lunedì 27 gennaio 2014

USATO SICURO



Il mio libro più venduto è Ha chiamato la cacchina... perché arriva domattina! Il prezzo di copertina è di 4,50 euro, però lo potete acquistare dall'editore (clic) a 3,82 euro e su Amazon (clic) o su IBS (clic) a 3,83 euro.
Ma se siete amanti del modernariato, potete rivolgervi al mercato dell'usato. Ecco allora un'offerta di Amazon, proveniente dal Canada (clic): il mio libro a 50,77 euro (diconsi cinquanta virgola settantasette) (+ 2,40 di spedizione): IMPERDIBILE!

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giovedì 23 gennaio 2014

FARE UNA FILASTROCCA – 8



PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE




USARE I DOPPI SENSI
IL BERSAGLIERE e RIFIUTI E SCARTI


Si tratta di:
1 – trovare una parola dal doppio significato (o due parole omofone);
2 – escogitare una storia che crei un legame, inaspettato ma logico, fra i due significati.
Ecco un esempio semplice, basato sulla constatazione che lestofante può essere diviso in due, generando un fante lesto:

IL BERSAGLIERE

Va di corsa il bersagliere,
perché questo è il suo mestiere;
non gli va di camminare
come ogni altro militare.
Ma sta’ attento, è importante:
non chiamarlo lesto fante.

Ed ecco un esempio più elaborato, basato su due constatazioni:
a – rifiutare significa non accettare, ma può anche stare per fiutare di nuovo;
b – scartare significa eliminare, ma può stare anche per aprire l’incarto di un regalo:

RIFIUTI E SCARTI

Del tabacco da starnuto?
Non lo scarto e lo rifiuto.
Un regalo nell’incarto?
Non rifiuto ma lo scarto.


Il bersagliere e Rifiuti e scarti
fanno parte della raccolta
FILASTROCCHE DEL MATTO MATTONE
Sarnus editore, 2012.


Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche:

FARE UNA FILASTROCCA – 1
FARE UNA FILASTROCCA – 2 
FARE UNA FILASTROCCA – 3 
FARE UNA FILASTROCCA – 4
FARE UNA FILASTROCCA – 5
FARE UNA FILASTROCCA – 6
FARE UNA FILASTROCCA 7
FARE UNA FILASTROCCA – 12
FARE UNA FILASTROCCA – 13


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domenica 5 gennaio 2014

Canzoni proibite: DON BACKY ovvero HO RIMASTO


AVVERTENZA:
Il testo che si presenta, per i suoi contenuti, potrebbe causare insicurezza e turbamento in menti giovani e non ancora formate. Se ne consiglia pertanto la lettura solo a un pubblico adulto e che abbia adempiuto l’obbligo di istruzione.

HO RIMASTO (clic per sentire la canzone) 

Ancora una volta ho rimasto solo:
m’hai lasciato pure tu.
Non so perché, non so perché
nessuna ragazza poi rimane, poi rimane con me. 


Stavolta parlerò da solo,
mi dirò: “Ragazzo così non va,
lasciala in pace per carità;
quella ragazza non fa per te
e non scommettere, dai,
tanto è sicuro che perderai”. 


Ancora una volta ho rimasto solo
e da solo resterò. 


......................... (orch.) 

Ancora una volta ho rimasto solo:
m’hai lasciato pure tu.
Non so perché, non so perché
nessuna ragazza poi rimane, poi rimane con me. 


Stavolta parlerò da solo,
mi dirò “ragazzo così non va,
lasciala in pace per carità;
quella ragazza non fa per te
e non scommettere, dai,
tanto è sicuro che perderai.” 


Ancora una volta m’hai rimasto solo
e da solo resterò.


......................... (orch.)

Ancora una volta parlerò da solo,
mi dirò “ragazzo così non va,
lasciala in pace per carità;
quella ragazza non fa per te
e non scommettere, dai,
tanto è sicuro che perderai.” 


Ancora una volta ho rimasto solo:
m’hai lasciato pure tu.
ma per poco tempo solo sarò,
poi ci ricascherò.





