domenica 29 giugno 2014

TRADURRE LEWIS CARROLL, ovvero LUIGI CAROLLO


La prima parte di questo post si trova qui (clic).

L’ORIGINALE:

Jabberwocky
’Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
(Lewis Carroll, Through the Looking-Glass, and What Alice Found There, 1871)
I personaggi: Humpty Dumpty, Tweedledum e Tweedledee.


LE TRADUZIONI:

Il Giabervocco
S’era a cocce e i ligli tarri
girtrellavan nel pischetto,
tutti losci i cencinarri/cincinarri
suffuggiavan longe stetto.
(traduzione di Silvio Spaventa Filippi, 1914 secondo Wikipedia, riedizione Faella, Pian di Scò – AR, Prìncipi e Princìpi, 2011)
I personaggi: Unto Dunto, Tuidledum e Tuidledì.

Erano le dieci di mattina – l’ora in cui si comincia a cuocere i cibi per la colazione – e gli agili e limacciosi e i tassi-lucertola-cavaturaccioli ruotavano come un giroscopio e facevano buchi come un trapano nella zolla d’erba attorno alla meridiana; tutti deboli e miserabili  gli uccellini con le piume piantate come aculei intorno al corpo, lontani senza tetto (?), emettevano un verso tra il muggito e il fischio con una specie di starnuto in mezzo.

Il Giabbervocco
Era listro e le calimbe
Che tragavan nel poschetto
Profittaron delle cimbre
E van sotto stetto stetto.
(traduzione di Giuliana Pozzo, Milano, Hoepli, 1947)
I personaggi: Ovo Bellovo, Momolo e Memolo.

Erano le nove del mattino – quando è stata appena fatta la pulizia e tutto è lustro – e le imbevute di caligine che si muovevano come un giroscopio nel tasso-lucertola-cavaturaccioli profittarono delle zolle d’erba che crescono attorno alla meridiana e van sotto sotto il tetto (?).

Il Cianciaroccio
Era cocino e i vivacciosi avini
Vorticavano e intevano il latò,
Tutti un po’ stantri erano i cinini
E il corolego fuasa peradò.
(traduzione di Tommaso Giglio, 1952 secondo Wikipedia?, Milano, B.U.R. Rizzoli, 1966)
I personaggi: Tombolo Dondolo, Pizzicotto e Pizzichino.

Erano le quattro del pomeriggio – quando cominci a cucinare per la cena – e i vivaci e limacciosi tassi-lucertola-cavaturaccioli giravano sempre come un giroscopio e facevano buchi come un succhiello sull’erba che sta ai lati dell’orologio a sole; tutti un po’ stanchi e tristi erano i piccoli uccelli dall’aspetto misero, con le piume tutte aderenti, e il maiale verde fuori casa (?) emise il suo muggito-mormorio con in mezzo una specie di starnuto.

Il Tartaglione
Al prepario i svatti marchi
Tortellavan per il diano,
Ma tristanchi erano i barchi
E i paupersi sibiliàno.
(traduzione di Adriana Valori-Piperno, 1954 secondo Wikipedia?, riedizione Roma, Newton Compton, 1995)
I personaggi: Humpty Dumpty, Tuideldum e Tuideldì.

Alle quattro del pomeriggio – l’ora in cui si comincia a preparare la merenda – gli svelti e attivi tassi dalla coda di lucertola e somiglianti ai cavatappi andavano in giro torno torno come una trottola, facendo buchi come un succhiello per il prato erboso tagliato a metà dalla meridiana, ma tristi e stanchi erano gli uccelli meschinucci con le penne appiccicate tutte intorno, e gli smarriti emettono un verso tra il mugghio e il fischio, con una specie di sternuto in mezzo.

Jabberwocky
Era rombo e i fangagili chiotti
Girascavano e succhiellavano i pratiali;/:
Tutti erano infoli e cenciopi,
E lo spirdito primaticcio murpissi.
(traduzione di Tomaso Kemeny, Milano, Sugar, 1967)
I personaggi: Humpty Dumpty, Tweedledum e Tweedledee.

Erano le quattro del pomeriggio – quando cominci a rosolare la cena – e i fangosi e agili tassi-lucertola-cavatappo giravano continuamente come un giroscopio e facevano dei buchi come un succhiello nel prato artificiale che si trova ai lati della meridiana: erano tutti frivoli e felici gli uccellini male in arnese, con le piume arruffate, e il maiale verde dagli sperduti spiriti (?) emise un verso tra il mugghio e il fischio, con una specie di starnuto nel mezzo.

Il Ciciarampa
Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi
Ghiarivan foracchiando nel pedano:
Stavano tutti mifri i vilosnuoppi,
mentre squoltian i momi radi invano.
(traduzione di Milli Graffi, Milano, Garzanti, 1975)
I personaggi: Humpty Dumpty, Tuidoldàm e Tuidoldìi.

Erano le quattro del pomeriggio – quando si cominciano a mettere sul fuoco le cose per la cena – e gli svelti e scivolosi tassi-lucertola-cavatappo giravano su se stessi come un giroscopio facendo buchi con un succhiello nel praticello – sul quale si può andare solo a piedi – attorno alla meridiana: stavano tutti fragili e miserabili gli uccelletti magri e bruttini con le penne come spuntoni che gli vengono fuori da tutte le parti, mentre gli sperduti (?) (=mamma mia!) maialini verdi emettevano invano un verso tra l’urlo e il fischio, con in mezzo una specie di starnuto.

Il Lanciavicchio
Era la brilla, e i fanghilosi tavi
Ghiravano e ghimblavano nel biava.
Mensi e procervi erano i borogavi,
E il momico rattio superiava.
(traduzione, solo delle filastrocche, di Guido Almansi?, Torino, Einaudi, 1978)
(traduzione del testo di Giuliana Pozzo, Milano, Hoepli, 1947)
I personaggi: Bindolo Rondolo, Piripipò e Piripipù.

