giovedì 31 marzo 2016

COLETTE ROSSELLI ovvero PRIME RIME PER SUSANNA





(Immagine tratta da Prime rime di Susanna, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2a edizione, dicembre 1967. La 1a edizione è del dicembre 1958.)


 

COLETTE ROSSELLI
nome assunto da
COLETTE CACCIAPUOTI
(Losanna, 25 maggio 1911 – Roma, 9 marzo 1996)
si notino le rose in tinta col vestito.)


Non ti piace il tuo cognome? Se sei un uomo, ahimè, te lo tieni; se sei una donna invece, ti sposi e prendi quello del marito. Ma se ti separi o divorzi? Che importa? Fai finta di niente e continui a usarlo lo stesso.
È così che Marta Vacondio è diventata e rimasta Marta Marzotto.
È così che Maria Elide Punturieri, detta Marina, è diventata e rimasta prima Marina Lante della Rovere e poi Marina Ripa di Meana.
Ed è così che la raffinata Colette Cacciapuoti, non sopportando lo scontro fra lo charme internazionale del suo nome francese e il sapore schietto del suo cognome regionale è diventata e rimasta Colette Rosselli, anche dopo essersi risposata con Indro Montanelli.

Non vi dice niente questo nome? Quando l’ho trovato, qualche tempo fa, in uno scaffale di libri usati, sulla copertina di un libro di filastrocche degli anni ’50, ho avuto un moto di sorpresa. Perché mi pareva di ricordare che Colette Rosselli fosse il vero nome – indovinate di chi? – di Donna Letizia, la maestra di buone maniere per antonomasia, che aveva dispensato i suoi consigli nella rubrica di galateo Il saper vivere prima su Grazia, dal 1953, e poi su Gente, dal 1978 al 1984. Che dire? Dalle bambine alle signore, dal bonbon al bon ton. Il libro era Prime rime per Susanna: le filastrocche erano graziose, anche se, per noi che siamo cresciuti leggendo Rodari, oggi appaiono un po’ leziose. I disegni però erano molto belli, ma nel libro non c'era traccia del nome dell’illustratore. Il motivo lo scoprii più tardi: erano della stessa autrice!

Appresi così che quello di Donna Letizia era solo uno dei volti di un personaggio poliedrico: fu scrittrice e giornalista, ma anche illustratrice e pittrice.
Di famiglia agiata e cresciuta in un ambiente internazionale, di cultura francese e di religione protestante (nacque a Losanna, da padre napoletano e madre inglese), questa signora dai modi aristocratici cominciò proprio con i libri per bambini.
Nacquero così: Il primo libro di Susanna, Il secondo libro di Susanna, Il terzo libro di Susanna (in prosa) e Prime rime per Susanna (in rima); seguirono poi altri libri per bambini.
I primi due libri, pubblicati nel 1941 e nel 1942, furono firmati col solo nome, italianizzato, di Nicoletta. Possiamo immaginare il perché: sotto il fascismo tutto doveva essere italianissimo; in quanto al cognome poi, era quello dei fratelli Rosselli (di cui il marito era cugino), che il governo fascista aveva fatto ammazzare.
La sua attività di illustratrice si estese anche all’illustrazione di libri altrui: ricordiamo, per esempio, Il cestello di Angiolo Silvio Novaro. Smise perché era sottopagata; e fu un vero peccato, perché era un’illustratrice molto brava, dal segno elegante ed espressivo.

Perché parlo di Colette Rosselli in questo blog dedicato ai giochi di parole? Perché, fra le filastrocche di Susanna ce n’è una, La giraffa Genoveffa, che è tutta giocata sulle allitterazioni basate sulla doppia “F”:

afa
sbuffa
Genoveffa
giraffa
soffia
uffa
s’arruffa
goffa
buffa
baffi
beffa

Oltretutto la filastrocca è illustrata da una bella tavola dove la povera giraffa, prostrata dal caldo, è incastrata a forza nel formato per lei troppo ridotto della pagina del libro.
Un vero pezzo di bravura, sia dal punto di vista testuale che grafico: tanto di cappello, Nicoletta; anzi: chapeau, Colette.
Un’ultima notazione: se la signora Cacciapuoti – pardon: Rosselli – firmando il libro aveva ormai potuto abbandonare il nome italiano Nicoletta per tornare al francese Colette, non altrettanto avrebbe potuto fare Genoveffa la giraffa: perché, diventando Geneviève, il suo nome sarebbe stato più charmant, ma la filastrocca non avrebbe più funzionato.