DON BACKY
pseudonimo di
ALDO CAPONI
(Santa Croce sull’Arno, 1939)



Negli anni ’60 l’Italia era ancora un paese dal linguaggio ingessato, dove la RAI censurava canzoni come Dio è morto (1967) di Francesco Guccini (che la Radio Vaticana invece trasmetteva!).
In una RAI così bacchettona, certe parole non si potevano proprio pronunciare:
– il Parlamento non poteva avere “membri”, perché si trattava di un organismo, per così dire, asessuato;
– non si poteva dire “lassativo” (ecco che allora i pubblicitari, per Carosello, si inventano lo slogan: “Falqui: basta la parola”). 
Ecco qui (clic) come nel 1958 Ugo Zatterin riesce ad annunciare l’approvazione della legge Merlin, che chiudeva le case chiuse (notare il paradosso), senza mai nominarle (e soprattutto senza mai impappinarsi). 

Quando allora nel 1963 Don Backy scrive una canzone che, fin dal titolo, esibisce un clamoroso errore di grammatica, Celentano qualche dubbio su come possa essere accolta ce l’ha. Ecco come andarono le cose, secondo l’autore:
[Adriano Celentano:] “...Senti, Sandro [Alessandro Celentano, fratello di Adriano] ha paura che la canzone con l’errore non la comprerà nessuno...Allora ho pensato che per motivare il fatto, quando registreremo “Celentano Clan” per la TV, potremmo fare una scena di pugilato io e te e chi perde, è costretto a incidere un brano con un errore, così la cosa diventa anche promozionale, che ne dici ?”.
[Don Backy, che racconta in terza persona:] “Ti batto facile...” – rispose invaso da scariche di adrenalina positiva che gli scaturivano dalla consapevolezza dell’ottimo lavoro fatto – ....e se invece facessimo una gara di nuoto ? Ti vincerei ugualmente anche con un braccio legato dietro la schiena, ma faremo in modo che la gente creda che vinca tu...”
(Don Backy, Questa è la storia... Memorie di un Juke box, Roma, Coniglio Editore, 2007.)

E così, con questa trovata pubblicitaria (clic), la canzone fu lanciata.


POST SCRIPTUM
Lo sapete com’è nato il nome d’arte di Aldo Caponi? La prima idea, nata dalle continue infreddature del cantante, fu Cocco Bacillo (!). partendo da qui, la progressione fu questa:
COCCO BACILLO → DANIELE BACI → DAN BACI → DON FENDER → DON BACKY.
(Don Backy, Storie di Strada Beat (Memorie di un Juke box:2) (’62-’65), Roma, L’isola che c’è, 1997.) 
http://www.fansclubdonbacky.it/email-artista.htm

 

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sabato 14 dicembre 2013

ALESSANDRO MANZONI E PIERO CHIARA ovvero ADDIO MONTI (DI VENERE)





I PROMESSI SPOSI DI PIERO CHIARA
Milano, Mondadori, 1a ed., collana Passepartout, 1996.

 
La prima parte di questo post si trova qui (clic).

L’obiettivo di Piero Chiara, quando scrive la sceneggiatura dei Promessi sposi, è quello di mostrare la realtà vera, non quella filtrata – leggi deformata – dal pudico cattolicesimo dell’autore. E così i personaggi rivelano i loro vizi nascosti dietro una facciata di perbenismo. Nascosti? In realtà tutti sanno tutto, come succede sempre in paese. Mi riferisco ai personaggi più o meno buoni, perché, ovviamente, Don Rodrigo non ha bisogno di nascondere niente:

– Don Abbondio presta soldi a usura ed è abituale frequentatore della mensa di Don Rodrigo, del quale non disdegna le regalie;
– Perpetua è tutt’altro che brutta, sta al servizio di Don Abbondio anche se non ha neppure quarant’anni, come è prescritto dai Sinodi Diocesani (Fra Cristoforo), ed è la sua amante;
– Lucia, ragazza molto chiacchierata e dalle forme esuberanti, se la fa di nascosto con Don Rodrigo e – udite udite! – con fra Cristoforo, ci prova con l’Innominato, ed è rassegnata a sposare quel tanghero di Renzo perché – come le dice fra Cristoforo – un San Giuseppe ci vuole; finisce con lo sposare Don Ferrante rimasto vedovo, dandogli un figlio chiamato lui pure Cristoforo (dunque figlio del frate? Il dubbio rimane);
– Agnese approva le relazione clandestine di Lucia, per motivi venali: per lei vanno ugualmente bene O i marenghi [di Don Rodrigo] o la protezione del convento... che in fondo vale come i marenghi, perché ci si mangia e ci si beve;
– Renzo, giovanotto dall’aria lievemente intronata, durante la rivolta del pane non si fa scrupoli a rubare un sacchetto di monete e a passare la notte con una prostituta; con Lucia ci prova, ma quando gli [sic] infila una mano nel seno [Lucia] gli dà una botta sul braccio (perché Lucia ci sta con tutti, ma, da ragazza seria, non col futuro marito!);
– Fra Cristoforo, prima di farsi frate, ha ucciso un uomo, ma per una questione di donne, non certo di precedenza;
– la Monaca di Monza continua la sua relazione illecita senza rimorsi o tormenti, con la connivenza di alcune sue consorelle, e manifesta pure tendenze lesbiche: ([Vedendo Lucia] [...] Le si accosta, le fa una leggera carezza sul volto, poi sfiorandole con le dita un seno, le sussurra con aria equivoca) Quanto sei bella! Sfido io, che tutti ti vogliono;
– l’Innominato non si converte e non libera Lucia per intima convinzione, ma per fare di necessità virtù: non riuscendo a possedere la disponibile Lucia, a causa della sua impotenza, decide di trarre partito dalla sua irrimediabile vecchiaia convertendosi e consegnandola al Cardinale Federico Borromeo.

Lo spunto di partenza – mi sembra indubitabile – viene dai Promessi sposi di Guido da Verona (di cui parlo qui e qui). Ma la sceneggiatura di Chiara (perché non di romanzo, ma di sceneggiatura si tratta, per un film che non si fece mai), al contrario del romanzo daveroniano, non è una parodia: il registro narrativo è quello realistico, tipico di Chiara, e perciò mancano le trovate surreali e i giochi di parole tipici di Guido Da Verona.

Di giochi di parole ne infatti ho trovati solo tre:
– uno chiaramente voluto:
Fra Cristoforo: In quanto a te, Renzo, se ti avessero trovato, ti avrebbero fatto un tal soprabito di botte da restar sciancrato per tutta la vita. (pag. 93) dove si gioca sull’affinità sciancato/sciancrato (restringimento dell’abito in vita);
– uno probabilmente involontario:
Fra Cristoforo (al servo di Don Rodrigo che si offre di fare la spia, e che non è certo un “bravo”): Bravo, non mancate di venir domani. (pag. 75);
– e un’allusione a Carosello (Il signore sì che se ne intende!, diceva il cameriere al cliente che ordinava un brandy Stock 84):
Don Rodrigo (riferendosi a fra Cristoforo): Il padre sì che se ne intende! (pag. 67);

Chiara non ama giocare con le parole, ma è uno degli scrittori italiani più attenti alla scelta dei nomi propri. Insoddisfatto delle scelte manzoniane, muta perciò quelli dei personaggi, rendendoli più tipicamente lombardi:
– Renzo Tramaglino (quel cognome con finale in o non è lombardo, ma ligure o piemontese, P. Ch.) diventa un lombardissimo Renzo Brambilla;
– Lucia Mondella (= castagna arrostita) diventa una più perspicua, per il pubblico italiano non lombardo, Lucia Castagna;
– L’Azzeccagarbugli perde il suo soprannome per diventare il dottor Gilardoni, ma gli viene affiancato un altro avvocato, il dottor Rusconi, che porta un soprannome ben più imbarazzante: il Rugamerda (= rimesta merda);
– infine, la serva di Don Rodrigo viene chiamata Bernarda, per poter creare una battuta a doppio senso che alluda all’ossessione erotica del padrone:
Don Rodrigo: Bernarda, Bernarda, ma dov’è la Bernarda? (pag. 106).
Con Don Rodrigo, poveretto, Chiara si diverte proprio, perché gli affibbia il cognome di Sandoval y Royas. Ora, in Spagna il secondo cognome è, tuttora e per i nobili come per la gente comune, quello della madre; ma la roia, in Lombardia come in Veneto, è quell’essere che perde la “T” ma non il vizio: sempre troia rimane. Dunque Don Rodrigo è, anche anagraficamente, un figlio di puttana.
La prostituta con cui Renzo giace a Milano si chiama la Schiscianûs (= schiaccianoci): perché è una rompiballe o, più probabilmente, perché i testicoli del cliente, con quel che avanza, li prende nella morsa delle gambe?
Lo scrupolo di realismo si estende alle figure ispirate a persone realmente esistite, che riacquistano il loro vero nome:
– Gertrude, la Monaca di Monza, ritorna (con una imprecisione) Virginia De Leyda (nome esatto: Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino) e il suo amante Egidio ridiventa il Conte Giampaolo Osio;
– l’Innominato viene finalmente nominato riacquistando il suo (probabile) nome: è Bernardino Visconti (un antenato del Manzoni, per parte di madre: capito perché non lo voleva nominare?).