Erano le nove del mattino – quando è stata appena fatta la pulizia e tutto è brillante – e i fangosi e lisci tassi-lucertola-cavaturaccioli si muovevano come un giroscopio [manca la spiegazione di ghimblavano] sulle zolle d’erba attorno alla meridiana. Minuscoli e prepotenti erano gli uccellini dalle penne arruffate, e il grosso topo (?) comico (?) correva molto in fretta.

Ciarlestroniana
Era brillosto, e i tospi agìluti
Facean girelli nella civa;
Tutti i paprussi erano mélacri,
Ed il trugòn striniva.
(traduzione di Masolino d’Amico, Milano, Mondadori, 1978, su concessione di Longanesi & C.)
I personaggi: Humpty Dumpty, Tweedledum e Tweedledee.

Erano le quattro del pomeriggio – l’ora in cui si arrostiscono le cose per cena – e i tassi-lucertola-cavatappo agili e lutulenti facevano buchi come un succhiello nel praticello attorno alla meridiana – o ci vanno o ci vagano o ci vacillano –; tutti gli uccelli dall’aria trasandata, con le penne ritte da tutte le parti, erano melanconici e alacri, ed il maiale verde emetteva un verso tra l’urlo e il fischio, con in mezzo una specie di starnuto.

Lo Sdragolo
Era brìllico, scocco e spricco(,)
prillicava di qua e di là;
ma lo stùchilo/strùchilo sullo sticco
lo Sdragacciolo impizzerà.
(traduzione di Elda Bossi, Firenze, Giunti Marzocco, 1991)
I personaggi: Coccobello, Dindino e Dindello.

Era l’ora della merenda – quando brilli dalla gioia pensando al pane con la marmellata – e il cocco (= uovo) sciocco (= senza sale) e il bricco-spicchio (= la mezzaluna, usata per fare il caffè (!) e tritare la cipolla) prillava e solleticava di qua e di là (= girava intorno facendo il solletico); ma il chilo di strutto sullo stecco molto debolino ammazzerà impiccandolo il fratello più cattivo del Jabberwock, piccolo e sdragato (= non più drago).

Farfuciarbugliosa
Era cuociglia, e i viscoflessi tlucà
girottolavano e socchiellavano nella radozza;
tutti invelini erano i bogori là
e i rabi vidasa strofiavan nella strozza.
(traduzione di Alessandro Ceni, Torino, Einaudi, 2003)
I personaggi: Tappo Tombo, Dammelo e Dimmelo.

Erano le quattro del pomeriggio – quando cominci a preparare la griglia per cuocere la cena – e i flessuosi e viscosi tassi-lucertola-cavatappo giravano in tondo come una trottola e facevano buchi con un socchiello nello spazio erboso che si raduna attorno ad essa; tutti veline [?] e infelici erano là gli esili uccelli con le penne attaccate tutte intorno e i maiali verdi via da casa (?) facevano con la strozza una via di mezzo tra il muggito e il fischio, con un tocco di starnuto.

Basiliscum
Erat briccus et feriosus
fere givat gamberosus
et ludendo pilla et palla
gambe in spalla.
(traduzione di Antonio Lugli, Milano, Salani, riedizione 2010)
I personaggi: Humpty Dumpty, Tweedledum e Tweedledee.

Erano le quattro del pomeriggio – quando viene portato in tavola il bricco del tè o della cioccolata – e fiero e serioso fere givat [manca spiegazione] il gambero-orso-cavaturaccioli, e girando come una trottola foro del succhiello e palla: meglio non fermarsi.

Il mascellodonte
Cenorava. E i visciattivi cavatalucerti
girillavano e sfrocchiavano nella serbaja;
molliciattoli eran gli spennavoli
e gli smarruti verporcelli fistarnuiurlavano.
(traduzione di Bruno Garofalo, citata in Douglas R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Milano, Adelphi, 1984)




JABBERWOCK
disegno di
John Tenniel
per la prima edizione (1871) di
ATTRAVERSO LO SPECCHIO


Se cercate “Luigi Carollo” nelle Pagine Bianche ne trovate una decina: più o meno quante le traduzioni di Jabberwocky che che sono riuscito a raccogliere. Cosa c’entra “Carollo” con “Carroll”? Dal punto di vista etimologico – e cioè del significato – niente: O’Carroll (da cui poi Carroll) è l’anglicizzazione dell’irlandese O’Cearbhaill (= nipote di Cearbhall) (www.surnamedb.com/surname/carroll), mentre Carollo deriva dal latino carullus, diminutivo di carus = caro (Emidio De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Milano, Oscar Studio Mondadori, 1978) o, forse, come lessi da qualche parte, dal nome latino Carolus = Carlo.
Ma dal punto di vista del significante “Carollo” è un trasporto direi perfetto di “Carroll” dall’inglese all’italiano. Un po’ come il cognome “Pieropan”, che, anche se la ragione me lo vieta, non riesco a non considerare la versione veneta di “Peter Pan”.
E qui sta il nocciolo della questione: nel tradurre un testo così irto di giochi di parole come quello di Alice, il traduttore deve cercare un difficile equilibrio proprio tra significato e significante.
E allora, nella trasformazione di Lewis Carroll in Luigi Carollo, che ne è stato di Jabberwocky?
Per amor vostro, miei diletti, ho comprato tutte le versioni che sono riuscito a scovare di Attraverso/Dietro/Al di là... (del)lo specchio (ma non ve le presto!) e le ho messe a confronto.

