lunedì 18 marzo 2013

CHARLIE CHAPLIN, ovvero JE CHERCHE APRÈS TITINE (IO CERCO LA TITINA)













CHARLIE CHAPLIN

(Sir CHARLES SPENCER CHAPLIN)

(Londra, 16 aprile 1889 – Corsier-sur-Vevey, Svizzera, 25 dicembre 1977)





Nel 1927 esce The Jazz Singer (Il cantante di jazz, regia di Alan Crosland): è il primo film sonoro. In realtà ad essere sonora è solo la parte musicale, cioè le canzoni (due esempi, qui e qui) interpretate dal protagonista del film, il cantante Al Jolson; i personaggi si esprimono ancora con le didascalie del muto. Ma impareranno presto a parlare anche loro.




Il sonoro è una svolta fondamentale nella storia del cinema, ma Charlie Chaplin non la approva:

Io sono stato sempre contrario al “film parlato” e tutto ciò che voi potrete dire contro di esso non eguaglierà mai il mio “silenzio” che di sicuro è più eloquente della mia voce. Poichè se io preferisco una eccellente produzione teatrale ad un buon “film parlato”, considero senz’altro il “film muto” superiore ad ambedue.

Viene mossa questa obiezione: gli attori, durante la loro azione scenica, muovono la bocca, pertanto non c’è alcuna ragione che essi tacciano. Ora il cinema è un’arte plastica che viene espressa essenzialmente attraverso le immagini, invece la ragione d’essere del teatro è la parola. Queste due arti hanno le loro origini ben distinte e differenti l’una dall’altra. Il “film parlato” come ora viene concepito subirà un giorno non molto lontano una crisi di cui le cause principali risiedono nella barriera delle lingue che l’industria stessa si è imposta. La mimica è una lingua compresa in tutto il mondo: una breve didascalia sottolinea l’azione. Questo è tutto. I miei films sono compresi dai cinesi come dagli africani, dai francesi, dai tedeschi. (Charlie Chaplin)

E così il nuovo film di Chaplin, City Lights (Luci della città, 1931), rimarrà sostanzialmente un film muto; ma, negli effetti sonori, Chaplin si toglierà uno sfizio: quello di parodiare con ronzii incomprensibili, nella scena iniziale dell’inaugurazione del monumento, il suono gracchiante delle prime registrazioni del parlato.

Bisognerà aspettare Modern times (Tempi moderni, 1936) perché compaia la parola. Ma, in un mondo dominato dalla macchina e dove l’uomo – sottoposto alla catena di montaggio – è ridotto a macchina, sono le macchine a parlare: lo schermo con altoparlante della fabbrica e il giradischi dell’inventore della ‘macchina per mangiare’ di cui Charlot sarà vittima. Il discorso è autoreferenziale: perché è una macchina quella che permette agli spettatori di ascoltare i suoni; ma avrebbero dovuto dire a Chaplin che questo vale pure per le immagini...



 
Solo nell’ultima parte, finalmente, un uomo parla – anzi canta – ed è proprio Charlot. Ma, quando apre bocca, quello che ne esce non è il testo della canzone che deve interpretare – Je Cherche après Titine (Io cerco la Titina) – ma un’accozzaglia di parole senza senso, dalle sonorità prevalentemente franco-italiane (ma non solo). Qualcuna di queste parole è esistente (i francesi je e notre, ma anche una spagnola señora e un inglese spinach pronunciato alla francese), qualcuna è derivata (uno pseudo italiano spagaletto, da spaghetto), la maggior parte sono inventate. Una specie di grammelot neolatino, insomma. Trascrivo dall’enciclopedia che segnò la mia infanzia – Il tesoro del ragazzo italiano, di Vincenzo Errante e Fernando Palazzi, Torino, UTET, 2a ed., 1954, nella quale trovai la trama e le prime immagini del film, che avrei visto solo anni dopo – una parte del testo (lasciando agli autori la responsabilità dell’ortografia):









È una specie di lingua universale, ma completamente inutile, perché incomprensibile: il suono non comunica nulla, la parola è solo un supporto per la musica. Ma capiamo tutto lo stesso, attraverso l’immagine, grazie alla gestualità estremamente comunicativa di Charlot, il quale, in questo modo, mantiene il suo carattere universale.

Charlot canta per la prima volta; ma sarà anche l’ultima, il suo canto del cigno: in The Great Dictator (Il grande dittatore, 1940), il primo film interamente sonoro di Charlie Chaplin, i baffetti più comici del XX secolo diventeranno la parodia dei baffetti coevi più tragici: quelli di Adolf  Hitler.