LETTURE CONSIGLIATE
Tutti i libri per bambini di Colette Rosselli sono fuori commercio. Le copie disponibili sul mercato antiquario sono care, a volte molto care, soprattutto quando si tratta di prime edizioni. Se trovate una buona occasione, vi consiglio di comprare:
Prime rime per Susanna, Milano, Mondadori Editore, 1958.
È l’unica raccolta di filastrocche di Colette Rosselli.
Il cavalier Dodipetto, Milano, Mondadori Editore, 1953.
Romanzo di piacevole lettura, dedicato alle vicissitudini di un distinto signore a cui il gatto ruba la bellissima voce tenorile.

SITI INTERNET
Pagina di Wikipedia dedicata a Colette Rosselli.
N.B.: contrariamente a quanto indicato nelle Opere, Prime rime per Susanna non è la ristampa de Il primo libro di Susanna.

domenica 28 febbraio 2016

FARE UNA FILASTROCCA – 12



PICCOLA GUIDA PRAGMATICA DELLA FANTASIA
ovvero
COME SONO NATE LE MIE FILASTROCCHE





 

USARE IL RIMARIO
LA CHIOCCIOLA

C’è chi si vergogna di usare il rimario (o di ammetterlo...): sembra che il rimario sia “un trucco” che permette anche ai meno abili di trovare una rima. Ma le rime esistono già, nella lingua italiana, prima che noi le cerchiamo: il rimario ci permette di:

1 – abbreviare i tempi;
2 – avere la certezza di aver considerato tutte le rime possibili.

Più un versificatore acquista esperienza, meno sente il bisogno di ricorrere al rimario, è vero; ma una consultazione, anche a posteriori, del rimario, permette di perfezionare, o arricchire, una composizione.

Ma il rimario può, a volte, diventare anche una fonte di ispirazione, rivelando accostamenti tra parole lontane, accomunate solo dalla rima.

Mi è successo ragionando sulla chiocciola e sulla pellicola trasparente che lascia sul suo cammino: le sequenze, trovate nel rimario,
chiocciola, gocciola
e
canicola, graticola, pellicola
hanno generato questa storia.

LA CHIOCCIOLA

Nella graticola
della canicola
lenta la chiocciola
lucida gocciola
la sua pellicola.

Non è una storia particolarmente interessante, e neanche molto credibile (una chiocciola che esce sotto la canicola è una chiocciola che sta tentando il suicidio), ma le rime sdrucciole – tecnicamente difficili (perché rare) e ritmicamente piacevoli (perché saltellanti) – rendono la filastrocca gradevole.


La chiocciola
fa parte della raccolta
Sarnus editore, aprile 2012.


Se l’argomento ti interessa, puoi leggere anche:

FARE UNA FILASTROCCA – 10
FARE UNA FILASTROCCA – 11
FARE UNA FILASTROCCA – 13


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domenica 24 gennaio 2016

CAMILLO SCROFFA ovvero IL FIDENZIO CAMILLIFILO E IL CAMILLO FIDENTICIDA

I

Voi ch’auribus arrectis auscultate
in lingua etrusca il fremito e il rumore
de’ miei sospiri pieni di stupore
forse d’intemperantia m’accusate.

Se vedeste l’eximia alta beltate
de l’acerbo lanista del mio core
non sol dareste venia al nostro errore,
ma di me havreste, ut aequum est, pietate.

Hei mihi, io veggio bene apertamente
ch’a la mia dignità non si conviene
perdutamente amare, et n’erubesco;

ma la beltà antedicta mi ritiene
con tal violentia che continuamente
opto uscir di prigion, et mai non esco.

(Camillo Scroffa, in I Cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di P. Trifone, Roma, Salerno editrice, 1981)

Voi che con le orecchie tese ascoltate in lingua toscana il fremito e il rumore dei miei sospiri, pieni di stupore forse mi accusate di intemperanza. Se vedeste l’esimia alta beltà dell’acerbo torturatore del mio cuore, non solo perdonereste il nostro errore, ma avreste di me, com’è giusto, pietà. Ahimè, vedo con chiarezza che alla mia dignità non conviene amare perdutamente, e ne arrossisco; ma la beltà anzidetta mi trattiene con violenza tale che continuamente desidero uscire dalla prigione, e non esco mai.