Cominciamo dal nome del mostro: Jabberwock.
a – C’è chi – vergogna! – non prova nemmeno a tradurlo (Kemeny) o si limita a italianizzarlo: Giabervocco (Spaventa Filippi) o Giabbervocco (Pozzo).
b – C’è chi – bravo! – tenta di trovare l’equivalente  in italiano dell’inglese jabber (= borbottio, chiacchiericcio): Cianciaroccio, da cianciare (Giglio), Tartaglione, da tartartagliare (Valori-Piperno), Ciarlestrone, da ciarlare (con un – possibile ma inaspettato – incrocio con charleston?) (D’Amico), Farfuciarbuglio, da farfugliare + ciarlare (+ garbuglio?): complimenti! (Ceni).
c – C’è chi prende un’altra strada, alludendo all’aspetto del mostro, o al carattere di ballata cavalleresca dei versi: Sdragolo, da drago (Bossi), Mascellodonte, alludendo ai dinosauri (Garofalo), Lanciavicchio, da lancia? (Almansi).
Sia chiaro che io parteggio per il secondo gruppo, ma c’è una versione che non rientra in nessuna delle precedenti categorie e che io trovo irresistibile, per il suo carattere di gratuita invenzione infantile, un vero e proprio farfugliamento, dunque: Ciciarampa, di Milli Graffi. L’idea è geniale: il farfugliamento non è contenuto nel nome, ma è il nome stesso!

Già che ci siamo, proviamo a vedere come vengono tradotti i nomi di altri personaggi.

Humpty Dumpty, il personaggio a forma di uovo.
a – Anche qua c’è chi – e sono tanti! – non prova nemmeno a tradurlo (Valori-Piperno, Kemeny, Graffi, D’Amico, Lugli) e chi lo italianizza, ma con un colpo di genio, perché l’Unto Dunto di Spaventa Filippi realizza il miracolo di essere un significante assonante con l’originale inglese e di avere contemporaneamente un significato in italiano (= unto d’unto).
b – Altri provano a reinventare un gioco verbale in italiano, basato, come l’originale, su una coppia di termini assonanti, alludenti alla forma a uovo: Ovo Bellovo (Pozzo),  Coccobello (Bossi), o al suo carattere instabile: Tombolo Dondolo (Gigli) e, sulla sua scia, Bindolo Rondolo (Almansi).
c – Infine anche qui c’è chi prende un’altra strada: il Tappo Tombo di Alessandro Ceni allude all’aspetto tozzo del personaggio e, forse, al francese tomber (= cadere).

Tweedledum e Tweedledee, i gemelli dal nome uguale per metà.

a – Anche in questo caso molti traduttori mantengono il nome originale (Kemeny, Graffi, D’Amico, Lugli) o lo italianizzano: Tuidledum e Tuidledì (Spaventa Filippi), Tuideldum e Tuideldì (Valori-Piperno), Tuidoldàm e Tuidoldìi (Graffi).
b – Solo Guido Almansi cerca un equivalente musicale in italiano: Piripipò e Piripipù. Non male, ma com’è possibile che a nessuno sia venuto in mente Trallallero e Trallallà?
c – Gli altri percorrono altre strade: Momolo e Memolo (Pozzo), Pizzicotto e Pizzichino (Giglio), Dindino e Dindello (Bossi), Dammelo e Dimmelo (Ceni; complimenti!).

Ma passiamo alla quartina di Jabberwocky; possiamo esaminarla sotto vari punti di vista.

1 – La metrica
Non so nulla di metrica inglese, per cui, miei diletti, sono andato a cercare in internet. Ho così scoperto che i versi in questione sono tetrametri giambici: versi di 8 sillabe, con l’accento sulle sillabe pari:
’Twas brill-ig, and the sli-thy toves
Did gyre and gim-ble in the wabe
Essendo accentata anche l’ultima sillaba, i versi sono tronchi, dunque equivalenti a versi piani di 9 sillabe (novenari).
Come si sono comportati i traduttori, i nostri Luigi Carollo?
a – Qualcuno ha, per l’appunto, usato il novenario, integralmente (Bossi) o parzialmente (D’Amico; sillabe: 9+9+9+7).
b – Qualcun altro, visto il carattere arcaizzante dei versi originali, ha preferito l’aulico endecasillabo, metro principe della poesia italiana (Giglio, Graffi, Almansi).
c – Diversi altri, privilegiando la cantabilità e considerando la destinazione infantile, hanno preferito l’ottonario, metro tipico delle filastrocche, integralmente (Spaventa Filippi, Pozzo, Valori-Piperno) o parzialmente (Lugli).
d – Infine qualcuno – e non finirò mai di biasimarlo – non prova nemmeno a impostare una metrica regolare (Kemeny, Ceni, Garofalo). Abbiamo ormai da un secolo perso l’abitudine al metro regolare e alla rima, è vero (Ungaretti, ti fischiano le orecchie?), ma qui si trattava di tradurre un testo ottocentesco, per giunta destinato ai bambini! Shame on you!

2 – La “traduzione”
“Traduzione” si fa per dire, perché qui si tratta di reinventare; i malcapitati “traduttori” di fronte all’ingrato compito hanno preso posizioni diverse. Esaminiamo, a mo’ d’esempio, la prima parola: brillig (= l’ora di arrostire la cena).
a – La maggior parte dei traduttori cerca un equivalente italiano: cocce, da “cuocere” (Spaventa Filippi), cocino, da “cucinare” (Giglio), prepario, da “preparare” (Valori-Piperno), cuociglia da “cuocere alla griglia” (Ceni), cenorava, da “cenare” (Garofalo), un debole rombo, da “rosolare” (Kemeny) e un imperscrutabile cerfuoso, da “cenar” e “fuoco” (?) (Graffi).
b – Altri cercano di mantenere, italianizzandolo, il significante:
b1 – assieme al significato, con una parola-valigia: brillosto, da “arrosto”, ma senza spiegarne il “brillio” (D’Amico), con una acrobazia logica: brìllico, da “brillare” degli occhi al pensiero della merenda: wow! (Bossi);
b2 – cambiando il significato: brilla, da “brillare della casa dopo le pulizie” (Almansi), briccus, da “bricco del tè” (Lugli).
c – Un traduttore invece sceglie la reinvenzione completa di significato e significante, usando listro, da “lindo + lustro” (?) (Pozzo).