L’ossessione di tutti è il sesso. E se nella storia i giochi di parole latitano, i doppi sensi invece non mancano certo. Oltre al già citato:
– Don Rodrigo: Bernarda, Bernarda, ma dov’è la Bernarda? (pag. 106);
troviamo:
– Fra Cristoforo: Noi cappuccini siam come il mare, che entra in tutti i buchi... (pag. 36)
– Fra Cristoforo incontra Lucia sotto gli occhi di una statua di San Giuseppe colla verga fiorita. (pag. 38)
– Dottor Gilardoni: Ma io credo che [fra Cristoforo] abbia voluto cavarsi dall’impiccio di proferire una sentenza che in cuor suo forse, da quel conoscitore... del Tasso che dev’essere, aveva gà dato da un bel pezzo. (pag. 69) (Un’esitazione che fa supporre che stesse per dire conoscitore del c...)
– Fra Cristoforo: Povero Renzo! Credi pure, che io so mettermi nei tuoi panni... (pag. 76)
– La Schiscianûs (agli sbirri che la palpano e le scostano la vestaglia): Ohé! Giò le man dal banc! (pag. 134)
– Lucia, al bravo che le guarda sfacciatamente nella scollatura: Cosa c’è da guardare?
Bravo: Ce ne sarebbe, da guardare! (pag. 170)

Perfino quando si discute di letteratura il discorso cade sul sesso: quando fra Cristoforo arriva al palazzo di Don Rodrigo, gli amici a pranzo stanno discutendo se i versi della Gerusalemme Liberata

Una intanto drizzossi e le mammelle,
e tutto ciò che più la vista alletti,
mostrò dal seno in suso aperto al cielo,
e ‘l lago a l’altre membra era un bel velo.

E dolce di battaglia il letto
siavi, e l’erbetta morbida de’ prati.

dimostrino che il Tasso delle donne aveva esperienza, o se invece era un inconcludente, un mollaccione, che le mani sulla polpa non le mette mai. (pag. 66)

Il manzoniano, celeberrimo Addio monti, di Lucia al momento di imbarcarsi per lasciare il paese natio, viene sostituito da uno sconsolato addio ai “sogni di gloria” che Renzo confida al suo arnese mentre, prima di imbarcarsi, sta facendo la pipì:

Renzo, quando si accorge che le due donne stanno liberandosi [dalla pipì] , si avvia anche lui al tronco di un salice poco lontano e a sua volta dà libero sfogo al troppo pieno della sua vescica. Durante l’operazione guarda in basso e rivolgendosi all’arnese che sta sorreggendo con la destra:
RENZO Poveretto anche tu! Credevi di avercela fatta, l’altro ieri. Eri già bell’e pronto per la sera delle nozze... e invece Don Abbondio ti ha fatto rincappucciare, con le sue storie. Poi siamo andati a Lecco, e pareva che quel Rugamerda della malora ci avesse insegnato la strada buona... ma nossignore! anche questa ci è andata male; ed ora, chissà quando... ma non aver paura: domani ti porto a Milano, e là vedrai che roba! Che donne!