SITI INTERNET



La citazione completa del testo di Charles Chaplin si trova al seguente indirizzo:




Trovate il testo originale francese di Je cherche après Titine, la traduzione in inglese, tentativo di trascrizione della versione di Charlot e la scena del film al seguente indirizzo:






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giovedì 28 febbraio 2013

FARE UNA FILASTROCCA – 5




PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE




ROVESCIARE UN PROVERBIO O UN MODO DI DIRE:

CHI NON LA FA, L’ASPETTI E LA CACCA FA I DISPETTI


Chi la fa, l’aspetti: quante volte l’abbiamo sentito dire? Ma proviamo a rovesciare il modo di dire, così tanto per provare (è una tecnica per sviluppare il pensiero laterale, per accendere la creatività): chi non la fa, l’aspetti. Bene, possiamo dare un significato a questa frase? C’è una cosa che, se uno non la fa, l’aspetta? Ma certo: la cacca!
E allora viene naturale scrivere:

CHI NON LA FA, L’ASPETTI

La cacca fa i dispetti:
chi non la fa l’aspetti
(oppure tu l’affretti
se prendi “quei” confetti).

Ma, se completiamo il ragionamento, ci rendiamo conto che, la cacca, a volte, la fa chi non l’aspetta; e allora registriamo la casistica completa:

LA CACCA FA I DISPETTI

La cacca fa i dispetti,
chi non la fa l’aspetti:
si sente una schifezza
perché ha la stitichezza.

A volte – che disdetta! –
la fa chi non l’aspetta:
è come una marea
e questa è la diarrea.

Chi non la fa, l’aspetti e La cacca fa i dispetti
fanno parte della raccolta 
HA CHIAMATO LA CACCHINA... PERCHÉ ARRIVA DOMATTINA! 
Sarnus editore, 2012, ristampa febbraio 2013.

 

Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche: 

FARE UNA FILASTROCCA – 1 
FARE UNA FILASTROCCA – 2 
FARE UNA FILASTROCCA – 3 
FARE UNA FILASTROCCA – 4 
FARE UNA FILASTROCCA – 6
FARE UNA FILASTROCCA – 7
FARE UNA FILASTROCCA – 8 

FARE UNA FILASTROCCA – 9
FARE UNA FILASTROCCA – 10
FARE UNA FILASTROCCA – 11
FARE UNA FILASTROCCA – 12
FARE UNA FILASTROCCA – 13


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domenica 10 febbraio 2013

NINO FERRER E L’EQUIPE 84, ovvero PAPÀ, MAMMÀ E IL BACCALÀ



IL BACCALÀ (1969)


Quella mattina ci siamo svegliati alle sei
per fare la gita e siam saliti sul tramvai
con due valige, tre pacchi, una borsa, un cestino e con mammà


Un po’ di pane
e di banane
un panettone
del minestrone
la cioccolata
e l’insalata
il baccalà

Il parmigiano
lo zafferano
la mozzarella
e la cannella
la pasta al pesto
il pollo arrosto
il baccalà

Non c'era proprio più niente da desiderare
eran tre giorni che stavamo a preparare
le due valige, i tre pacchi, la borsa, il cestino con mammà

La marmellata
e la frittata
i formaggini
i fagiolini
la frutta cotta
e la ricotta
il baccalà

Ma abbiam trovato la pioggia ed ora viene il bello
avevamo dimenticato l’ombrello!
e siam scappati coi pacchi, la borsa, il cestino e con mammà


Siamo tornati
a mangiare in città
i panini, il gelato,
le bistecche, il pesto, il baccalà!
La minestra, la frutta,
l’insalata, il pollo, il baccalà!
Le lumache, la pasta,
il formaggio, il brodo, il baccalà!




NINO FERRER
(AGOSTINO ARTURO MARIA FERRARI)
(Genova, 1934 – Montcuq (Lot, Francia), 1998)

Quando ero bambino, negli anni ’60, mia madre ogni tanto
prendeva la bicicletta, andava in città e tornava con i libri – autori come Verne e Salgari, o titoli come Il piccolo lord e Piccole donne crescono... – e con i 45 giri che io e i miei fratelli le chiedevamo. Tra questi ultimi ce n’erano un paio di Nino Ferrer: La pelle nera e Al telefono. Erano le canzoni delle facciate A; ma quello che allora mi impressionò furono le facciate B: tanto erano piacevoli e orecchiabili quelle, tanto erano aspre e impervie queste. Si trattava di Se mi vuoi sempre bene (cover di It’s a Man’s Man’s Man’s World di James Brown e Betty Jean Newsome! Ma chi conosceva James Brown allora?) e La mia vita per te.