 
I


Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono, 

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono. 

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno; 

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

(Francesco Petrarca, in Canzoniere, a cura di R. Antonelli, G. Contini e D. Ponchiroli, Torino, Einaudi, 1968)


 
II


Ne i preteriti giorni ho compilato
un elegante et molto dotto opusculo
di cui, Camillo, a te faccio un munusculo,
ben ch’altri assai me l’habbia dimandato.

Leggilo, et se ti fia proficuo et grato,
come io so certo, fa’ ch’il tuo pettusculo,
pur troppo, hoimè, pur troppo duriusculo,
di qualche humanità sia riscaldato.

Hei, hei Fidentio, hei Fidentio misello,
che dementia t’inganna? ancora ignori
ch’il tuo Camil munusculi non cura?

Non sai ch’in vano il suo adiutorio implori,
perché è una mente in quel corpo tenello
d’una cote caucasea assai più dura?

(Camillo Scroffa, in I Cantici di Fidenzio. Con appendice di poeti fidenziani, a cura di P. Trifone, Roma, Salerno editrice, 1981)
 
Nei giorni passati ho compilato un opuscolo elegante e dottissimo che offro a te, Camillo, come piccolo dono, benché altri me l’abbiano domandato insistentemente. Leggilo, e ti sia proficuo e gradito, come io so per certo; fa’ che il tuo piccolo petto, purtroppo, ohimè, purtroppo duretto, sia riscaldato da un po’ di umanità. Ehi, ehi Fidenzio, ehi Fidenzio miserello, quale pazzia t’inganna? ignori ancora che il tuo Camillo non si cura di regalucci? Non sai che implori invano il suo aiuto, perché in quel corpo tenerello c’è una mente molto più dura di una pietra del Caucaso?




CAMILLO SCROFFA (o SCROFA)
(Vicenza 1527 o 1526 – 1565 o 1576)
(Immagine: Biblioteca Civica Bertoliana, Vicenza)


Non c’è insegnante, a Vicenza, che non sia passato per borgo Scroffa, perché è la via su cui si affaccia l’Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza (ex Provveditorato agli Studi). Tuttavia ben pochi fra loro sono consapevoli che il nome della via non rimanda a un pittoresco passato contadino fatto di salami e soppresse, ma a un nobile – nonostante il nome ignobile – letterato del Cinquecento, tanto raffinato quanto dimenticato: Camillo Scroffa.

Di lui non sappiamo quasi niente – perfino le date di nascita e morte sono incerte – e quel poco che sappiamo è errato. Infatti l’attività di giureconsulto che gli viene attribuita è dovuta – come notato recentemente da Katharina Hartmann – a un equivoco linguistico nato dalla trascrizione errata di uno scritto di Sebastiano Montecchio (o Monticoli o Monticello). Si tratta di due variazioni nel testo (lo spostamento di Iuri e la trasformazione di aut in ut) minime ma fatali: una cosa troppo bella per non condividerla con voi, miei diletti.
Ecco il testo come viene riportato da diversi studiosi:
Thomae Zanechino non absimilis est alter Thomas Scropha morum suavitate peritia iuris aequiparandus Gregorio Scrophæ legum acutissimo, interpreti tempore Scaligerorum: Quam morum & ingenij praestantiam diebus elapsis vidimus in CAMILLO SCROPHA, non illo quidem, ut alij, Iuri scientiae particulariter addicto, sed tam feliciter per literarum Latifundia vagante, praesertim per Musarum Vireta, ut voces, auresque Principum, Imperatorum oblectentur eius carminibus ad iocum compositis.
“Non è dissimile da Tommaso Zanechino [o Zanecchino] l’altro Tommaso Scroffa, meritevole di essere equiparato per l’amabilità dei suoi modi e per la sua competenza nel diritto a Gregorio Scroffa, profondo conoscitore delle leggi al tempo degli Scaligeri: eccellenza nei modi e nel talento che abbiamo visto in passato in Camillo Scroffa, non dedito come altri alla scienza del Diritto, ma vagante tanto felicemente nei territori della letteratura, soprattutto nei giardini delle Muse, al punto che le voci e le orecchie dei Principi e Imperatori furono dilettate dalle sue poesie composte per gioco.”
Ed ecco il testo originale esatto:
Thomae Zanechino non absimilis est alter Thomas Scropha, morum suavitate, & peritia † iuris aequiparandus Gregorio Scrophę legum acutissimo interpreti tempore Scaligerorum: Quam morum, & ingenij praestantiam diebus elapsis vidimus in Camillo Scropha, non illo quidem Iuri, aut alij scientiae particulariter addicto, sed tàm feliciter per literarum Latifundia vagante, pręsertim per Musarum Vireta, ut voces auresque Principum, & Imperatorum oblectentur eius carminibus ad iocum cõpositis.
“Non è dissimile da Tommaso Zanechino [o Zanecchino] l’altro Tommaso Scroffa, meritevole di essere equiparato per l’amabilità dei suoi modi e per la sua competenza nel diritto a Gregorio Scroffa, profondo conoscitore delle leggi al tempo degli Scaligeri: eccellenza nei modi e nel talento che abbiamo visto in passato in Camillo Scroffa, niente affatto dedito al Diritto o ad altra scienza, ma vagante tanto felicemente nei territori della letteratura, soprattutto nei giardini delle Muse, al punto che le voci e le orecchie dei Principi e Imperatori furono dilettate dalle sue poesie composte per gioco.”