3 – Il carattere arcaico
Direi che nel creare uno pseudoitaliano arcaico il migliore è Masolino D’Amico, con i suoi sdruccioli agìluti e mélacri. Ma Antonio Lugli va oltre: se l’antenato dell’inglese è l’anglosassone, l’antenato dell’italiano è il latino; e se Dodgson crea una specie di anglosassone maccheronico, al traduttore non resta che creare un latino maccheronico. Ed è quello che fa Lugli, ma il prezzo è altissimo: perché molti dei significati originali vanno perduti, costringendo Humpty Dumpty a cambiare la sua spiegazione (ma gli elementi espunti compaiono poi nelle strofe successive).
Detto per inciso: D’Amico è l’unico a tentare di rendere in italiano la forma avverbiale di Jabberwock → Jabberwocky = (A proposito) Del Jabberwock, presente nell’originale, ricavando da Ciarlestrone → Ciarlestroniana.


4 – Parole-valigia
Non è il caso di esaminare qui le più o meno felici soluzioni dei traduttori. Segnalo solo il caso – notevolissimo – della versione di Bruno Garofalo, che ho trovato solo come citazione nella versione italiana del saggio di Douglas R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante. Garofalo è più realista del re: fa un uso di parole valigia anche quando nell’originale non ci sono, tanto che la sua traduzione è fatta in buona parte di parole di questo tipo.
Esempi:
– cavatalucerti = cavatappi + tassi + lucertole;
– verporcelli = verdi + porcelli;
– fistarnuiurlavano = fischiavano + starnutivano + urlavano.
Il risultato è paradossale: un nonsense quasi completamente comprensibile!

E qui chiudo, miei diletti, perché ormai comincio anch’io a sentirmi un Jabberwock, pardon: un Chiacchieracchio. Parola-valigia dove a preoccuparmi non è la chiacchiera, ma il racchio.


LETTURE CONSIGLIATE
Sotto ogni traduzione ho indicato i dati editoriali necessari per reperirla; alcune sono fuori commercio, reperibili solo sul mercato antiquario. Non sono riuscito a procurarmi la prima versione della traduzione di Masolino D’Amico (Milano, Longanesi, 1971; con una traduzione diversa di Jabberwocky): qualcuno di voi ce l’ha ed è disposto a vendermela?

SITI INTERNET
Per saperne di più sulla metrica di Jabberwocky (in inglese):


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venerdì 6 giugno 2014

Parole misteriose: SUPERCALIFRAGILISTICHESPIRALIDOSO



SUPERCALIFRAGILISTIEXPIALDOCIUS (fai clic sul titolo per ascoltarla)

(Versione originale,
testo e musica dei fratelli Sherman,
cantano Dick Van Dyke e Julie Andrews)

(Mary Poppins)
Supercalifragilisticexpialidocious!
Even though the sound of it
Is something quite atrocious
If you say it loud enough
You’ll always sound precocious

(Tutti)
Supercalifragilisticexpialidocious!

(Mary Poppins)
Um diddle diddle um diddle ay
Um diddle diddle um diddle ay

(Coro)
Um diddle diddle um diddle ay
Um diddle diddle um diddle ay


(Bert)
Because I was afraid to speak
When I was just a lad
Me father gave me nose a tweak
And told me I was bad
But then one day I learned a word
That saved me aching nose

(Mary Poppins e Bert)
The biggest word you’ve ever heard
And this is how it goes:


(Mary Poppins e Bert)
Oh, supercalifragilisticexpialidocious!
Even though the sound of it
Is something quite atrocious
If you say it loud enough
You’ll always sound precocious
Supercalifragilisticexpialidocious!


(Mary Poppins e Bert)
Um diddle diddle um diddle ay
Um diddle diddle um diddle ay
Um diddle diddle um diddle ay
Um diddle diddle um diddle ay


(Mary Poppins)
He traveled all around the world
And everywhere he went
He’d use tis word and all would say:
“There goes a clever gent”

(Bert)
When dukes refused to pass the time of day with me
I’d say me special word
And then they’d offer a cup of tea!


(Mary Poppins e Bert)
Oh, supercalifragilisticexpialidocious!
Even though the sound of it
Is something quite atrocious
If you say it loud enough
You’ll always sound precocious
Supercalifragilisticexpialidocious!


(Mary Poppins e Bert)
Um diddle diddle um diddle ay
Um diddle diddle um diddle ay

(Mary Poppins)
So when the cat has got your tongue
There’s no need for dismay
Just summon up this word
And then you’ve got a lot to say
But better use it carefully

Or it may change your life
(Vecchietto, parlato)
For example...

(Mary Poppins, parlato)
Yes?
(Vecchietto, parlato)
One night I said it to me girl
And now me girl’s my wife!
Ow! And a lovely thing she is too


(Vecchietto, parlato)

She’s...
(Tutti)
Supercalifragilisticexpialidocious!
Supercalifragilisticexpialidocious

(Mary Poppins e Bert)
Supercalifragilisticexpialidocious
(Tutti)
Supercalifragilisticexpialidocious!



SUPERCALIFRAGILISTICHESPIRALIDOSO

(traduzione letterale)

(Mary Poppins)
Supercalifragilistichespiralidoso!
Anche se il suo suono
È piuttosto atroce
Se la dici a voce abbastanza alta
apparirai sempre [un bambino] precoce
(Tutti)
Supercalifragilistichespiralidoso!

(Bert)
Siccome avevo paura a parlare
Quando ero solo un ragazzo
Mio padre mi tirava (pizzicava) il naso
E mi diceva che ero cattivo
Ma poi un giorno ho imparato una parola
Che mi ha salvato dal dolore al naso
(Mary Poppins e Bert)
La parola più lunga che abbiate mai sentito
Ed ecco come fa:

(Mary Poppins e Bert)

Oh, supercalifragilistichespiralidoso!
Anche se il suo suono
È piuttosto atroce
Se la dici a voce abbastanza alta
Apparirai sempre [un bambino] precoce
Supercalifragilistichespiralidoso!