Era rhythm and blues, ma io non lo sapevo; e del resto era troppo presto per me, ascoltare quella musica (ma è meglio troppo presto che troppo tardi, non vi pare?).

Perché Nino Ferrer – cantante bilingue, perché nato da padre italiano e madre francese – che noi in Italia ricordiamo per canzonette certo non indimenticabili come Il re d’Inghilterra e Re di cuori, aveva iniziato la sua carriera in Francia come bassista jazz per poi appassionarsi, come cantante, al rhythm and blues. Passione del resto dichiarata, sia pure con toni leggeri e scherzosi, in La pelle nera.

Caratteristica di diverse canzoni di Ferrer è il procedimento dell’accumulazione, reso divertente dal ricorso alla rima. Un procedimento che i francesi conoscono bene, perché è uno dei preferiti da Rabelais.

In questo caso si tratta dell’interminabile elenco dei cibi preparati per un picnic, elenco in cui compare ossessivamente, come un tormentone, il baccalà. Nell’originale il tormentone era costituito dai cornichons (= “cetriolini sott’aceto”, ma anche “sciocchi”, quali si sarebbero rivelati i protagonisti della canzone, stakanovisti della fine settimana che pensano a portare tutto tranne l’ombrello):






Paroles: Nino Ferrer. Musique: James Booker, 1962
Titre original: “Big Nick”


On est partis, samedi, dans une grosse voiture,
Faire tous ensemble un grand pique-nique dans la nature,
En emportant des paniers, des bouteilles, des paquets,
Et la radio !

Des cornichons
De la moutarde
Du pain, du beurre
Des p’tits oignons
Des confitures 
Et des œufs durs
Des cornichons

Du corned-beef
Et des biscottes
Des macarons
Un tire-bouchons
Des petits-beurres
Et de la bière
Des cornichons

On navait rien oublié, c’est maman qui a tout fait
Elle avait travaillé trois jours sans s'arrêterf
Pour préparer les paniers, les bouteilles, les paquets
Et la radio !

Le poulet froid
La mayonnaise
Le chocolat
Les champignons
Les ouvre-boîtes
Et les tomates
Les cornichons

Mais quand on est arrivés, on a trouvé la pluie
On a ramené les paniers, les bouteilles, les paquets
Et la radio !

On est rentrés
Manger à la maison
Le fromage et les boîtes
Les confitures et les cornichons
La moutarde et le beurre 
La mayonnaise et les cornichons
Le poulet, les biscottes
Les œufs durs et puis les cornichons 

Ecco la traduzione:

I CETRIOLINI
Parole: Nino Ferrer. Musica: James Booker 
Titolo originale: “Big Nick”


Siamo partiti, sabato, con una grossa auto,
A fare tutti quanti una grande pic nic nella natura,
Portando via cesti, bottiglie, pacchi,
E la radio!

Dei cetriolini
Della senape
Del pane, del burro
Delle cipolline
Delle marmellate
E delle uova sode
Dei cetriolini

Della carne in scatola
E delle fette biscottate
Degli amaretti
Un cavatappi
Dei biscotti
E della birra
Dei cetriolini

Non avevamo dimenticato niente, aveva fatto tutto la mamma
Aveva lavorato tre giorni senza [mai] fermarsi
Per preparare i cesti, le bottiglie, i pacchi,
E la radio!

Il pollo freddo
La maionese
Il cioccolato
I funghi
Gli apriscatole
E i pomodori
I cetriolini

Ma quando siamo arrivati, abbiamo trovato la pioggia
Quello che avevamo dimenticato, erano gli ombrelli
Abbiamo riportato i cesti, le bottiglie, i pacchi,
E la radio!

Siamo ritornati
A mangiare a casa
Il formaggio e le lattine
Le marmellate e i cetriolini
La senape e il burro
La maionese e i cetriolini
Il pollo, le fette biscottate
Le uova sode e poi i cetriolini



La musica ha un bel ritmo, e lo credo: Ferrer l’aveva presa da un pezzo di un grandissimo pianista rhythm and blues: James Carroll Booker III (1939 – 1983). Ma il pezzo di Booker è solo strumentale: come sarà venuta a Nino Ferrer l’idea del testo? Beh io non ho dubbi: Ferrer parla di un picnic, Booker aveva intitolato il suo pezzo Big Nick: l’idea nasce da un gioco di parole!