Ma veniamo all’opera.
Il progetto culturale del Rinascimento, basato sul recupero dei valori considerati universali ed eterni della Classicità, non poteva ovviamente prescindere dallo studio del latino. Ma troppo spesso gli alti ideali che avevano ispirato tale studio si infrangevano contro la realtà di un insegnamento basato su esercizi ripetitivi e noiosi, proposti da maestri mediocri e presuntuosi. Nasce così in Italia, nel Cinquecento, la figura satirica del pedante: Il pedante, il maestro di scuola presuntuosamente fiero delle sue cognizioni e portato a parlare una lingua infarcita di latinismi, quale prodotto tardivo e scadente dell’Umanesimo fu invenzione non peregrina, e se Francesco Belo prima, poi l’Aretino nel Marescalco e altri, dal Bruno al Della Porta, fecero del pedante un personaggio di commedia, ciò avvenne per quel rispetto del vero che è uno dei migliori requisiti del teatro comico cinquecentesco. (Bonora, Il classicismo dal Bembo al Guarini)
È in questo filone satirico che si inseriscono I Cantici di Fidenzio Glottochrysio (= Lingua d’oro) Ludimagistro (= Maestro di scuola) di Camillo Scroffa: 20 componimenti poetici nei quali Fidenzio, in prima persona, ci confida le sue pene amorose. Pene amorose, si badi bene, causate da un allievo – Camillo – che rifiuta le sue profferte!

Avete notato che l’allievo ha lo stesso nome dello scrittore? L’operazione ha tutta l’aria di una vendetta postuma perpetrata da Camillo Scroffa nei confronti dei professori che lo avevano torturato, da giovane, con lo studio del latino.


Elemento immediatamente distintivo della figura cinquecentesca del pedante è l’eloquio infarcito di termini latini e di latinismi: la satira perciò si svolge anche – o meglio soprattutto – a livello linguistico.
Ma per capire fino in fondo il meccanismo dell’operazione parodistica – dello Scroffa come degli altri letterati che si presero gioco dei pedanti – è però necessario fare una premessa. I latinismi dei letterati rinascimentali appartengono quasi sempre a due categorie:
a – latinismi creati per colmare un vuoto del sistema lessicale;
b – voci preesistenti – di origine popolare o dotta – che però assumono una sfumatura di significato o di espressione differente.
Si tratta dunque di latinismi derivanti da necessità reali.
Non è così per quasi tutti i latinismi di Fidenzio: i suoi neologismi sono inutili duplicati di voci già esistenti, creati:

a – italianizzando voci latine:
cubile = letto
decentissimo = graziosissimo
devio = che è fuori dalla retta via
poculo = bevanda
testudine = lira, cetra

(È curioso il caso del verbo frequentare, a cui Fidenzio dà il significato “di seguire un corso di studi, assistere regolarmente alle lezioni”, anticipando il significato attuale, che all’epoca il verbo non aveva in italiano.)

b – abusando di prefissi e terminazioni latine (o, nel caso di -filo, greche):
-bundo: expectabundo = che sta aspettando