Ed è una metafora sessuale, rozza ma efficace, quella che esprime – meglio di una lunga descrizione manzoniana e in un modo che al Manzoni era precluso – il sollievo di Renzo quando finalmente è riuscito a mettersi in salvo sulla sponda bergamasca dell’Adda: Renzo fa alcuni passi in salita poi si volta, guarda la riva opposta e quasi rivolgendosi a tutte le autorità costituite, civili, religiose e militari, nonché ai vari protettori e amici, esplode:
RENZO Andate tutti a dar via il culo. (pag. 149)


LETTURE CONSIGLIATE
Piero Chiara, I Promessi sposi di Piero Chiara, Milano, Mondadori, collana Passepartout, poi Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 1996. (I numeri di pagina fra parentesi, citati nel mio commento, si riferiscono a quest’ultima edizione.)
Contiene una bella introduzione di Ferruccio Parazzoli.
Il libro, fuori commercio, è reperibile sul mercato antiquario (Ebay, Maremagnum e anche Amazon).

SITI INTERNET  
Contiene una bella biografia, tratta da:
Federico Roncoroni, Piero Chiara, La vita e le opere, Varese, Nicolini, 2005.
Consultate il sito invece di cercare il libro: l’ultima copia disponibile su Ebay l’ho acquistata io.

 
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mercoledì 27 novembre 2013

ALESSANDRO MANZONI E PIERO CHIARA, ovvero I PROMESSII SPOSII – 5 – LA CHIARIFICAZIONE





PIERINO ANGELO CARMELO CHIARA

(Luino, 23 marzo 1913 – Varese, 31 dicembre 1986)