JAMES CARROLL BOOKER III
(1939 – 1983)
Qualcosa del genere fece l’Equipe 84 quando si impossessò della canzone Papa-Oom-Mow-Mow di Carl White, Al Frazier, Sonny Harris e Turner Wilson Jr., cantata dai Rivingtons e ripresa dai Beach Boys, e la trasformò in Papà e mammà. Con una differenza: che Ferrer dichiarò il suo debito, indicando il nome di Booker come coautore, mentre l’Equipe 84 si guardò bene dal farlo: la plagiò sfacciatamente.

LETTURE CONSIGLIATE
Michele Bovi, Anche Mozart copiava. Cover, somiglianze, plagi e cloni, Milano, Auditorium, 2004.
Saggio sul plagio musicale. Risulta esaurito presso l’editore, ma sembra disponibile su IBS.

SITI INTERNET
http://www.michelebovi.it/?p=1918


Michele Bovi parla del plagio nella musica leggera, citando anche il caso dell’Equipe 84.





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sabato 19 gennaio 2013

ALESSANDRO MANZONI & CARLO CETTI ovvero I PROMESSII SPOSII – 3



Quel ramo del Lario che, tra due catene di monti e tutto seni e golfi, volge a sud, quasi a un tratto si restringe e, tra un’ampia costiera a manca e un promontorio a destra, prende corso di fiume; mutazione resa più evidente da un ponte che unisce le due rive lì ove termina il lago e l’Adda ricomincia, per riprendere poi nome di lago, ove esse riaprendosi, lasciano spaziare le acque in nuovi golfi e seni.



(Rifacimento dei Promessi sposi, Como, a cura dell’Autore, 1965; 21 cm, 196 pp.)



 

 


CARLO CETTI

(Laglio, Como 1884 ?, dopo il 1965)


 


Se mi chiedete notizie su Carlo Cetti, vi devo deludere: non ne so praticamente nulla. Bisognerebbe leggere la sua Autobiografia (1961), ma, come tutte le sue opere del dopoguerra – stampate a sue spese e presumibilmente con una tiratura limitata (alcune uscirono in sole 150 copie) – è introvabile (se non in qualche biblioteca pubblica: ma non in quella della mia città). E, in ogni caso, non è certo dalla sua autobiografia che possiamo ricavare la data di morte che, infatti, è sconosciuta (comunque posteriore al 1965, visto che il suo ultimo libro è datato 1966).


Diplomato in ragioneria, si dedicò al commercio: con molto successo, evidentemente, perché nel 1925, poco più che quarantenne, si ritirò dagli affari, per dedicarsi alla scrittura. In questo il suo percorso di vita ripete quello di Pellegrino Artusi: ma senza il successo – enorme – che arrise a quest’ultimo. (Ricavo queste scarne notizie da I mattoidi italiani di Paolo Albani, libro in cui Cetti, in una tale compagnia, emerge a dire il vero come il più sano di mente.)


Una cosa è indubitabile: fu molto prolifico, sia nell’ambito letterario (racconti, poesie, satire, traduzioni) che in quello saggistico (letteratura, filosofia, pedagogia, storia, economia). Con l’ingenuità tipica delle persone intelligenti e curiose, ma prive di una base culturale adeguata, Cetti fa il tuttologo.


Ad ascoltarlo, la maggior parte dei problemi mondiali sarebbe già stata risolta: basta applicare il    


Vitalismo – Dottrina che considera la condotta conforme alle leggi e alla morale come la più favorevole alla conservazione della vita (1932);


naturalmente, per quelli che non capiscono subito, bisognerà persuadersi


Della necessità di ristabilire la pena di morte (confutazione al Beccaria) (1928)


e sarà necessario ricorrere a


L’Educazione come mezzo di favorire lo sviluppo del corpo e dell’intelligenza, e di formare il carattere (1933).


            Avete dei dubbi esistenziali? Ci spiega lui


Qual è e come si consegue il più alto scopo della vita (1960).


In quanto all’economia, nessun problema: è lui stesso a insegnarci


Come si riesce nel commercio (Storia di un’Azienda) (1933).


(Effettivamente, in questo ambito, aveva dimostrato di saperci fare.)