-cida: fidenticida = uccisore di Fidenzio
-eo: vulpeo = volpino (agg.)
-ficare: soporificare = indurre al sonno
-filo: camillifilo = innamorato di Camillo
-itudine: contitudine = informazione, notizia
-peta: sublimipeta = che tende ad altezze sublimi, eccelso
 

semi-:
semiexposito = esposto/dichiarato a metà 
semimortuo = mezzo morto, quasi spento
 

-ulo/a:
Camillulo = Camilluccio
crinulo = capelluccio
genula = gotuzza, piccola gota
gut(t)ula = gocciola
tranquillulo = un po’ tranquillo 

-usculo:
blandiusculo = alquanto allettante/adulatorio
puntusculo = puntino
verbusculo = paroletta 

Nel caso del testo dello Scroffa le citazioni latine sono ridotte al minimo, mentre invece dilagano i latinismi: ne nasce una lingua poetica estremamente artificiosa, ridicola esibizione di vacua e inutile erudizione. L’idea di trasportare la figura del pedante dalle tavole del palcoscenico ai libri di poesia avrà un successo tale da dare origine a un genere: la poesia fidenziana.

La presa in giro non si limita però solo ai contenuti: al testo esplicito dei sonetti si affianca un sottotesto parodico. Nel proemio (Voi ch’auribus arrectis auscultate) Fidenzio ricalca quasi alla lettera il proemio del Canzoniere di Petrarca, declassandone però:

a – il contenuto
Petrarca → Fidenzio 

l’amore puro per Laura → la passione immorale per Camillo

b – e il tono:
Petrarca → Fidenzio

ascoltate → auribus arrectis auscultate

il suono → il fremito e il rumore
mi vergogno → n’erubesco

La stessa citazione virgiliana (Eneide, I, 151) auribus arrectis subisce un abbassamento: nell’originale la flotta di Enea, colta da una tempesta, drizza le orecchie per ascoltare le urla di Nettuno; nel sonetto di Fidenzio le drizziamo noi per ascoltare le confidenze morbose di un adulto che concupisce un ragazzino.
La satira di Scroffa dunque, oltre a colpire esplicitamente la pedanteria, si prende implicitamente gioco dei petrarchisti a lui contemporanei, che perpetuavano pedissequamente il loro modello con un lessico antiquato e stucchevole.

Ma non finisce qui: esiste anche un sottotesto osceno.
La maggior parte dei componimenti di Fidenzio sono in versi sdruccioli; secondo Adams il verso sdrucciolo ha un sottinteso osceno, perché, nella metrica classica, corrisponde al piede dattilo: una sillaba lunga e due corte, che simboleggiano il pene e i due testicoli. Vi immagino perplessi, miei diletti, e allora vi do lo schema grafico: — ∪ ∪. È più chiaro adesso?
Prendiamo in considerazione il sonetto Ne i preteriti giorni ho compilato.
Secondo Toscan il sotottesto racconta che Fidenzio ha fatto molte esperienze “normali” e offre il suo servizio ora a Camillo, benché sia molto richiesto anche da altri. Chiese a Camillo di prendere in mano l’”opuscolo” e se gli piace, spera che anche l’organo di Camillo si “accenda”. (Katharina Hartmann)
Se queste ipotesi vi sembrano cervellotiche e azzardate, date un’occhiata ai versi 2, 3, 6, 7 e osservate le loro terminazioni: opusculo, munusculo, pettusculo, duriusculo; c’è bisogno di aggiungere altro?

E ora che abbiamo toccato – in tutti i sensi – il fondo, possiamo tornare al discorso iniziale: quando le autorità decisero di costruire il Provveditorato agli Studi di Vicenza proprio in borgo Scroffa, si rendevano conto che quella meta di pellegrinaggio, quella Mecca degli insegnanti, si sarebbe affacciata su una via dedicata al cantore di un professore pedofilo? 


SITI INTERNET 

http://www.logospoetry.org/document.php?document_id=54552&code_language=IT 
Pagina di Logos Library col testo digitalizzato dei Cantici di Fidenzio.

LETTURE CONSIGLIATE

– Hartmann, Katharina, I Cantici di Fidenzio di Camillo Scroffa e la pluralità dei mondi – Il canone classico, l’eredità del Petrarca e la tradizione giocosa, V&R unipress in Göttingen, Bonn University Press, 2013.
È lo studio più recente e approfondito sull’opera di Camillo Scroffa.

