro:
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé! Olé!
Olé, olé, olé!
Olé!


(Ho ricavato il testo, con qualche aggiustamento, da quello fornito da Maristella a Filastrocche.it: http://www.filastrocche.it/nostalgici/canzoni/torero.htm)




Immagine tratta da:
I Cartoni dello Zecchino d’Oro
IL TORERO CAMOMILLO

Il torero Camomillo è una delle più note canzoni dello Zecchino d’Oro ed è una delle mie preferite. Come sarà nata? Proviamo a ipotizzarne la genesi.
Carmen (1845) è una novella di Prosper Mérimée, un dramma di amore e di morte da cui Georges Bizet trasse – con modifiche – l’omonima opera in musica (1875, libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy con interventi dello stesso Bizet). Tra le varie modifiche, una ci interessa qui in particolare: l’approfondimento del personaggio del picador Lucas, che viene promosso toreador e ribattezzato Escamillo. Personaggio fortunato perché, del triangolo amoroso che forma con la sensuale Carmen e il violento (e geloso) Don José, sarà l’unico a sopravvivere.
Ma a noi chi fa il toreador non piace, vero? E allora, come sfotterlo? Deformare il suo nome è una tentazione irresistibile: perché non trasformare il baldanzoso e vincente Escamillo in un buffo e improbabile Camomillo?
A questo punto abbiamo un nome, ma ci manca un carattere e una storia. Tuttavia non è difficile ricavarli: con un nome così, Camomillo dev’essere senz’altro un tipo che ha sempre sonno. Ed ecco allora un torero sonnacchioso e pacifico, che, se proprio deve avere a che fare col toro, non trova di meglio che usarlo come materasso; e il toro, sorpreso dalle sue carezze, perde tutta la sua aggressività.
E così lo sfottimento è totale: Camomillo, novello e inconsapevole Gandhi, con mezzi ultrapacifici manda in vacca – l’immagine mi sembra pertinente – la cruenta corrida.
Il torero Camomillo nasce dunque da un processo creativo rovesciato: il nome del personaggio e il titolo della canzone non sono dettagli precisati dopo aver elaborato la storia, ma, al contrario, ne sono il nucleo generatore. Senza la Carmen, Il torero Camomillo non sarebbe mai nato: merci, monsieur Bizet.

NOTA TECNICA
La canzone è costituita da strofe di 4 settenari – i primi 3 piani, il quarto tronco – di cui solo il secondo e il terzo rimano. Settenari... rime parziali.... versi finali tronchi ... qualcosa del genere devo averla già sentita... Ma sì! Provate a cantare questi versi sulla musica – della strofa o del ritornello, fate voi – del Torero Camomillo:

Olé!
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralalla
Lalla ralalla ralalla ralallallà.
Olé!

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,


Olé!

Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta [...]


Olé! Olé!
Olé, olé, olé!
Olé!


SITI INTERNET:

http://it.wikipedia.org/wiki/Zecchino_d%27Oro 

Pagina di Wikipedia sullo Zecchino d’Oro.


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