(Mary Poppins)
Egli viaggiò in tutto il mondo
E dovunque andasse usava questa parola
E tutti dicevano:
“Che signore in gamba!”
(Bert)
Quando i duchi si rifiutarono di passare la giornata con me

Io mi dissi la parola speciale
E allora mi offrirono una tazza di tè!

(Mary Poppins e Bert)
Oh, supercalifragilistichespiralidoso!
Anche se il suo suono
È piuttosto atroce
Se la dici a voce abbastanza alta

Apparirai sempre [un bambino] precoce
Supercalifragilistichespiralidoso!

(Mary Poppins)
Così quando il gatto ti ha portato via la lingua
Non è il caso di rimanerci male
Ricorri semplicemente a quella parola
E allora avrai un sacco di cose da dire
Ma meglio usarla con attenzione
O potrebbe cambiare la tua vita
(Vecchietto, parlato)

Per esempio...
(Mary Poppins, parlato)
Sì?(Vecchietto, parlato)
 Una notte l’ho detta alla mia ragazza
E adesso la mia ragazza è mia moglie!

(Tutti)
Lei è supercalifragilistichespiralidosa!
Supercalifragilistichespiralidoso
(Mary Poppins e Bert)
Supercalifragilistichespiralidoso
(Tutti)
Supercalifragilistichespiralidoso!


SUPERCALIFRAGILISTICHESPIRALIDOSO (fai clic sul titolo per ascoltarla)




(versione italiana,
di Pertitas – Amurri,
cantano Tina Centi e Oreste Lionello)

(Mary Poppins)
Supercalifragilistichespiralidoso
anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso
se lo dici forte avrai un successo strepitoso
(Coro)
supercalifragilistichespiralidoso.

(Mary Poppins e Coro)

Am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.
(Coro)
E am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.


(Bert)
Ricordo che a tre anni per convincermi a parlar
mio padre mi tirava il naso ed io giù a lacrimar
Finché un bel giorno dissi quel che in mente mi passò,
(Mary Poppins e Bert)
rimase così male che mai più ci riprovò!


(Mary Poppins e Bert)
Ooh! Supercalifragilistichespiralidoso
Anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso
Se lo dici forte avrai un successo strepitoso
Supercalifragilistichespiralidoso


(Tutti)
Am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.
E am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.


(Mary Poppins)
Lui gira in lungo e in largo il mondo
e sempre, ovunque va,
la sua parola magica gli dà notorietà.

(Bert)
Coi duchi e i marajà, coi mandarini e i vicerè,
mi basta appena dirla che mi invitan per il tè.


(Mary Poppins e Bert)
Ooh! Supercalifragilistichespiralidoso
Anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso
Se lo dici forte avrai un successo strepitoso
Supercalifragilistichespiralidoso


(Mary Poppins e Bert)
Am delelelelelam de lelà
e am delelelelelam de lelà.


(Mary Poppins, parlato)
Sai si può dire anche all’inverso: dosoraliespilistifagicalirepus,
ma sarebbe un po’ esagerato, non credi?

(Bert)
Senza dubbio!

(Mary Poppins)
Se tu non sai che dire non ti devi scoraggiar,
ti basta una parola e per un’ora puoi parlar.
Ma attento a usarla bene o la tua vita può cambiar!

(Vecchietto, parlato)
Per esempio...
(Mary Poppins, parlato)
Sì?
(Vecchietto)
L’ho detto un giorno a una ragazza e quella mi ha sposato.
Ed è veramente deliziosa!


(Tutti)
Eeeh, supercalifragilistichespiralidoso,
supercalifragilistichespiralidoso,
(Mary Poppins e Bert)
supercalifragilistichespiralidoso,

(Tutti)
supercalifragilistichespiralidoso.

 


Dick Van Dyke e Julie Andrews
mentre interpretano Supercalifragilistichespiralidoso 
(Mary Poppins, 1964, regia di Robert Stevenson)






“Supercalifragilistichespiralidoso” (in lingua originale: supercalifragilisticexpialidocious):
riuscite a immaginare Mary Poppins senza questa parola magica? Eppure nei libri di Pamela Lyndon Travers (nome d’arte di Helen Lyndon Goff – Maryborough, Queensland, Australia, 1899 – Londra, 1996), da cui gli studi di Walt Disney trassero il film Mary Poppins (1964), questa parola non compare mai. Dunque “Supercalifragilistichespiralidoso” fu un’idea degli sceneggiatori o di Robert e Richard Sherman, compositori della canzone del film che da questa parola prende il titolo?
All’epoca non tutti erano d’accordo: la Life Music, Ink. infatti intentò una causa contro Wonderland Music, che aveva pubblicato la canzone, per violazione del diritto d’autore. L’accusa sosteneva che i fratelli Sherman avevano plagiato due canzoni di Barney Young e Gloria Parker: Supercalafajalstickespialadojus (1949) e Supercalafajalstickespeealadojus (1951, incisa da Alan Holmes and his New Tones; fai clic sul titolo per ascoltarla) presentata a Disney. La richiesta di risarcimento ammontava a 12 milioni di dollari.
A prima vista tutto sembrerebbe chiaro, e la storia avrebbe potuto finire qui, con una condanna per i collaboratori degli studi Disney. Ma il tribunale assolse i fratelli Sherman: la difesa infatti produsse la testimonianza giurata di due cittadini di New York – Stanley Eichenbaum e Clara Colclaster – che affermarono che “varianti del termine erano conosciute ed erano state usate da loro molti anni prima del 1949”.
(Detto per inciso: la parola metteva in imbarazzo il giudice che, giudicandola poco adatta alla serietà di un’aula di tribunale, o molto più semplicemente per motivi di praticità, evitò sempre di nominarla, citandola sempre come “la parola”; decisione saggia che, o miei diletti, ho deciso di seguire anch’io – ma solo per il secondo motivo.)
La creazione della parola va dunque retrodatata: ma a quando? Almeno al 10 marzo 1931, quando compare nel Syracuse Daily Orange – rivista curata dagli studenti della Syracuse University – in un articolo (clic per vederlo) di Helen Herman, nella forma di supercaliflawjalisticexpialadoshus.
Helen Herman vi sostiene di aver messo insieme quell’espressione diversi anni prima: un’espressione che, a suo parere, “include tutte le parole che fanno parte in qualche modo della categoria del meraviglioso”.
Se questo dimostra indiscutibilmente l’esistenza della parola già nel 1931, è altrettanto indiscutibile l’autocertificazione di Helen Herman? Certamente no, e infatti qualcuno dissente; ma – ahimè – non si può certo dire super partes: Barney Young sostiene infatti di aver coniato la parola nel 1921, quando era bambino nel Massachusetts. Meno ambiziosamente i fratelli Sherman dichiarano: “Quando eravamo ragazzini alla metà degli anni ‘30, andammo a un campo estivo sui Monti Adirondack, dove venimmo a conoscenza di una parola lunghissima che era stata trasmessa in parecchie variazioni attraverso numerose generazione di bambini. La parola era stata coniata per la prima volta nel 1918, ed era considerata ancora più lunga e difficile da pronunciare di antidisestablishmentarianism... [una delle parole più lunghe della lingua inglese, n.d.r.] La parola come noi la sentimmo per la prima volta era super-cadja-flawjalistic-espealedojus. (Robert B. Sherman e Richard M. Sherman, Walt’s Time: From Before to Beyond)
Fu dunque un anonimo ragazzino a inventare la parola? Ma benedetto ragazzo, perché non ti sei fatto vivo? Erano in palio 12 milioni di dollari!