– Trifone, Pietro (a cura di), Camillo Scroffa – I Cantici di Fidenzio – con appendice di poeti fidenziani, Roma, Salerno Editrice, 1981.
Lo raccomando per le note e il glossario; purtroppo è esaurito e quasi introvabile sul mercato antiquario.

– Waquet, Françoise, Latino – L’impero di un segno (XVI-XX secolo), Milano, Feltrinelli, 2004.
A chi volesse approfondire la seconda vita del latino, come lingua morta, consiglio vivamente questo libro che ripercorre la storia culturale del latino dal Rinascimento a oggi, con dovizia di aneddoti (il che non guasta).


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martedì 5 gennaio 2016

PETER VAN WOOD ovvero TRE NUMERI AL LOTTO

TRE NUMERI AL LOTTO
(I PAPPAGALLI)

(Renato Carosone – Fiorenzo Fiorentini; matrici: 11 gennaio 1951)
(Per ascoltare la versione di Peter Van Wood, clicca qui.)
(Per ascoltare la versione di Renato Carosone, clicca qui.)

Questa mattina mi sono svegliato
di soprassalto come un bebè:
ho fatto uno sogno simpatico e strano,
ora vi spiego perché.


Ho giocato tre numeri al lotto:
venticinque, sessanta e trentotto;
pensa un po’ che successo farà
la canzone se il terno uscirà.


Ho giocato tre numeri al lotto:
venticinque, sessanta e trentotto;
li ho giocati convinto perché
li ho sognati tutti e tre.


Ho fatto un sogno
tanto tanto bello:
ero in un castello
sotto il cielo blu.
C’erano tanti,
tanti pappagalli,
rossi verdi e gialli,
che dicean così:
“Giocali, giocali,

giocali, giocali,
gio’!”

Ho giocato tre numeri al lotto:
venticinque, sessanta e trentotto;
li ho giocati convinto perché
usciranno tutti e tre!
Usciranno tutti e tre!




PETER VAN WOOD
pseudonimo di
PIETER VAN HOUTEN
(L’Aia, 19 settembre 1927 – Roma, 10 marzo 2010)


“Con quella canzone, nel 1957, presi un po’ di soldi al Lotto. Due settimane fa ho giocato di nuovo la stessa terna 25 - 60 - 38, e ho ripreso un po’ di soldini. Ma non è facile, non è che i numeri li indovini così...”. Il segreto [...] per vincere? “Non c’è una ricetta. Io ogni tanto faccio qualche sogno e magari mi alzo, mi tiro fuori dal mio sogno e vado alla scrivania: prendo nota dei numeri sognati e il mattino dopo corro a giocarli. Ma non vinco sempre”. (Luca Zanini, Van Wood: ho vinto coi numeri della canzone, Corriere della Sera, 6 aprile 1998).

Sconfortante e controproducente ammissione, quella di non vincere sempre, da parte di uno che aveva fatto dell’astrologia il suo secondo lavoro, curando rubriche di oroscopi per giornali e riviste. Proprio in veste di astrologo aveva da poco partecipato all’edizione 1996-1997 del programma televisivo Quelli che il calcio, condotto su Rai Due da Fabio Fazio. Ma anche in quell’occasione non era stato molto fortunato: i suoi frequenti pronostici sbagliati avevano dato origine a un suo alter ego, la sagoma di cartone di un gufo, chiamato Van Goof (pronunciato all’inglese: Van Guf), con cui veniva messo in competizione: a ogni puntata, i pronostici esatti davano punti a Van Wood e i pronostici errati li davano a Van Goof.

Tre numeri al lotto è una canzoncina tipica dell’epoca, nella quale il testo è solo un pretesto per cantare un motivetto allegro e ritmato.

La passione per il gioco era condivisa dagli autori della canzone? A chi è venuta l’idea iniziale? A Renato Carosone, che essendo napoletano conosceva certamente la Smorfia? O a Fiorenzo Fiorentini? Non lo so, ma un’ipotesi ce l’avrei: sospetto che l’idea iniziale sia scaturita da un fatto squisitamente tecnico, legato al metodo di lavoro dei parolieri.