in arte

PIERO CHIARA


Si firmava Piero Chiara, ma all’anagrafe il suo vero nome era Pierino; e un vero Pierino fu: bocciato due volte (in terza elementare e in seconda ginnasio), abbandonò e riprese due volte gli studi, per conseguire, da privatista, il diploma di “licenza complementare” nel 1929 ed entrare nell’amministrazione della giustizia nel 1932, come “aiutante di cancelleria” soprannumerario, essendosi piazzato 118° nella graduatoria di 119 posti disponibili (fra i personaggi illustri, solo Totò riuscì a far di meglio – pardon, di peggio – in Destinazione Piovarolo: 850° su 850). 
Perché Piero Chiara amava la vita, non la scuola; amava le esperienze e le avventure, non gli studi: 
– le esperienze vissute personalmente: i soggiorni a Resuttano (Caltanissetta), il paese del padre; poi i quasi due anni di viaggi, in Italia e in Francia, dopo il diploma; infine, nel 1938, il progetto di partire per la Bolivia, abbandonato per via della guerra; 
– le storie degli altri, ascoltate al caffè, dove passava i pomeriggi e le serate, e in tribunale, dove incontrava la più varia umanità; 
– le storie immaginarie, che scopriva prima nei romanzi di avventura per ragazzi (Salgari, Verne) e poi nella grande narrativa italiana e straniera (da Manzoni a Zuccoli, da Fogazzaro a Pirandello, da London a Stevenson, da Melville a Dostoevskij). 
Chiara sviluppa le sue qualità di affabulatore, acquisendo presso gli amici la fama di straordinario narratore orale. E sarà, pare, proprio per le insistenze degli amici che Chiara – che si era prefigurato una carriera letteraria da poeta – diventerà romanziere, pubblicando nel 1962 Il piatto piange. Il successo enorme e la scrittura apparentemente facile, ma in realtà accuratissima, fanno storcere il naso ad alcuni critici: Ho in circolazione quasi tre milioni di copie dei miei libri. Il che vuol dire che sono letto più dagli uomini comuni, che sono gli uomini migliori, che dagli intellettuali, che sono i peggiori. (P. Ch.) È una rivincita del Pierino che andava male a scuola, nei confronti degli “intellettuali” (quelli fra virgolette, naturalmente, non certo quelli autentici, che lo apprezzavano). 
È un narratore tradizionale: Boccaccio, Manzoni, Wilder, Tolstoj, Melville, perfino la Invernizio e un ignoto qualsiasi, preceduti e seguiti da chissà quanti altri, incominciano i loro romanzi con l’indicazione del luogo e del tempo in cui si svolgerà l’azione. Ed è una garanzia, offerta all’inizio, d’aver dei ‘fatti da raccontare’, come al vero narratore s’appartiene, e non delle introspezioni buone solo per l’autore, o peggio ancora delle acrobazie linguistiche, buone per quei lettori che temono, non orecchiandole, di passare per degli incolti. (P. Ch.) 
Avido di esperienze, curioso degli altri, insofferente delle costrizioni: Piero Chiara era un libertino, nel senso originario del termine – cioè libero pensatore – e in quello corrente – cioè assiduo frequentatore di donne –. Un libertinaggio vissuto personalmente: conduce, sono parole sue, una gran bella vita da scapolo (fu sposato, ma il matrimonio durò pochissimo); ma anche un libertinaggio vissuto per interposta persona: scrive la Vita di Gabriele D’Annunzio e, soprattutto, cura la prima edizione integrale dell’autobiografia di Giacomo Casanova. 
Chiara era un frequentatore di caffè e di tribunali, abbiamo detto: i luoghi ideali, grazie alle chiacchiere e alle denunce, per smascherare i segreti inconfessabili che si nascondevano dietro la facciata di irreprensibilità borghese dei suoi compaesani. 
L’incontro/scontro con i Promessi sposi – ambientati oltretutto a pochi chilometri da casa sua – era inevitabile: lo stridore fra il perbenismo ipocrita della realtà umana che lui conosceva bene e l’idealizzazione manzoniana non poteva sfuggire al suo sguardo scettico e ironico. E la tentazione di guardare la storia di Renzo e Lucia attraverso il buco della serratura, svelando gli inconfessabili retroscena e le miserie dei protagonisti – come aveva fatto chissà quante volte con gli amici al caffè, raccontando e ascoltando le vicende piccanti dei compaesani – era irresistibile. Un’operazione di “chiarificazione”, in tutti i sensi. Proprio quella che il Manzoni, frenato dal suo pudico cattolicesimo, non aveva saputo o potuto fare. Così scrive di lui e della sua opera Piero Chiara: Credo [...] di essermi introdotto con sufficiente aderenza nella sua pelle, cioè nel suo essere fisico e nella sua struttura psichica, che è, come dire, per estensione, nella sua anima. O, almeno, in una delle sue due anime, quella peggiore, se vogliamo, ma indubbiamente la più sua, la più naturale. Quell’altra, che si era formata con una arrampicata intellettuale e filosofica dapprima e con una scivolata religiosa poi, quella che volle, fortissimamente, esprimersi in lingua e allinearsi a un certo modello di comportamento, l’ho guardata controluce. Ho invece maneggiato quell’altra, quella che avrebbe voluto esprimersi in dialetto milanese, quella che era carica di tutte le tare, dei veleni che gli serpeggiavano nel sangue e della tristezza che aveva nel cuore. La quale, per me, è l’anima migliore, l’anima vera, anche se lo aveva riempito di pessimismo e di scetticismo

Ma passiamo all’opera. La carissima amica, tanto brava quanto schiva, che mi aveva preparato il riassunto dei Promessi Sposi di Guido Da Verona, ha acconsentito, dopo mesi di blandizie e di minacce, a fare altrettanto per quelli Piero Chiara, esigendo, come allora, di mantenere segreto il suo nome. 