Appendice
IL SIGNIFICATO
(Materia tecnica: astenersi perditempo)

La versione inglese di Wikipedia interpreta così la parola:
The roots of the word have been defined [by Richard Lederer in his book Crazy English] as follows: super- “above”, cali- “beauty”, fragilistic- “delicate”, expiali- “to atone”, and -docious “educable”, with the sum of these parts signifying roughly “Atoning for educability through delicate beauty.”
Wikipedia italiana traduce così:
Ecco la composizione: Super (sopra) - cali (bellezza) - fragilistic (delicato) - expiali (fare ammenda) - docious (istruibile). Quindi il significato delle sue parti sarebbe “fare ammenda per la possibilità di insegnare attraverso la delicata bellezza”.

Ora, basta confrontare la parola con le sue versioni precedenti per rendersi conto che si tratta di un’etimologia che ha la stessa serietà della parola a cui si applica: nessuna. Infatti, per es., il significato di “delicato” si può giudicare applicabile a fragilistic, ma non certo a fajalstick o a flawjalistic. Particolarmente futile appare l’interpretazione di docious = educabile, istruibile: viene fatta derivare dal latino docere = insegnare.
La realtà è molto probabilmente più banale: la parola è un nonsense. Ma un nonsense non è un semplice farfugliamento: ha degli elementi di riconoscibilità che lo rendono una parola che, pur essendo incomprensibile, ha una sua plausibilità. In questo caso, quali sono gli elementi? Se scomponiamo la parola in due tronconi, tutto diventa chiaro:
supercalifragilistic = prefisso super, che ci introduce a qualcosa di speciale; suffisso –istic (italiano: -istico), che lo qualifica come aggettivo;
expialidocious = terminazione in –ocious (italiano: -oce), tipica di aggettivi come “atroce” e “precoce”. (In questo caso la versione italiana col suffisso -oso è ancora più efficace di quella originale.)
Supercalifragilisticexpialidocious ci suggerisce dunque come qualcosa di non ben definito, ma senza dubbio speciale, anzi molto speciale, visto che per “definirlo” ha bisogno di due aggettivi, anzi: di un aggettivo siamese!

 

SITI INTERNET:
Fonti consultate, dove potete approfondire l’argomento:

http://www.straightdope.com/columns/read/2025/is-supercalifragilisticexpialidocious-a-real-word-referring-to-irish-hookers Pagina di THE STRAIGHT DOPE – Fighting Ignorance Since 1973 (It’s taking longer than we thougt) (in inglese).

http://www.visualthesaurus.com/cm/wordroutes/tracking-down-the-roots-of-a-super-word/ http://www.vocabulary.com/articles/wordroutes/tracking-down-the-roots-of-a-super-word/ Articolo di Ben Zimmer (con un errore di stampa: scrive Supercalafajalstickespialadojus anziché Supercalafajalstickespeealadojus anche per la canzone del 1951).

http://www.stupidquestionsanswered.com/answered/Supercalafajalistickespeealadojus.htm Cronologia sintetica della vicenda giudiziaria.

http://languagemagazine.com/?page_id=3064 
Pagina di LANGUAGE MAGAZINE con un articolo di Richard Lederer sulle parole inglesi particolarmente lunghe, con l’“etimologia” di supercalifragilisticexpialidocious.

 

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mercoledì 7 maggio 2014

FARE UNA FILASTROCCA – 9

PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA 
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE


USARE I FALSI ACCRESCITIVI, ECC.
FILASTROCCA DEL MATTO MATTONE 


Si tratta di:
1 – trovare due parole di cui una costituisca il falso accrescitivo, diminutivo, vezzeggiativo o peggiorativo dell’altra;
2 – escogitare una storia che crei un legame, inaspettato ma logico, fra le due parole.
Un esempio:

FILASTROCCA DEL MATTO MATTONE
 

Se il tuo mulo lì è rimasto,
non intende più ragione,
per trainar non basta il basto:
qui ci vuole un bel bastone.
 

Se la rapa poco costa
non è cara, ma è carina;
ma se il prezzo è una batosta
si riduce a una rapina.
 

Tanti botti insieme abbino,
ma vien solo confusione,
ed invece del bottino
mi rimane un sol bottone.
 

La mia gatta è tutta matta,
ma è un po’ meno birichina
quando, stando quatta quatta,
fa le fusa, la mattina.
 

Mentre fai la colazione
troppo sonno hai la mattina:
cerchi il latte, pasticcione,
ma non sta nella lattina!