Il compositore, quando ha creato un brano musicale, ne consegna al paroliere una registrazione – ovviamente strumentale – contenente soltanto la linea melodica. Il paroliere, per familiarizzarsi col motivo, ha bisogno di cominciare subito a cantarla; per questo crea un testo provvisorio, convenzionale: un testo fatto semplicemente di numeri, scelti in modo da rispettare i tempi forti e quelli deboli delle frasi musicali (in poesia diremmo gli accenti).

Ecco un esempio, tratto da Consigli a un giovane scrittore, di Vincenzo Cerami (Milano, Garzanti, nuova edizione ampliata, 2002):

Azzurro
(testo: Vito Pallavicini; musica: Paolo Conte)

Strofa:
20-40-37 Cerco l’estate tutto l’anno
47-43 (o 40-7-43) e all’improvviso eccola qua.
20-40-37 Lei è partita per le spiagge
47-43 (o 40-7-43) e sono solo quassù in città,
20-40-37 sento fischiare sopra ai tetti
47-43 (o 40-7-43) un aeroplano che se ne va.

Refrain:

60 Azzurro
47-48 il pomeriggio è troppo azzurro,
20-3-3 e lungo per me,
60 mi accorgo
47-48 di non avere più risorse
20-3-3 senza di te,
60 e allora
47-48 io quasi quasi prendo il treno
20-43 e vengo, vengo da te,
60-47 ma il treno dei desideri,
47-48-3 nei miei pensieri all’incontrario va.

Naturalmente poi i numeri saranno sostituiti dal testo definitivo... Ma perché non mantenerli, facendoli diventare una giocata del lotto? Ecco, io sospetto che sia andata proprio così: che cioè Fiorenzo Fiorentini, sollecitato dal ripetersi di questa terna di numeri – 25-60-38 –, abbia pensato, spinto anche dalla rima in –otto, a un terno da giocare al lotto. In questo modo un mero espediente tecnico si sarebbe trasformato in un’idea creativa.

Nel caso della nostra canzone, i numeri potrebbero essere stati questi:

25-60-38 (o 20-5-60-38) Ho giocato tre numeri al lotto:
25-60-38 (o 20-5-60-38) venticinque, sessanta e trentotto;
25-60-3-3 (o 20-5-60-3-3) pensa un po’ che successo farà
25-60-3-3 (o 20-5-60-3-3) la canzone se il terno uscirà.


25-60-38 (o 20-5-60-38) Ho giocato tre numeri al lotto:
25-60-38 (o 20-5-60-38) venticinque, sessanta e trentotto;
25-60-3-3 (o 20-5-60-3-3) li ho giocati convinto perché
25-33 (o 20-5-33) li ho sognati tutti e tre.


A Fiorentini sarebbe venuta lo stesso l’idea se, invece di 38, avesse usato un altro numero, che non rimasse con lotto? Credo di no. Ma vediamo un po’: 38 è un trisillabo piano; quanti e quali sono i numeri trisillabi piani? 18, 28, 38, 21 e 31; le rime in –otto su 3 su 5, il 60 %: le probabilità giocavano a suo favore.

Che numeri possiamo ricavare da questo post?
Ho consultato la Smorfia per voi, miei diletti, e ne ho ricavato:

l’aucelluzz (l’uccellino): 35
’e denare (il denaro): 46
’a museca (la musica): 55

Da giocare su che ruota? Ma quella dell’Aia, naturalmente!
Ah, dite che non esiste? Beh, forse è meglio così! 


SITI INTERNET
https://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Van_Wood 
Pagina di Wikipedia su Peter van Wood.

http://www.ildiscobolo.net/VAN%20WOOD%20PETER%20HOME.htm 
Discografia e breve biografia di Peter Van Wood.

http://archiviostorico.corriere.it/1998/aprile/06/Van_Wood_vinto_coi_numeri_co_0_9804062681.shtml 
Intervista del Corriere della Sera a Peter Van Wood (6 aprile 1998).

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domenica 15 novembre 2015

LO ZECCHINO D’ORO: IL COCCODRILLO COME FA? ovvero PARTIRE DA UN’IDEA


A commentare i canti di Dante si sono messi in tanti; a commentare le canzoni dello Zecchino d’Oro non si è messo nessuno: tranquilli, ci penso io.

Oggi tocca a:

IL COCCODRILLO COME FA?
Testo: Oscar Avogadro – Musica: Pino Massara

Cantano: Carlo Andrea Masciadri (il bambino grande) e Gabriele Patriarca (il bambino piccolo)
36° Zecchino d’Oro, 1993.