            Alla maniera di Platone e di Galileo, Cetti presenta le sue visioni salvifiche sotto forma di dialoghi:


Le scarpe dell’ebreo. Sintesi filosofica in nove quadri. I. Accanto al fuoco – II. Il mendicante –  III. Il circolo dei critici – IV. Sotto il portico – V. L’agguato – VI. Salendo il monte – VII. Nell’eremo  – VIII Nel tempio della verità rivelata... (1927),


La fontana magica (Analisi e sintesi della morale) – In cinque quadri – 1. Fra amici – 2. All’opera! – 3. Una serata in casa del Notaio – 4. Il Mago – 5. L’isola della saggezza (1932).


Il talismano - Analisi e sintesi sull’Arte Educativa in cinque quadri: 1. I due metodi – 2. Il mazzo di tarocchi – 3. Nel dolore – 4. Sotto la bacchetta del Mago – 5. La città dei bambini (1933),


            Cetti si occupa anche di letteratura; è pronto a insegnarvi a scrivere in prosa:


Libellula (Analisi e sintesi dell’arte dello scrivere) (1933),


Libro per gli scrittori (1958),

Analisi dell’arte dello scrivere (1965)

e in poesia:

L’arte di poetare (1958).


Se poi avete il problema di ricordare tutti questi saggi, niente paura, c’è la soluzione anche per questo:


L’arte di ritenere a memoria (Idea di una scienza dello sviluppo mentale) (1928)


(ricordatevi di comprarlo!).


            Siccome è


Contro il feticismo letterario (1958),


si sente libero, come vedremo, di “ristrutturare” i testi degli scrittori celebri, senza alcun timore reverenziale; e non si fa alcun scrupolo a far le pulci agli sfortunati scrittori che ebbero la sventura di nascere prima di lui, restando così privi dei suoi preziosi consigli:


La verità su Machiavelli (con brani di suoi scritti) (1945),


Ombre sulla figura di Dante (Il poeta nemico della democrazia) (1946).


            La sua attenzione si appunta soprattutto su Manzoni: avendo rilevato


Difetti e pregi dei Promessi sposi (1965)


si propone di portare avanti il lavoro di perfezionamento del romanzo, che il Manzoni non aveva saputo completare, con il


Saggio d’una terza edizione dei “Promessi sposi.” (1959)


che sfocerà nel


Rifacimento dei Promessi sposi (1965),


dove, in forma dialogica o epistolare, espone le sue idee sul celebre romanzo.


Cetti parte dalla considerazione che


1 – la lunghezza di un romanzo, non deve eccedere un numero di pagine che richieda più di quattro o cinque ore di lettura, e che quindi lo si possa leggere in una sola seduta, perché soltanto in tal modo esso può produrre sul lettore il massimo effetto.


2 – la materia di esso deve essere distribuita in modo che l’interesse della narrazione vada via via aumentando [...].


A queste considerazioni tecniche, Cetti aggiunge una valutazione sui contenuti e sulle finalità del romanzo manzoniano: senza contraddirsi non si può fare in un libro l’apologia del cristianesimo, e in pari tempo far ridere il lettore ponendo un curato alla berlina, e quasi ciò non bastasse, fare una lunga e particolareggiata narrazione di un grave scandalo avvenuto in un monastero.


Manzoni, dopo la prima stesura (Fermo e Lucia, 1821-23), aveva prodotto due edizioni dei Promessi sposi (1827 e 1840): un lavoro lunghissimo e minuzioso, ma evidentemente, secondo Cetti, insufficiente: diventa allora necessaria una terza edizione. Già, perché i Promessi sposi, assieme coi difetti hanno pregi tali da farne non solo [...] il miglior libro di prosa che noi abbiamo, ma che qualora venisse rifatto con un giusto criterio, cioè eliminandone tutto ciò che ha di superfluo e di contraddittorio, potrebbe diventare uno dei migliori e più diffusi libri nel mondo (mentre attualmente la sua fama rimane confinata all’Italia).


Secondo Cetti, un vero amico del Manzoni avrebbe dovuto dargli questi consigli:


1) Abbandona quella finzione del manoscritto d’un anonimo [...].


2) Sopprimi la storia tetra, disgustosa e interminabile della monaca di Monza, e il panegirico del cardinale Federico Borromeo [...]


3) [...] hai l’abitudine nel narrare di interromperti spesso per fare delle riflessioni estetiche, o morali, o linguistiche, ecc., il che non va.


4) Cerca di rendere più rapido il tuo stile [...]


5) Nello scrivere, non preoccuparti del giudizio dei letterati, perché essi danno più importanza a un periodo architettato con le seste, o a un vocabolo imporrito, [...] che non alla più sublime delle idee.