E se bere vuoi del vino
stai attento, sventatello,
per trovarlo cerca il tino,
che non sta dentro al tinello!
 

Se non amano il tuo canto
non ti devi fare un cruccio,
perché intinto nel vinsanto
consolarti può un cantuccio.
 

C’è una foca assai viziosa,
non c’è niente che le piaccia;
gode sol per una cosa:
stare insieme a una focaccia.
 

Una mina è cosa brutta,
è una cosa che mi agghiaccia:
se vogliamo dirla tutta,
più che altro è una minaccia.
 

Sebastiano è proprio matto,
certo un gran simpaticone;
ma se esagera ecco fatto
che diventa un gran mattone.

            (Per fermare il pazzerello
            ci vorrebbe un matterello.)

Filastrocca del matto mattone
fa parte della raccolta
FILASTROCCHE DEL MATTO MATTONE 
Sarnus editore, 2012.


Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche: 

FARE UNA FILASTROCCA – 1
FARE UNA FILASTROCCA – 2
FARE UNA FILASTROCCA – 3
FARE UNA FILASTROCCA – 4
FARE UNA FILASTROCCA – 5
FARE UNA FILASTROCCA – 6
FARE UNA FILASTROCCA – 7
FARE UNA FILASTROCCA – 8
FARE UNA FILASTROCCA – 10
FARE UNA FILASTROCCA – 12 
FARE UNA FILASTROCCA – 13

 
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martedì 8 aprile 2014

Parole misteriose: IN-A-GADDA-DA-VIDA



IRON BUTTERFLY
(copertina del long playing In-A-Gadda-da-Vida


In-A-Gadda-Da-Vida (clic per ascoltarlo) è un classico della musica rock, composto ed eseguito dagli Iron Butterfly e pubblicato nel 1968 nell’album a cui dà il titolo. Secondo una tendenza tipica dell’epoca, volta a superare la struttura classica della canzone, il brano dura 17 minuti e occupa tutta una facciata del disco. Mi impressionò molto quando lo ascoltai – erano i primi anni del liceo – e ancora adesso che i miei gusti si sono fatti più raffinati (non troppo, tranquillizzatevi) non mi dispiace riascoltarlo.

Cosa significa In-A-Gadda-Da-Vida? La locuzione evoca civiltà perdute, religioni antichissime, miti primordiali, formule magiche... In realtà la sua origine è molto più terra terra: si tratta semplicemente della corruzione di In the Garden of Eden (= Nel Giardino dell’Eden); ma su come questo sia avvenuto abbiamo più versioni.
– Versione ufficiosa: la versione che viene di solito riportata sostiene che a un certo punto, durante le sedute di prova e di registrazione del pezzo, il cantante Doug Indle, ubriaco, farfugliò le parole con cui la canzone iniziava, dando così origine al titolo definitivo.
– Versione ufficiale 1 (dalle note del CD The best of): il batterista Ron Bushy, che stava ascoltando il pezzo con le cuffie, non intese bene il titolo che Doug Idle gli dettava.
– Versione ufficale 2 (dalle note dell’album ripubblicato, 1995): Doug Idle, ubriaco o drogato – o tutti e due – biascicò il titolo a Ron Bushy, che lo trascrisse come lo intese.
A questo punto, a proposito delle versioni ufficiali, avrei alcune domande da fare ai signori Iron Butterfly:
– Ron, il tuo amico ti sta dettando un titolo e tu non ti levi le cuffie? –
– Ron, il tuo amico sta farfugliando e tu non gli chiedi di ripetere? Non potevi chiedergli di fare lo spelling? –
– Ron, come hai fatto a equivocare sul titolo? Non lo avevi sentito cantare fino alla noia durante le prove? –
– Doug, perché hai dettato il titolo a Ron? Non sai scrivere? –
Insomma: se Ron non era ancora più “fatto” di Doug, la versione più probabile appare quella ufficiosa: un incidente di percorso, un errore creativo che trasformò una frase normale in fonemi misteriosi ed evocativi (anche grazie a quel vida, che in spagnolo significa “vita”).

Possiamo trovare una morale in tutto ciò? Non una, ma due:
1 – lasciare la briglia sciolta alla propria lingua è una buona tecnica creativa; ma non occorre ubriacarsi e – ricordatelo – gli esperimenti è meglio farli da soli, nel segreto della propria cameretta;
2 – se non capite un americano quando parla, non mortificatevi: qualche volta succede anche a loro.

SITI INTERNET:
Fonte consultata, dove potete approfondire l’argomento:
Pagina di Wikipedia su In-A-Gadda-Da-Vida (in inglese).

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giovedì 20 marzo 2014

Canzoni proibite: ENZO JANNACCI, COCHI E RENATO, ovvero HO SOFFRITO PER TE


AVVERTENZA:
Il testo che si presenta, per i suoi contenuti, potrebbe causare insicurezza e turbamento in menti giovani e non ancora formate. Se ne consiglia pertanto la lettura solo a un pubblico adulto e che abbia adempiuto l’obbligo di istruzione.

 

HO SOFFRITO PER TE (1966) (clic per ascoltare la canzone)
(Jannacci, Ponzoni, Pozzetto, Marchesi)
cantano: Cochi e Renato)
(versione originale)

T’ho vista che era sera
davanti a un cinemà:
sembravi proprio vera,
son stato lì a guardar.

T’ho scritto un bigliettino

per dirti del mio amor:
risposta mai non giunse,

capir non so il perché.

Ho soffrito perché

non s’è capito niente.
(Niente)
Ho soffrito perché
adesso un’altra c’è,
adesso un’altra c’è.

T’ho vista un’altra sera:
correvi dietro a un tram,
(28)
correvi troppo forte,

son stato lì a guardar.
 

Ho chiesto a mio cugino
(Aristide)
di scriverti per me:
risposta mai non giunse,
qualche difficoltà.