Bambino grande:
Oggi tutti insieme
cercheremo di imparare
come fanno per parlare
tra di loro gli animali.


Bambino grande:

Come fa il cane?
Bambino piccolo:
Bau! Bau!
Bambino grande:

E il gatto?
Bambino piccolo:
Miao!
Bambino grande:

L’asinello?
Bambino piccolo:
Ih oh! Ih oh!
Bambino grande:

La mucca?
Bambino piccolo:
Muuu!
Bambino grande:

La rana?
Bambino piccolo:
Cra! Cra!
Bambino grande:

La pecora?
Bambino piccolo:
Beee!
Bambino grande:

E il coccodrillo?
Bambino piccolo:
... (Apre la bocca ma non emette suoni)
Bambino grande:
E il coccodrillo? 
Coro:
Boh!

Bambino piccolo:
Il coccodrillo come fa?
Non c’è nessuno che lo sa.
Si dice mangi troppo,
non metta mai il cappotto,
che con i denti punga,
che molto spesso pianga.


Bambino grande:
Però quand’è tranquillo
come fa ’sto coccodrillo?


Bambino piccolo:
Il coccodrillo come fa?
Non c’è nessuno che lo sa.
Si arrabbia ma non strilla,
sorseggia camomilla
e mezzo addormentato se ne va.
 

Bambino grande:
Guardo sui giornali,
non c’è scritto niente:
sembra che il problema
non importi alla gente.
Ma se per caso al mondo
c’è qualcuno che lo sa,
la mia domanda
è ancora questa qua:

il coccodrillo come fa?

Bambino piccolo:
Non c’è nessuno che lo sa.
Si dice mangi troppo,
non metta mai il cappotto,
che con i denti punga,
che molto spesso pianga.


Bambino grande:
Però quand’è tranquillo
come fa ’sto coccodrillo?


Bambino piccolo:
Il coccodrillo come fa?
Non c’è nessuno che lo sa.
Si arrabbia ma non strilla,
sorseggia camomilla
e mezzo addormentato se ne va.


Bambino grande:
Adesso ripetiamo,
se vogliamo ricordare,
come fanno per parlare
fra di loro gli animali.
Come fa il cane?


[...]

e mezzo addormentato se ne va. 

Bambino grande:
Avete capito
come fa il coccodrillo?
 


Bambino piccolo:
Lui mezzo addormentato se ne va!

(Ascolta e guarda la versione dal vivo di Carlo Andrea Masciadri e Gabriele Patriarca cliccando qui) 
(Ascolta e guarda la versione de I Cartoni dello Zecchino d’Oro vol. 4 cliccando qui


Il coccodrillo come fa?
libro + CD, Roma, Gallucci editore, 2007,
disegni di Giorgio Cavazzano.

Tutti conoscono la canzone Nella vecchia fattoria, e tutti conoscono i versi degli animali. Sicuri? E il coccodrillo come fa? Qui sta l’idea (che invidio a Oscar Avogadro) della canzone. Ma per scrivere una canzone non basta un’idea: ci vuole una storia. Allora, che fare?

Avogadro aveva due strade:

1 – procedere per associazione di idee;

2 – cercare
a – rime o
b – assonanze/consonanze
e vedere cosa se ne poteva ricavare.

Vediamo cosa ne è uscito:
1 – “lacrime di coccodrillo” (il coccodrillo mangia troppo e poi piange).

C’è qualche altra associazione possibile? No. Pazienza, passiamo al punto 2, cercando rime o assonanze/consonanze con coccodrillo, troppo, piange:

2a – coccodrillo: tranquillo (tranquillo? come il torero Camomillo! → camomilla: strilla)
→ Però quand’è tranquillo
come fa ’sto coccodrillo?

→ Si arrabbia ma non strilla,
sorseggia camomilla


2b – mangia troppo: cappotto
→ Si dice mangi troppo,
non metta mai il cappotto,
piange: punge
→ che con i denti punga,
che molto spesso pianga.


Tutto qua? Tutto qua. Però, che invidia!


SITI INTERNET:

http://it.wikipedia.org/wiki/Zecchino_d%27Oro 
Pagina di Wikipedia sullo Zecchino d’Oro.


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