6) [...] padre Cristoforo [...] predica un po’ troppo, [...] né gli si può perdonare che con quella sua aria di santo, [...] approvi che un vecchio servo di don Rodrigo faccia la spia a danno del proprio padrone.


Ma soprattutto [...] A un popolo a cui [...] il Parini, l’Alfieri e il Foscolo [...] hanno cercato di infondere più virili propositi, non è forse tentare d’infiacchirne il carattere, l’esortarlo a rassegnarsi ai suoi mali, confidando nel compenso che ne otterrà in un altra vita?


            Non si vorrà mica introdurre un libro così disfattista nelle scuole, vero? « Dei pregi letterari del capolavoro manzoniano non discuto, perché sono da tutti riconosciuti, ma se fossi Ministro della Pubblica Istruzione, ne proibirei la lettura nelle scuole, per non allevare una generazione fiacca e rassegnata, e quindi non adatta alle lotte che tutti, o tanto o poco, dobbiamo sostenere nella vita ».


Per quanto riguarda l’aspetto lessicale, nel Rifacimento dei Promessi sposi Cetti applica l’idea base – la regola delle regole – della sua teoria del Brevismo, esposta in


La lingua si perfeziona e progredisce tendendo a brevità (Teoria del brevismo). Appendice: Dell’arte narrativa (1946):


È solo coll’usar, pur col debito riguardo a chiarezza, il minor numero possibile di sillabe, che si può conseguir la perfezion dello stile. (C. C.)


            Non osa però applicare fino in fondo la sua teoria, che consiste non solo nell’usare sempre apostrofi e troncamenti, eliminare – pardon: eliminar – la d eufonica, scegliere le varianti senza doppie (imagine anziché immagine); ma anche nell’eliminazione di prefissi – scegliendo le varianti che ne sono prive: bruciare anziché abbruciare o creandole: malare anziché ammalare – e di vocali inutili (sufficente anziché sufficiente e – ahimè – un ambiguo ceco al posto del cieco).


            Il risultato di tanto lavoro? Le 500 pagine circa dell’originale manzoniano si riducono a 196 nella versione di Cetti: 2/5 delle pagine di partenza! Una “terza” edizione, quella di Cetti, finalmente adatta alle scuole, suppongo (e sono certo che gli studenti, vedendo il libro così incredibilmente assottigliato, concorderebbero). Resta solo da convincere il Ministero ad adottarla!


            Ecco un saggio del lavoro di riduzione: l’incontro di don Abbondio con i bravi:


 


            « Che i due descritti sopra stessero ivi ad aspettare qualcuno, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio, fu il dover accorgersi, per certi atti, che l’aspettato era lui ».


            Anzitutto è da osservarsi che Manzoni non aveva descritti i due bravi, qualche riga sopra, ma tre pagine prima, quindi invece di, i due descritti sopra, avrebbe dovuto dire, i due da noi descritti, senz’altro.


            Poi c’è quell’ivi che è inutile, e quel cosa e quel troppo, altrettando superflui. E perché dire qualcheduno e dispiacque, invece di qualcuno e spiacque.?


            Ecco il periodo rifatto:


            Che i due da noi descritti attendessero qualcuno, era ovvio, ma ciò che spiacque a don Abbondio fu di essere lui l’atteso.


 


            Confrontando le due versioni, miei diletti, che vi posso dire? Che Cetti ha fatto un lavoro ammirevole; ma che, purtroppo, buttando via l’acqua sporca, ha buttato via anche il bambino: perché dal testo manzoniano non sono sparite solo alcune sillabe: è sparita anche un’altra cosa, che il Manzoni possedeva e di cui Cetti, come tutti gli utopisti, era completamente sprovvisto: il senso dell’umorismo.


 


 


LETTURE CONSIGLIATE



Carlo Cetti, Difetti e pregi dei Promessi sposi, Como, a cura dell’A., 1965. 21 cm, 87 pp.

Carlo Cetti, Rifacimento dei Promessi sposi, Como, a cura dell’A., 1965. 21 cm, 196 pp.

I due libri sono introvabili sul mercato antiquario, ma reperibili in diverse biblioteche pubbliche.

Paolo Albani, I mattoidi italiani, Macerata, Quodlibet, 2012.

Breve ma unica trattazione esistente della figura di Carlo Cetti.



SITI INTERNET




            Anteprima in pdf de I mattoidi italiani, con le pagine dedicate a Carlo Cetti.





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