Ho soffrito perché

non s’è capito niente,
(Niente)
ho soffrito perché
adesso un’altra c’è,
adesso un’altra c’è

Ho soffrito per te,
ma ti perdonerebbi;
ho soffrito per te
che ti hai prenduto me,
che ti hai prenduto me.

Ho soffrito tanto,
ho soffrito moltissimo che non mi ricordo neanche più.
Non farmi più soffriggere.

 

HO SOFFRITO PER TE (clic per vedere l’esibizione televisiva)
(cantano: Cochi e Renato)
(versione tv: Quelli della domenica, 1968)

Non s’è capito niente,

(Proprio niente!)
un tragico equilibrio
(Bilico!)
Ma se tu avrebbi avuto
(Sì...)
un po’ di fede in me
(stesso!)
tu mi comprenderesti
(Sì...)
tu mi comprenderesti
(E allora?)
e allora si salvasse
l’amore mio per te

Ho soffrito perché

non s’è capito niente,
(Niente)
ho soffrito perché
adesso un altra c’è,
adesso un’altra c’è.

Ma se vorrebbi avermi

ancor come una volta,
(Hully gully)
dille che più non venghi
(Hully gully)
e che magari pianghi
(Hully gully)

Dille che se ne vadi,

(Vadi via!)
dille che vadi via,
(Hully gully)
che favi una pazzia
(Hully gully)
e che non venghi più.

Ho soffrito perché

non s’è capito niente,
(Niente)
ho soffrito perché
adesso un altra c’è,
adesso un’altra c’è.

Ho soffrito per te,
ma ti perdonerebbi,
ho soffrito per te
che ti hai prenduto me,
che ti hai prenduto me.

Ho soffrito tanto che non mi ricordo neanche più:
non farmi più soffriggere!





VINCENZO detto ENZO JANNACCI
 Milano, 1935 – ivi, 2013)
fra
AURELIO (detto COCHI) PONZONI
(1941)
(alla sua destra) e
RENATO POZZETTO
(1940)
(alla sua sinistra)


Frequentavo la seconda media quando la RAI – era il pomeriggio di domenica 21 gennaio 1968 – trasmise la prima puntata di Quelli della domenica: uno strano programma, che sovvertiva le regole dell’intrattenimento televisivo. Era condotto da un presentatore sempre imbronciato, che trattava male il pubblico e raccontava strane storie di disavventure impiegatizie; vi partecipavano due ragazzotti che proponevano scenette dal vago sapore surreale e canzoni nonsense. Non mi facevano proprio ridere.
Mi divertivano solo Ric e Gian: una coppia collaudata di comici che proponeva sketch tradizionali. Mi ci son volute diverse puntate per abituarmi e cominciare ad apprezzare quella nuova comicità: non si può dire certo che si sia trattato di amore a prima vista (e nemmeno a seconda e a terza): ma è un amore che dura ancora.
Il presentatore si chiamava Paolo Villaggio, i ragazzotti Cochi e Renato: era la prima volta che comparivano in televisione. Provenivano – ma questo l’ho scoperto solo molti anni dopo – dal Derby Club: un locale fondato a Milano da Gianni e Angela Bongiovanni, nato come ristorante (Gi-Go, 1959) per poi trasformarsi in un locale di musica e cabaret (chiamandosi inizialmente Intra’s Derby Club, 1962, dal nome del jazzista Enrico Intra e per la vicinanza all’ippodromo di San Siro). Avrebbe chiuso nel 1985, passando idealmente il testimone allo Zelig (aperto subito dopo, il 12 maggio 1986). Il Derby fu la palestra di tanti comici e cantautori italiani (per maggiori informazioni, fai clic qui).

Ma torniamo alla trasmissione: alla composizione delle canzoni di Cochi e Renato collaborava Enzo Jannacci – ma nemmeno quello sapevo allora –.
Fu così anche per Ho soffrito per te: una canzone che contestava anarchicamente la grammatica, e il cui testo fu poi riscritto, diventando ancora più nonsense e più sgrammaticato (è quest’ultimo quello utilizzato in Quelli della domenica). 
Gli errori, che riguardano la coniugazione dei verbi, nella prima versione non sono molti:
– un condizionale: (io) ti perdonerebbi anziché “ti perdonerei”, per analogia con “(egli) ti perdonerebbe”;
– due participi passati: “soffrire→soffrito” anziché “sofferto” (per analogia con “capire→capito”), “prendere→prenduto” anziché “preso” (per analogia con “vendere→venduto”).
Ma la chicca sta nel parlato finale, dove da un errore di primo grado ne nasce uno di secondo grado: se “soffrire” genera “soffrito”, con processo inverso “soffrit(t)o” viene fatto risalire a un originario “soffriggere”!
Nella versione televisiva gli errori sono molti di più; si aggiungono:
– inversioni congiuntivo condizionale, che per soprammercato vengono coniugati in modo scorretto: “e allora si salvasse”, “Ma se vorrebbi avermi”;
– ma soprattutto i congiuntivi sbagliati che stavano, per opera di Paolo Villaggio, diventando il marchio di fabbrica linguistico del mondo aziendale di Fantozzi: “venghi”, “pianghi”, “vadi” (a cui si aggiunge il più esotico “che favi una pazzia”).
La fantasia aveva già preso il potere ed era vietato vietare: non era ancora maggio, si era solo in gennaio, ma il mitico ’68 era già cominciato. E io, ahimè, non me ne ero accorto. 

LETTURE CONSIGLIATE
Cochi e Renato, Due brave persone, Milano, Rizzoli, 1975 (BUR: 1983).
Fuori commerico, è reperibile sul mercato antiquario (eBay, Maremagnum, Amazon, ecc.). 


SITI INTERNET:
Fonti consultate, dove potete approfondire l’argomento:
http://it.wikipedia.org/wiki/Cochi_e_Renato 
Pagina di Wikipedia su Cochi e Renato.
http://it.wikipedia.org/wiki/Derby_Club 
Pagina di Wikipedia sul Derby Club.

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