Piero Chiara 
I PROMESSI SPOSI: la trama 
a cura della bella Innominata

Parte Prima 


Novembre 1628. Un prete di mezza età cammina, leggendo il breviario, su una strada di campagna, nelle vicinanze di Lecco e del lago di Como. 
A un bivio incontra due “bravi”, sgherri di Don Rodrigo, il signorotto locale. Il prete, che si chiama Don Abbondio, sa che da tipi simili possono venire solo guai, ma non ha possibilità di fuga. Il padrone li ha incaricati di vietare a Don Abbondio la celebrazione del matrimonio, previsto per l’indomani, tra due paesani, Renzo Brambilla e Lucia Castagna: si è incapricciato della ragazza, e non vuole ostacoli in quest’avventura. 
Dopo il colloquio coi due, il prete corre terrorizzato a casa, dove lo attende Perpetua, governante, cuoca, amante, e in questa occasione anche consigliera; destinata, tuttavia, a rimanere inascoltata, perché la vigliaccheria del padrone lo rende supinamente acquiescente ai desideri dei più potenti. 
Il mattino dopo Renzo si presenta presto in canonica a prendere accordi sulla cerimonia. Il curato gli fa capire in modo inequivocabile i rischi di questo matrimonio, e gli propone altre possibili candidate, ma il giovane è irremovibile, e minaccioso quasi quanto i “bravi”.Lasciato Don Abbondio, Renzo si precipita a casa di Lucia, che vive con la madre e si sta abbigliando per le nozze senza troppo entusiasmo. Furioso, chiede conto alla ragazza dei suoi rapporti con Don Rodrigo, e riceve in risposta una versione molto edulcorata degli eventi. Lucia gli fa credere di essere vittima innocente quanto riottosa delle attenzioni del nobiluomo, mentre in realtà le cose sono andate ben oltre un semplice corteggiamento, e con reciproca soddisfazione. Lei e la madre Agnese raccontano anche di aver chiesto la protezione di Padre Cristoforo, uomo attraente oltre che autorevole, anche lui estimatore ricambiato delle qualità della fanciulla e prontissimo ad assicurarle di essere capace e disposto a tener testa al signorotto per farla sposare senza pericoli con Renzo (un marito è ingombrante, ma può rivelarsi anche un utile schermo per le amicizie con ecclesiastici). 
Al momento, comunque, ad Agnese sembra più opportuno togliersi di torno l’aspirante genero, mandandolo, con quattro capponi in omaggio, da un avvocato di Lecco, tale Gilardoni. Costui, una volta compreso che il cliente non è un “bravo” in cerca di una scappatoia legale a qualche malefatta, ma l’ingenuo operaio che appare, lo esorta caldamente a sposare Lucia, dandole però piena libertà di frequentare Don Rodrigo, con prevedibili vantaggi per tutte le parti in causa. Dinanzi alla violenta reazione di Renzo, lo caccia di casa coi capponi e tutto, per non rischiare che a Don Rodrigo giunga voce di una sua ipotetica alleanza col rivale. Per strada, il giovane chiede a un passante se ci siano in città altri avvocati, e l’interpellato risponde fornendogli nome, soprannome (Rusconi detto Rugamerda) e indirizzo di un legale noto come patrocinante dei poveri. Il nuovo avvocato gli suggerisce l’inghippo del “matrimonio a sorpresa”, per cui lo sposalizio risulterebbe valido solo pronunciando le formule di rito alla presenza di un sacerdote, anche senza nessun intervento da parte di quest’ultimo. 
Esultante per il consiglio ricevuto, Renzo torna al paese a riferire ogni cosa a Lucia e Agnese. Il matrimonio a sorpresa viene progettato per l’indomani notte, con l’appoggio di Padre Cristoforo che promette intanto di recarsi al castello di Don Rodrigo per dire il fatto suo al prepotente. Il frate giunge nel bel mezzo di un allegro banchetto, al quale è costretto ad unirsi. Alla fine, rimasto solo col padrone di casa, Padre Cristoforo gli chiede inutilmente di lasciar stare Lucia. I due si separano minacciandosi l’un l’altro, ma il frate viene raggiunto da un servo di casa, che si offre di aiutarlo spiando il padrone. 
Nelle ore successive, mentre i fidanzati con Agnese e due compaesani in funzione di testimoni si recano a casa di Don Abbondio per realizzare il loro piano, Don Rodrigo ordina ai suoi bravi più fidati di rapire Lucia e portarla da lui. Entrambe le imprese falliscono. I sicari del signorotto trovano vuota la casa delle due donne e Don Abbondio, grazie a una non casuale esitazione di Lucia nel pronunciare le parole che le spettano, riesce a fuggire evitando il compimento del rito nuziale. 
A questo punto interviene Padre Cristoforo con un’altra proposta di soluzione: Agnese e la madre troveranno rifugio a Monza, in un convento di monache di cui lui conosce bene la più influente; nel frattempo Renzo dovrà raggiungere Milano, dove grazie alla raccomandazione del frate troverà lavoro e si terrà nascosto finché le cose in paese siano in qualche modo sistemate. 
Giunte al convento, le donne conoscono la monaca amica di Padre Cristoforo, chiamata da tutti la Signora. Si tratta di una nobildonna, costretta dal padre a prendere il velo nonostante la sua ripugnanza, che ha acquisito autorità nel convento e dintorni benché sul suo passato circolino voci inquietanti. La Signora sembra prendere in grande simpatia Lucia, e la sistema in una camera vicina alla sua, mentre la madre rimarrà nella foresteria. 
Più movimentate risultano le vicende di Renzo, che arriva a Milano nel mezzo di una rivolta popolare. La carestia che grava su tutta la regione ha provocato un forte aumento del prezzo del pane, e i cittadini lo imputano ai fornai disonesti e alle corrotte autorità spagnole; perciò assaltano in massa i forni e poi si dirigono, infiammati dalle proprie stesse grida, all’abitazione del Vicario del re di Spagna. Renzo, trascinato dalla folla, viene scambiato per uno dei capi della rivolta e tradito da una prostituta, che lo trattiene col miraggio di piaceri straordinari, mentre un’altra donna va a denunciarlo e conduce fino a lui gli sbirri. Arrestato e ammanettato, nel tumulto che ancora pervade le strade riesce comunque a fuggire e a uscire dalla città. 
Una volta libero, il giovane cerca e trova un modo per attraversare l’Adda lasciando il territorio di Milano, e si propone di chiedere aiuto a un parente che vive a Bergamo.

Parte Seconda 


Nel convento di Monza, Lucia viene a conoscenza dell’arresto del fidanzato. Ma i giorni tranquilli stanno per finire anche per lei. Il conte Osio, un amante della Signora, ha ricevuto da un altro nobiluomo la richiesta di fargli avere Lucia. Ne viene così concertato il rapimento, con la complicità della monaca. Costei fa uscire con un pretesto la ragazza dal convento. Lì fuori la attende una carrozza; un uomo la afferra e la fa salire con la forza, dopo di che la vettura si dirige al castello di Bernardino Visconti, un losco e potente figuro, mandante diretto del rapimento su preghiera dell’amico Don Rodrigo. Non troppo spaventata, Lucia si offre con insistenza al padrone di casa, le cui prestazioni si rivelano però fallimentari a causa dell’età avanzata. Nonostante la mortificazione, egli decide di trarre comunque vantaggio dalla situazione. Proprio quel giorno nelle vicinanze si trova il Cardinale di Milano Federico Borromeo, in visita pastorale. Il Visconti gli chiede udienza, confessa i propri delitti dichiarandosene pentito e, assolto con l’entusiastica benedizione del Cardinale, per soprammercato gli consegna Lucia, perché la ragazza possa finalmente ricongiungersi al promesso sposo; ricongiungimento del quale in realtà lei è ben poco desiderosa, dopo aver conosciuto uomini tanto più importanti e interessanti. 
Lucia trova ora ospitalità a Milano, in casa di Don Ferrante, studioso assai poco lungimirante, e della moglie Donna Prassede, infaticabile pettegola e intrigante. 

È passato un anno. Alla guerra e alla carestia si è aggiunta un’epidemia di peste che ha decimato Milano e dintorni. Vi muoiono in tanti: Donna Prassede, Padre Cristoforo, e Don Rodrigo. Renzo parte da Bergamo per cercare Lucia, che trova a Milano, sana e salva, e con in braccio un bel bambino. È – così almeno dichiara la giovane madre – figlio di Don Ferrante, che, rimasto vedovo, aveva chiesto in moglie Lucia; lei, convinta che di Renzo non avrebbe avuto più notizie e desiderosa di una buona sistemazione, aveva accettato. In conclusione, Renzo viene assunto come cocchiere dalla coppia. L’anziano Don Ferrante può far sfoggio di una moglie giovane e bella e il cocchiere, forse, ne godrà privatamente l’intimità.

Toccherebbe ora analizzare l’opera, ma direi che per oggi è meglio fermarci qui. Ne parleremo la prossima volta.  
A presto, miei diletti.

La seconda parte di questo post si trova qui (clic).